Claudio Baglioni, intervista con Paolo Jachia

Nessun dubbio che conosciate tutti Claudio Baglioni e almeno una ventina delle sue canzoni (se non ci credete prendete l’elenco delle sue opere e contate quante ne conoscete). E’ però possibile, se lo conoscete solo marginalmente, che siate convinti che Baglioni sia nient’altro che un grande (forse il più grande?) cantatore italiano dell’amore.

Nulla di più sbagliato, come ci dimostra analizzando tutti i suoi album e un gran numero di canzoni Paolo Jachia nel suo Claudio Baglioni, un cantastorie dei giorni nostri (1967-2013), Fratelli Frilli Editore. Vi rimando come sempre al mio blog personale per la recensione completa del libro.

Qui di seguito Paolo Jachia ha risposto alla sua maniera alle mie domande (trasformandole in una sorta di lezione/riflessione).

Negli scorsi anni ti sei occupato di un gran numero di cantautori italiani ed ora è giunto il turno di Claudio Baglioni. L’impressione è che l’intero libro abbia uno scopo principe: far capire a chi conosce meno Baglioni come non sia (solo) il cantautore che scalda i cuori innamorati ma anche (forse soprattutto) un autore da sempre attento alle questioni sociali e perfino politiche…
E proposito dell’attenzione sociale di Baglioni mi viene in mente la dichiarazione di Claudio sui migranti nella conferenza stampa dell’ultimo Sanremo. Una dichiarazione che ha sollevato polemiche ma che ha stupito solo chi conosce il nostro in maniera totalmente superficiale e per esempio nulla sa di “O Scià”…

Ti ringrazio per aver ricordato che faccio un libro all’anno da venticinque anni e questo vuol dire non solo che ormai sono vecchio ma anche lavorare tutti i giorni di tutti gli anni e con quello che si guadagna coi libri… dimostra almeno un grande amore per la cultura e per una visione della cultura come impegno. Ti sembrerà strano ma è proprio questo quel che mi ha fatto innamorare, tardivamente, e capire Baglioni che è un grande intellettuale e artista cattolico democratico. Fa parte cioè di quella tradizione che va, per l’Italia, da Francesco D’Assisi a Papa Francesco, passando per Manzoni e Olmi e Zeffirelli. Se vuoi anche De Gasperi, Moro e Prodi. Se non lo vedi e non lo inserisci dentro questa tradizione (di cui, per inciso, io NON faccio parte) non capisci perché lui abbia organizzato per dieci anni O’scià a Lampedusa e il suo essere sempre sul fronte dell’accoglienza agli immigrati anche a Sanremo. C’è una foto in Internet che ti spiega questa mia convinzione, una foto dove Papa Francesco abbraccia Baglioni. E tutto lì, in una foto e nella coerenza di una vita intera, ben spesa, con forza e con dignità. E poi, e insieme per me, c’è un altro motivo. Io credo che Baglioni sia un grande artista di canzone, da un punto di vista musicale, testuale e interpretativo. Non solo, ma è un grande sperimentatore. Non ha mai fatto un disco uguale all’altro, uno spettacolo uguale all’altro. Baglioni cioè non è solo un artista con cinquant’anni di carriera e cento milioni di dischi venduti, cosa che lo farebbe solo una icona pop, ma è un grande artista di canzone. Per tutto questo credo sarebbe bello gli venisse assegnato, spezzando vetusti steccati, il Premio Tenco alla carriera (il premio del Festival di Sanremo se lo è vinto da solo due volte negli ultimi due anni e avrebbe potuto vincerlo, se avesse voluto, ogni anno). Un premio e un riconoscimento che di norma il Club Tenco assegna a un artista per l’importanza raggiunta nel suo percorso artistico. E nel caso di Baglioni, la sua è una carriera spesa a tenere insieme mondi musicali che partono magari da punti diversi, per semplificare il pop e la cosiddetta canzone d’autore, ma convergono verso un unico obiettivo, toccare le corde dell’anima attraverso una canzone, un album, un progetto artistico.

