Torino Noir, intervista con Milo Julini

E’ un curioso volumetto quello che Milo Julini ha intitolato “Torino Noir”, per forma, temi, sviluppo e perfino per la grafica. Si tratta di una raccolta di 12 storie, 12 delitti accaduti a Torino tra il 1853 e il 1972, narrati con lo stile asciutto della ricostuzione giornalistica dall’autore, che del genere è un maestro.

Sono storie poco o per nulla conosciute, non ci sono i “delitti famosi” del capoluogo. Abbiamo una lite tra due famiglie che vivono in una casa di ringhiera, una rissa tra cognati finita nel sangue, una vendetta di un marito tradito, un truffatore che diventa assassino… storie così, piccole, casuali. Non ci sono serial killer o misteri irrisolti.

Sono tutte storie nere, nerissime, ambientate in una Torino che cambia in 120 anni, ma mantiene i suoi lati oscuri e i suoi angoli malfamati.

E’ poi un volumetto curioso per la struttura grafica e per il carattere molto grande utilizzato. Molte delle pagine hanno delle immagini di sfondo che contribuiscono a creare l’atmosfera cupa generale.

Milo Julini, da cosa nasce il tuo interesse per la ricostruzione di piccoli fatti di sangue?

Fin da bambino sono stato interessato alla cronaca nera, ritagliavo dai giornali le cronache di furti e rapine come i miei coetanei raccoglievano le figurine. Intorno al 1985 ho attraversato un difficile periodo esistenziale: per svagarmi, ho iniziato a leggere qualche libro sulla storia di Torino. Procedevo un po’ a casaccio e così ho letto le note storiche che Andrea Viglongo aveva posto in appendice al libro di Luigi Pietracqua “La Còca del Gamber” che narra le vicende di una banda di malfattori nella Torino del Re Carlo Alberto. Queste note mi hanno indotto a iniziare la mia ricerca per ricostruire i fatti criminali torinesi dell’Ottocento.

Dove hai pescato queste storie e come hai fatto a ricostruirle?

La base è la consultazione degli archivi giudiziari. Poi ai documenti giudiziari, di solito piuttosto aridi e schematici soprattutto nel periodo precedente al 1848, si affiancano le cronache coeve e materiali d’epoca, come i fogli volanti dei cantastorie. Vere miniere sono i molti giornali dell’Ottocento. Anche la rete fornisce un buon supporto, soprattutto grazie a biblioteche straniere.

Torino si presta più di altre città ad essere teatro narativo di storie come queste?

È stata per secoli la capitale di un regno e, come tutte le capitali, ha attratto poveri e devianti convinti di potervi trovare maggiori possibilità di campare. Dal 1848 è stata al centro del movimento risorgimentale, con profondi rivolgimenti interni e l’emigrazione politica dagli altri stati preunitari. Questo ha portato a uno scatenarsi della malavita cittadina. Torino è stata per qualche anno la Capitale del Regno d’Italia ma in seguito al trasferimento a Firenze vi è stata una profonda crisi economica con una recrudescenza di furti e rapine. Anche altri fenomeni sociali hanno avuto e hanno una ricaduta di episodi malavitosi. Ma devo dire che queste analisi le lascio agli specialisti, a me piace raccontare le singole storie, i singoli personaggi…

Qual è il tuo rapporto con la città?

Molti torinesi doc si crogiolano nell’idea che a Torino la malavita è ed è stata sempre “di importazione”. Non amano sentirsi evocare le bande giovanili di teppisti, i “barabba”, gli accoltellamenti conseguenti alle ubriacature domenicali degli operai, i ladri imprendibili esaltati dal teatro popolare e dagli spettacoli di burattini, dalle canzoni dei cantastorie. All’inizio ho stentato a trovare un mio spazio culturale. Dal 2013 collaboro con il giornale on-line Civico 20 News dove sono responsabile di una rubrica intitolata «La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini». Questo titolo lo ha ideato Natalino Gori, l’editore della testata, che ringrazio per avermi offerto questa tribuna, dove ho esordito il 25 febbraio 2013. Anche le dodici storie proposte in questo libro provengono da Civico 20 News.

C’è una storia che avresti voluto inserire in questa raccolta ma non hai trovato materiale sufficiente a ricostruirla?

Queste dodici storie narrano di delitti efferati, legati a un periodo storico cittadino, conclusi dall’arresto di un colpevole e quindi con una verità giudiziaria (che non è necessariamente la Verità). Ci sono casi rimasti insoluti, uno che mi ha colpito in modo particolare è quello avvenuto tra luglio e agosto del 1968 nella villa del Rastel Verd nel Parco della Pellerina: la vittima era una anziana vedova, uccisa in modo da simulare un incidente domestico. È una storia affascinante ma molto oscura e ancora troppo recente per essere adeguatamente considerata.



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