Carne mangia carne, intervista con Andrea Monticone

E’ di clamorosa attualità il nuovo racconto di Andrea Monticone per Buendia Books. Si chiama Carne mangia carne ed è ambientato nella Torino deserta e silenziosa dei primi giorni di lockdown. E non è l’unico motivo che attualizza il racconto. Il colonnello Sodano infatti questa volta deve vedersela con la terribile mafia nigeriana, che in effetti pare essere in grande ascesa a Torino.

Nella città vuota viene trovato il cadavere di un uomo anziano, a cui è stato strappato il cuore. Per il colonnello Sodano e il vicequestore Ambra Laurenti (con cui divide il caso e il letto) la firma pare fin troppo evidente. Comincia così un viaggio tosto nella violenza estrema di quella che pare essere una guerra tra clan e Monticone non risparmia al lettore nemmeno i particolari più truci e violenti della faccenda. Trovate qui la recensione completa del libro.

Andrea Monticone ha riposto alle mie domande.

Questa volta Sodano si trova in una Torino deserta, bloccata dal lockdown. Forse è superfluo chiederti come è nata l’idea di questo racconto…

In realtà la trama già c’era, semplicemente mi è venuta l’idea di calarla nel contesto storico che stavamo vivendo, un modo che fosse un romanzo in presa diretta, un thriller figlio del suo tempo, perché questo deve essere la letteratura: quando la cronaca non basta per raccontare certi eventi, e per la storia è troppo presto, allora tocca alla letteratura diventare testimone. E mi divertiva molto l’idea che, in pieno lockdown, si possa anche vivere come in un nuovo proibizionismo, con criminali e figure borderline che tengono in qualche modo aperti locali e club notturni, continuando a far vivere una Torino che di giorno non si vede.

Carne mangia carne è una vicenda molto cruda, dove non hai risparmiato i dettagli più violenti. Purtroppo le situazioni che racconti non sono frutto solo della tua fantasia ma sono le modalità di azione della mafia nigeriana che sta trovando spazio anche a Torino…

La mafia nigeriana ha delle modalità di penetrazione che si sono sviluppate nel corso degli anni, non è certo una scoperta di questi tempi. Si è conquistata il suo spazio, anche con la complicità delle mafie nostrane, in molti casi abbiamo assistito a una saldatura vera e propria. I suoi riti di affiliazione e i suoi metodi violenti, ma anche quelli più sconvolgenti, sono materia perfetta per un romanzo, pane per i denti del colonnello Sodano.

Come affrontano i tuoi protagonisti la Torino deserta e il lockdown?

Continuando a fare il loro mestiere, con una certa indifferenza da parte di Sodano, che non si nega comunque aperte trasgressioni o violazioni, mentre per esempio il commissario Natuzzi è visibilmente insofferente: ma in fondo lui preferisce frequentare la Torino notturna e sotterranea.

Come hai vissuto tu questi mesi di clausura forzata?

Con una certa serenità, lo confesso. Perché ho continuato a lavorare, seppure in modalità diverse, in una situazione inedita per tutti quanti. Certo, bramavo con ansia una bella pinta di birra al pub e la ripresa delle partite di Premier League. Se questi sono stati i miei problemi, posso dirmi fortunato. Ho scoperto anche di avere molto tempo a mia disposizione e ne ho approfittato per leggere di più, rileggendo anche autori del passato come Ballard, Burroughs e De Villiers.

Che Torino hai trovato una volta che si è concluso il lockdown?

Una Torino molto provata, che ha voglia di tornare a vivere come prima. Una Torino che accetta le nuove regole e restrizioni, anche quando sembrano non dico assurde ma certo comiche, uno scenario che mi fa pensare a un grande esperimento sociale: dopo aver imposto lockdown e mascherine, le prossime imposizioni dall’alto saranno una passeggiata di salute, ormai la società ha imparato a obbedire.

So che i diritti d’autore del libro avranno una destinazione particolare. Quale?

La Croce Rossa, per il suo impegno in prima fila durante la pandemia.

Per chiudere, a che punto è la crescita del personaggio di Gabriele Sodano?

Non lo so. Affrontiamo insieme la mezza età.