Una domanda a cui immagino farai fatica a rispondere: qual è la canzone di Claudio Baglioni che ami di più?

Nessuna fatica, di mestiere faccio il professore a scuola e in università da quarant’anni, e spiegare le mie ragioni e le ragioni della bellezza è il mio mestiere, ma devi accettare che ti faccia una vera e propria lezione… sperò però che arriverete, tu e i tuoi lettori, fino in fondo perché avrete un’immagine nuova di Baglioni, arriverete a quella che è stata anche per me una scoperta, e il motivo per il quale ho scritto questo libro.

“Fotografie” (tratto da Strada facendo del 1981) è una grande canzone d’amore, forte, pienamente riuscita, dove l’aspro e l’amaro dell’epilogo attenua, e in ultima analisi cancella, meglio ancora polarizza, “l’effetto cioccolatino” o peggio “Baci Perugina” che è il rischio di Baglioni, secondo alcuni critici, specialmente quando canta d’amore. “Fotografie” dimostra invece che l’amore raccontato da Claudio è qualcosa che non ha nulla di stucchevole, sdolcinato e adolescenziale ma è, invece, un momento vero, denso, dove si alternano autentica gioia e autentico dolore, come avviene, in effetti, nella “vita vera” di tutti. Cercheremo di approfondire questa affermazione ma in primo luogo vorrei trascrivere parte del testo con alcuni precisi interventi grafici. Ho in primo luogo aggiunto una divisione in capitoletti e ho dato loro dei titoli (in maiuscolo e grassetto e anche con una precisazione “stagionale” in corsivo, come in corsivo è una mia prima osservazione critica); poi ho posto tra parentesi alcuni “tagli” e in grassetto minuscolo alcune parole chiave; inoltre la partizione, la divisione e gli “a capo” di cesura sono logici e non rispettano la struttura musicale; ed ecco il risultato che è certo meno “poetico” del testo originario ma che rende più evidente e “logico” lo svolgimento della canzone:

(PRIMA FOTOGRAFIA: primavera) Un azzurro scalzo in cielo / il cielo matto di marzo e di quel nostro incontro / al centro tu poggiata sui ginocchi / e vento di capelli e sui tuoi occhi / Qui l’ombra cade giù dalla tua mano / un orizzonte di cani abbaia da lontano / tu aggrappata alla ringhiera / di una tenera e distratta primavera.

(SECONDA FOTOGRAFIA: estate) Pomeriggio lento e un po’ svogliato / Maggio è andato via, un dito sotto il mento / e gli uccelli fuggono infilando il verde dove la città si perde / sopra un foglio di carta vetrata / luglio e tu sdraiata, tu sporca di baci e sabbia / a cercar le labbra smisurate dell’estate sulle mie / In quest’altra stiamo insieme / come ridi di gusto, e fino a soffocarti / io stringevo agosto e te / bevendoti con gli occhi miei per non scordarti.

(TERZA FOTOGRAFIA: autunno) E ancora tu tra file di alberi / che cuciono colline di uva bianca / tu sei stanca, un giorno intero a bere vino / e un contadino col bicchiere in mano lì vicino / Foglie arrugginite in fondo al viale / e nuove voglie e tu qui sei venuta male / la tua faccia un po’ tirata e una risata senza più allegria e incoscienza.

(QUARTA FOTOGRAFIA: inverno) L’aria acerba della domenica mattina / sopra l’erba e tu e lacrime di brina / guance colorate mentre sbucci arance e stupide / bugie /

(Resta lì non muoverti sorridi un po’ adesso voltati…
Fai così appoggiati non dire no amore guarda qui…)

Gennaio e il fiato grosso scalda le parole / il sole andava giù, cielo di marmo rosso / tu un po’ nera contro quella sera che scavava il nostro addio e scappava / la pioggia fina salta sopra i marciapiedi / noia moschina e tu, tu guardi ma non vedi / che è finita e tra le dita non ci sono che fotografie.

