Affresco familiare, intervista con Marco G. Dibenedetto

E’ da poco in libreria per i tipi di Golem Edizioni, Affresco familiare di Marco G. Dibenedetto. Si tratta della sesta avventura per l’ispettore Rubatto, che questa volta si trova ad indagare sulla morte della figlia di uno dei duecandidati sindaci di Torino ad una settimana  dalle elezioni.

Ne viene fuori un noir che mischia l’inchiesta vera e propria con la situazione politica nei suoi aspetti più beceri e incomprensibili. Rubatto sarà aiutato dai suoi fidi Aceto e Safano e si troverà a rinvangare una storia antica che lo riguarda. Trovate qui la recensione completa del libro.

Marco G. Dibenedetto ha risposto alle nostre domande.

Torna Rubatto per la sesta volta. Come è cambiato il personaggio da quando è nato ad oggi?

Quest’anno è il quinquennio di Rubatto e quando me lo hanno detto non ci potevo credere!!! Non ho mai pensato che potesse durare così tanto, anche se a me il personaggio piace ed è sempre piaciuto nella sua ruvidità, ma sai… la vitalità di un personaggio non dipende solo dallo scrittore, ma soprattutto dall’affetto dei lettori! L’ispettore Rubatto è maturato, anche se ha sempre voglia di fare men, e ha sempre più voglia di bere e di fumare. Ma si è affezionato al sovrintendente Stafano e all’agente Aceto. Vuole bene ai suoi collaboratori, anche se non vuole darlo a vedere. Ecco, Rubatto è cambiato come cambiano tutti, con l’età si diventa più teneri e affettuosi.

Al suo fianco due aiutanti molto attivi, cosa non proprio frequente nella storia del giallo italiano…

Quando Rubatto è nato, c’era solo Stafano e ti racconto una mia particolarità: i nomi dei miei personaggi sono nomi dei miei amici, perché mi piace che mi accompagnino nel mio percorso di scrittura. E nella scelta metto quelli che mi sono vicini come personaggi positivi, mentre quelli che si allontanano li metto nei ruoli negativi. Nel secondo libro “Il mare odia gli spigoli” l’amico Stafano si era allontanato per amore di una ragazza e io per punirlo (ovviamente è tutto uno scherzo e ci divertiamo tra di noi), ho fatto colpire il sovrintendente alla testa e l’ho fatto rimanere per sei mesi in ospedale. IN COMA!! Quindi mi serviva un nuovo collaboratore, e il mio amico Aceto in quel periodo era un ottimo compagno di birre e mangiate!
Il trio, comunque, ha tutta una sua particolarità. Rubatto non fa un cazzo, Stafano si sta rubattizzando, mentre l’unico che lavora è il povero Aceto, l’ultimo arrivato. Secondo te, questo non è uno spaccato dell’Italia?

Un delitto nel bel mezzo delle elezioni del sindaco di Torino. Come è nata l’idea per questa avventura?

Le idee nascono così come per incanto, ma si concretizzano piano piano che vengono messe nero su bianco. Ma non posso svelare di più, altrimenti toglierei al lettore il gusto alla lettura. Però la politica si presta bene al marcio e quindi al NOIR!!!

Qual è il tuo rapporto con Torino?

Come diceva qualcuno “Milano in vetrina, Torino in cantina”. Questa città è fantastica, piena di stimoli e chicche architettoniche. È una città viva, anche prima delle Olimpiadi, ma come tu ben saprai, i torinesi sono gente di poche parole, che vive e lascia vivere. Non amano mettersi in mostra.

Ipotizzando una trasposizione cinematografica del romanzo, quali attori ti piacerebbe vedere interpretare i tuoi personaggi?

Domanda strana. Pensa che due anni fa, una casa di produzione mi ha contattato per la trasposizione di Rubatto in un telefilm, solo che poi non hanno trovato i soldi… e quindi come dice Rubatto “Siamo in Italia, senza soldi non si fa nulla!! Per i volti dei personaggi, non so… non mettiamo i carri davanti ai buoi, ma mi piacerebbe che si scegliessero degli sconosciuti, non volti famosi. Le storie, forse renderebbero, di più. Io sono per le novità, infatti è strano che nel panorama giallistico italiano, al fianco dell’ispettore, ci siano due aiutanti molto attivi, come hai detto tu.