Diabolic Diabolich Diabolik, intervista con Andrea Biscàro e Milo Julini

Se siete appassionati di Diabolik è probabile che abbiate già sentito parlare del delitto di via Fontanesi. Siamo a Torino, l’anno è il 1958, un uomo viene trovato ucciso in un appartamento di via Fontanesi. La polizia riceve una lettera che contiene un gioco enigmistico che rivela il luogo dove è stato commesso l’omicidio. La lettera è firmata “Diabolich”.

Solo che Diabolik ancora non esiste, il fumetto nascerà solo nel 1962 ed è estremamente probabile che le sorelle Giussani abbiano preso spunto da questo episodio torinese per dar vita al loro personaggio. Diabolic Diabolich Diabolik, Daniela Piazza Editore, è un saggio estremamente approfondito e dettagliato con cui Andrea Biscàro e Milo Julini ricostruiscono le vicende di questa storia e quella di altri due “Diabolik” piemontesi, un secondo torinese (ed è una storia folle) ed uno di Biella. Trovate come sempre sul mio blog la recensione completa del libro.

Qui Andrea Biscàro e Milo Julini hanno risposto alle mie domande.

Tre storie davvero incredibili che meritavano di essere ricostruite. Quando avete deciso di lanciarvi in questa avventura?

Per quanto riguarda il caso di via Fontanesi, Andrea Biscàro aveva realizzato un’inchiesta in tre puntate per il mensile romano “Storia in Rete” tra il 2008 e il 2009. La ricostruzione del caso in questo volume è stata ampliata e aggiornata rispetto agli articoli originari.
Abbiamo iniziato a parlarne nel 2010. Milo ha proposto di aggiungere il caso torinese del 1973, del quale aveva un vivido ricordo, e successivamente quello del Biellese, del 1976, conosciuto casualmente come racconta nel libro. Avendo i tre casi il denominatore comune, seppur declinato in tre modi, “Diabolico”, si è pensato di riunirli.

Qual è l’aspetto che più vi colpisce del caso di via Fontanesi?

Il fatto che il fascicolo dell’istruttoria sia “uccel di bosco” rende questo omicidio ancor più misterioso di quanto non lo sia nella sua sfocata oggettività. L’assassino dell’operaio Mario Giliberti, con le sue lettere ai giornali, coi suoi crittogrammi e telestici, coll’aver confuso, intenzionalmente, la scena del crimine e accusato un ex commilitone della vittima, ha così “ingarbugliato le carte” da non capirci più nulla. O quasi. Infatti, si è cercato di sviscerare, per quanto possibile, la storia, operando delle considerazioni finora poco esplorate…

Secondo voi le sorelle Giussani si sono realmente ispirate a questo caso di cronaca per creare il loro Diabolik?

Ad aprile del 1962 esce nelle sale italiane il film di Steno, Totò Diabolicus. Nel mese di novembre dello stesso anno, le sorelle Giussani pubblicano il primo numero di Diabolik. Sia la pellicola che il fumetto non hanno alcuna attinenza col caso di via Fontanesi. Tranne il clima di eterno mistero e il nome. È indubbio che Steno e le Giussani siano state catturate dal fascino di un crimine e di un criminale inusuale, che si firma col nome di “Diabolich”, ispirandosi a un precedente romanzetto del giornalista Italo Fasan, “Diabolic”, intitolato “Uccidevano di notte”. Vien da sé che il loro Diabolik sia figlio di quell’atmosfera.

La vicenda di Vincenzo Cocciolo ha una varietà di temi sorprendente. Qual è secondo voi il lato più interessante della storia?

Al di là dei suoi spregevoli crimini (rapire, seviziare, stuprare una donna e ferirne un’altra), questa ricostruzione ci ha consentito di fare un viaggio nel tempo in una Torino che non rimpiangiamo, dove criminalità, terrorismo e degrado la facevano da padroni. Analizzare il caso ci ha anche permesso di entrare nelle dinamiche psicologiche e morali correlate con alcune forme di intrattenimento popolare quali il fumetto “Diabolik” (osteggiato), pubblicazioni analoghe e i film sulle arti marziali interpretati da Bruce Lee.

Sbaglio se dico che il Diabolik di Biella è quello che più si avvicina per caratteristiche al personaggio dei fumetti?

Vi è una certa qual analogia col fumetto: il Diabolik biellese è un rapinatore di banche che per i suoi colpi non ha mai estratto l’arma; ha dato prova di indubbia freddezza, determinazione e un pizzico di fascino, molto probabilmente dovuto al fatto che indossava una calzamaglia nera con cappuccio. Verosimilmente, il legame col fumetto era percepito più dalle sue vittime (chi non conosceva Diabolik?) che non dallo stesso rapinatore che si è firmato “mani di fata”.

Qual è il limite che un giornalista di cronaca non dovrebbe valicare nell’accostare un assassino ad un personaggio letterario arrivando a volte fino alla mitizzazione?

Il rispetto delle vittime, specie quando “ci scappa il morto” o una donna viene abusata. Fermo restando che tutti hanno diritto alla rinascita, l’atto criminale resta tale.
Nel caso del Diabolik di Biella, a parte il tragico finale (è stato ucciso in uno scontro a fuoco coi Carabinieri, alcuni dei quali sono rimasti feriti), il suo operare si è rivelato “pulito”, nel senso del ladro “puro” che, mal che vada, viene condannato per furto. In questo caso, il furto a danno di una “entità” qual è la banca, da lui stesso considerata astratta. Molto probabilmente, se non avesse perso la testa, cagionando la sua morte e il ferimento di alcuni Carabinieri, sarebbe stato condannato a pochi anni di carcere, assurgendo a “mito”.

Siete lettori di Diabolik?

Siamo entrambi, sin da giovani, lettori di un altro genere di fumetti, che spaziano da Cocco Bill di Jacovitti, ad Asterix, all’Uomo Mascherato, a Zagor, Martin Mystère passando per i super eroi della Marvel e DC Comics. Tra l’altro, Milo Julini ha commemorato Sergio Zaniboni, uno dei disegnatori di Diabolik, ma il fumetto non ci ha mai attratto particolarmente.