(RIPRESA E CONCLUSIONE) Un azzurro scalzo in cielo / il cielo matto di marzo e di quel nostro incontro / al centro tu poggiata sui ginocchi / e gli occhi tuoi per sempre nei miei occhi” (NB sono QUASI le stesse parole dell’ inizio, a chiudere il cerchio eppure in qualche modo a spezzarlo; è il “per sempre” che fa l’unicità, e la differenza, di quello che abbiamo vissuto e sentito, anche se, nondimeno, questo sentimento è, dolorosamente, svanito).

La canzone “Fotografie” è scandita, in forma classica, e se vogliamo anche shakespeariana, su quattro fotografie che io ho intitolato: primavera, estate, autunno e inverno, ovvero nascita, maturità, crisi e morte di un amore. Naturalmente queste parole nella canzone di Baglioni non ci sono e le ho aggiunte per renderle lo svolgimento del testo più comprensibile anche se certamente meno “poetico”. Così, se quella che viene raccontata è una favola classica (“quanto è bella giovinezza, primavera, che si fugge tutta via… del doman non vi è certezza”), speciale è il modo di scrivere ora di Claudio. Il nuovo modo di narrare di Baglioni mi pare, in effetti, più ardito, più sintetico, più ritmato, caratterizzato dunque, nel complesso, dalla rapidità della musica e del tempo. Dunque se il tempo scorre rapido e la canzone anche, la tecnica di scrittura non è però quella “semplice” del racconto realistico e bozzettistico del “primo Baglioni” (tipo “Lampada Osram”, “Poster”, Signora Lia” “ma anche “Piccolo grande amore”, ecc.) dove forte è il modello pasoliniano dei “Ragazzi di Vita e di Borgata” e una certa “ombra crepuscolare”, ma è invece composto di frasi e concetti di non immediata comprensione e correlazione. In questa nuova scelta stilistica complessiva sentiamo agire in particolare la lezione della nuova poesia novecentesca, Eliot in particolare, ed è lo stesso Baglioni a darci una conferma di questa sua nuova predilezione (cfr. La Repubblica, 23 dicembre 2012) tanto che potremmo addirittura precisare che si tratta dello Eliot della Terra desolata, di Gerontion e dei Quattro quartetti (segnaliamo però anche che nella parte centrale della canzone vi è una doppia citazione dalla poesia “La sposa infedele” di Federico Garcia Lorca; il “e un orizzonte di cani abbaia remoto” del grande poeta spagnolo diventa così in Baglioni un più semplice “e un orizzonte di cani abbaia lontano” e, analogamente, “tu sporca di baci e di rena” si traduce in un “tu sporca di baci e di sabbia”).
Per comprendere però più in generale questo “nuovo Baglioni” credo sia più utile riflettere su un verso come “sbucci arance e stupide bugie” che ci mostra una tecnica “sintetica” tipica della poesia simbolista e post simbolista (il verso vuol dire che “tu sempre di più mi mentivi con la stessa apparente semplicità con cui si sbuccia un’arancia…” ma credo sia evidente anche la differenza tra le due espressioni, poetica quella di Baglioni, pedestre la mia umile e comprensibile traduzione/parafrasi). Il legame delle frasi della canzone non è cioè evidente e naturalistico ma intuitivo, fatto di sensazioni, ricordi, flash improvvisi… appunto fotografie, istantanee, che si compongono in una storia, meglio nel ricordo di una storia, rivissuta appunto nella memoria di quattro diverse “stagioni” e attraverso le emozioni che si legano a queste immagini e ricordi.
Dunque “Fotografie” è il nascere, maturare, spegnersi e morire di un sentimento, meglio di un amore raccontato però non in forma naturalistica ma per simboli ellittici e sintetici.
