Lo squalo delle rotaie, intervista con Riccardo Marchina

E’ un romanzo molto torinese Lo squalo delle rotaie, di Riccardo Marchina per Neos Edizioni. Talmente torinese che è ambientato in Barriera di Milano, periferia estrema da cui pare impossibile salvarsi. Bryan è un ragazzo di Barriera e con i suoi amici ha ben chiaro il suo destino e nutre poche speranze di costruirsi una vita vera, lontana da droga e piccola malavita.

Ci proverà in tutti i modi, rimanendo però sempre legato (ma non solo nel male) al suo Borgo di provenienza. Trovate qui la recensione completa del libro.

Riccarco Marchina ha risposto alle mie domande.

Un romanzo molto torinese, con protagonista una delle periferie più toste che le cronache degli ultimi decenni ci hanno restituito. Da cosa nasce questa storia?

In parte ho scavato nei ricordi del mio servizio civile, anche se avvenuto non in Borgo Vittoria, ma in un’altra periferia. Ho scelto poi quel borgo, proprio per la cronaca del momento, e perchè è una zona che negli ultimi anni, ha subito profonde trasformazioni, vedi anche solo i tanti lavori per la spina…

Bryan è molto lucido, sogna una vita diversa ma sa bene che sarà quasi impossibile conquistarla. Raccontaci il personaggio.

Byron impersona quei tanti ragazzi poco seguiti dai genitori, ma che hanno comunque la testa sulle spalle e una strana voglia di redenzione. Nella mia attività sociale, ne ho incontrati tanti così. Lui ne raccoglie molti. E’ un ragazzo coraggioso, ma in certi momenti è insicuro… questo secondo aspetto mi appartiene forse di più… E’ l’aspetto autobiografico che, volenti o nolenti, ogni tanto viene fuori.

Intorno a lui tutta una serie di figure di contorno talmente ben delineate che l’impressione è che tu le abbia conosciute tutte dal vivo. Quanto mi sbaglio?

Non molto. Ognuna di loro ha una qualche caratteristica che ho scorto in persone che ho conosciuto, vuoi per l’attività di giornalista, vuoi anche solo per racconti origliati sulla metro o al parco. Di questi amo di più Sciaron. Nella storia avrebbe dovuto essere la stupidotta senza speranze, e invece, mentre ne scrivevo si è presa la scena. Ha avuto un’evoluzione positiva, anche se lei sarà poi condannata a non redimersi, a non uscire dal borgo e dalle sue miserie.

Veniamo al treno-squalo, che mi sembra essere allo stesso tempo simbolo di speranza per una fuga lontano dalla periferia e rischio estremo che lo squalo mangi definitivamente i protagonisti…

Gli squali sono le locomotrici dei treni, imbrattate dai writers metropolitani. Il treno simboleggia la voglia di fuga da un certo contesto. E’ un desiderio aggressivo e disordinato di scappare. E’ tipico tra i giovani. Poi, i miei ragazzi sulle rotaie ci passeggiano pure, e quindi i treni diventano anche un pericolo, il mostro da scansare. Si tratta di un romanzo corale, pertanto non potevo soffermarmi troppo sull’introspezione, come fa, ad esempio, un Bernardo Soares di Pessoa. La mia unica possibilità era quella di affidarmi a immagini, ai simboli, un po’ come fanno gli scrittori sudamericani.

Qual è il tuo rapporto con Torino e con Barriera?

Sono nato a Torino e amo la mia città, ma dentro non la comprendo a fondo, mi spiazza, come non fanno invece altre città nelle quali ho vissuto, magari per brevi periodi. Torino mi fa percepire la sua angoscia, mi fa paura. E ne scrivo forse per vincere questo senso di disagio che mi fa avvertire.

Qual è la situazione oggi nelle periferie di Torino?

In questi ultimi anni di crisi, la situazione delle periferie è peggiorata. Le famiglie in difficoltà sono aumentate e c’è grande disagio. Da qui anche il contrasto con le famiglie straniere, che io in fondo non tocco, se non solo in modo marginale. Ma nelle periferie di oggi c’è anche tanta voglia di riscatto e poi ci sono associazioni culturali, oratori e altre istituzioni che, nel loro piccolo, stanno diventando riferimenti importanti.

A modo suo, il mio è un libro di speranze, ma non ha un epilogo e così vissero felici e contenti… anche perché questo finale appartiene solo alle favole.