Vi è però un secondo concetto importante che non è espresso direttamente ma sottotraccia e che viene compreso solo (e parzialmente) alla fine: la ciclicità fatalistica delle stagioni non è l’unico modo di vivere il tempo e la vita, la vita e i sogni. Chiuso un ciclo, quattro stagioni, se ne riapre un altro, che forse avrà lo stesso destino, o forse no; ed è in questo “forse no” che si concentra tutta la nostra speranza, e anche l’illusione, di un destino diverso (“Noi no” di Baglioni del 1990, con tutta la sua “violenza propositiva”, è il coerente epilogo di questo ragionamento). Per comprendere meglio questa duplice tensione che è tipica della vita dell’uomo possiamo allora recuperare un titolo dalla sterminata discografia di Claudio: “Oltre: un mondo uomo sotto il cielo mago”. Cosa significa questa strana immagine che Borgna ci dice essere “quasi esoterica” cioè caratterizzata da uno stratificarsi di significati?
Una lettura possibile è quella che ci porta a dire che l’uomo, questa la sua più profonda e dantesca caratteristica, ha sempre la possibilità di sfidare il destino, di non accettarlo, di andare “oltre”: la dimensione umana si contrappone alla magia di un destino che pare già giocato. Scrive Dante: “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza… (così) aprimmo le ali al folle volo”. Dunque se è vero che tutto si ripete uguale, è vero anche che noi siamo un momento irripetibile, un attimo d’eterno che si contrappone allo svanire del tempo (come dice Baglioni in “Mille giorni di te e di me”: anche in questa canzone troviamo infatti, da un da un lato i mille giorni già finiti di un amore creduto senza fine, e, dall’altro, il sogno di un amore eterno che vive, pure esso e al di là di tutte le delusioni, dentro di noi ancora).
Presentato così lo schema complessivo della canzone (il gioco delle quattro stagioni, che è il contenitore ultimo dove si dispongono logicamente frasi e concetti non immediatamente correlati) possiamo aggiungere che forse questo non è il senso ultimo della canzone. Nella canzone troviamo infatti due diverse concezioni del tempo. Nella prima gioca un tempo in qualche nodo “naturale” che si ripete uguale e all’infinito, stagione su stagione; nella seconda troviamo invece un tempo “umano”, adulto, il tempo delle scelte, delle decisioni, un tempo come volontà. E’ vero che tutto si perde e tutto si ripete ma noi dobbiamo credere che tutto sia come la prima volta, che durerà eterno e che non finirà mai.
In conclusione mi piace riportare quel che scrive Mario Bonanno, un critico di solito poco “tenero” nei confronti del cantautore romano e uno dei pochi che sa pensare in proprio e che colloca giustamente “Fotografie” all’interno del disco che la contiene. Afferma dunque Bonanno: “Strada facendo, (il disco di “Fotografie”) ovvero Baglioni come non te lo aspetti. Spariti il linguaggio da fotoromanzo e lacrimuccia in punta di strofa. Via il romanticismo tardo adolescenziale. Il nuovo corso si inaugura come si deve. Con questo disco che se non è un capolavoro poco ci manca: evoluzione (musica-lessico-contenuti) ed emozioni finalmente a braccetto (…) Che si vuole di più? Se la prova era dimostrare come da storie (quasi) da tutti i gironi si possa cavare fuori qualcosa di diverso dall’abusato panegirico cuore-amore-dolore, Baglioni l’ha superata in scioltezza. Fa piacere scriverlo, per una volta, senza tema di smentita: l’autore è cresciuto. Si vede e si sente. Certo le tentazioni glicemiche non saranno mancate (in ‘Fotografie’, ad esempio) ma è sopratutto il linguaggio ad essersi giovato di uno scarto verso l’alto (…) Non lasciatevi ingannare: il disco è tutt’altro che smielato. Anche se gioca con il groppo in gola. Con gli amori finiti e la malinconia. L’insieme è chiaroscurale in modo adulto. Gli squarci di vita quotidiana non riguardano più soltanto le fanciulle in fiore. E le strofe di Baglioni evitano di arrivare diritto al cuore in appena due mosse. Per sua e nostra fortuna” (da L’Italia e i cantautori).