Sto meglio al buio, intervista con Claudio Secci

E’ da poo uscito Sto meglio al buio, l’autobigrafia di Claudio Secci, collana Policromia, che racconta quel che di buono e di meno buono il fondatore del CSU – Collettivo Scrittori Uniti ha fin qui fatto nella sua vita. Non si tratta di un’autobiogafia classica quanto di una raccolta di riflessioni, pensieri, immagini. Tracce della vita dell’autore, torinese di nascita e di ritorno. Trovate qui la recensione completa del libro.

Claudio Secci, era arrivato il momento di scrivere un’autobiografia?

Per la quantità di cose che mi sono successe, di cui moltissime decisamente fuori dal comune, direi proprio di sì. Non ho il pretesto di pensare che la mia vita possa interessare a molti, ma alcuni aneddoti e avvenimenti sono immedesimabili e potrebbero essere da spunto per altri per fare diversamente oppure per reagire analogamente a me. Come detto, è un’autobiografia riassuntiva del mio primo tempo, un giro di boa che vorrebbe essere anche letterario. Quindi dal doppio significato e intento. La mia speranza è che il secondo tempo sia entusiasmante quanto il primo. Magari un pelo meno doloroso, ma non sono ottimista su questo.

Non si tratta, a mio avviso, di un’autobiografia classica quanto di una raccolta di pensieri e di riflessioni. Scriverla ha significato per te fare il punto della tua vita?

Nel libro trovate un doppio filo narrativo. Gli aneddoti di vita e il proseguio esistenziale, è affiancato dal modo in cui nel tempo gettavo sotto forma di poesie il mio malessere su carta. Ho deciso quindi di dividere questo percorso in ERE esistenziali. Ognuna delle quali abbraccia in maniera dettagliata un preciso segmento della mia vita. Disperazione, Fuga, Coscienza, Risorgimento e altre. In ognuna di queste, il mio modo di poetare mutava, proiettandosi verso quello che è oggi: contemporaneo, snello, versatile, di respiro, riflessivo e meno retorico.

Il racconto è alternato a tante poesie che hai scritto nel tempo e qui riproposto. Che significato ha per te la poesia?

Per scrivere poesie ci va indubbiamente una certa sensibilità e capacità. Non dico con questo di possederne, ma sono certo che l’applicazione necessaria per stupire con la poesia è intensa e dispendiosa a livello mentale. Ribaltare in forma creativa ciò che si esprime in prosa con colori, rumori, suoni, sensazioni avvincenti e prospettiche richiede metodo. Ecco, se posso sottolineare un aspetto affascinante della poesia, è che ogni autore riesce a imprimere un suo tratto decisamente distintivo nello stile e nell’uso delle figure.

Nei tuoi primi 42 anni hai fatto mille cose. Qual è quella che in questo momento ti rende più orgoglioso?

Sicuramente l’aspetto che alza maggiormente l’asticella dell’autostima è legato all’aver costruito una vita da zero lontano dalle mura di casa, quando ventenne ero totalmente sprovvisto su molti aspetti di vita. Mi sono rivenduto come artista e professionista saltando da una parte all’altra fin quando poi ho raggiunto una sorta di equilibrio fra ciò che mi piace fare e ciò che più mi riesce fare. Oggi sono sposato a una donna meravigliosa, e chi conosce il mio trascorso di vita sa che a livello sentimentale ho penato molto prima di atterrare su una relazione stabile e perfettamente compatibile come quella attuale.

Torino. Ci sei nato, te ne sei allontanato e ci sei tornato. Qual è il tuo rapporto con la città?

Come nella poesia “augusta taurinorum”, il rapporto con la mia città è viscerale. Provo una sudditanza psicologica tant’è l’ammirazione e l’affetto che provo per la MIA città. Non riesco ad immaginarmi lontano da qui per troppo tempo. A Torino non manca nulla, nemmeno il mare, perché non sarebbe altrettanto elegante e affascinante. Torino è perfetta così, angoli per ogni gusto e momento esistenziale rispondono alle esigenze dei suoi cittadini, che si culla e si cura quotidianamente.

Proviamo a fare un gioco di memoria e pensare a tre Torino diverse. La Torino della tua giovinezza, quella che hai trovato quando ci sei tornato e quella di oggi. Come è cambiata la città?

Torino negli anni 70-80 era una città in fermento ed evoluzione, molto più operaia e accoglitrice di immigrati a flotte e quindi di culture diverse. Con questo anche la criminalità non era un aspetto da sottovalutare. Come scritto nel libro, uno dei motivi che ha spinto i miei genitori a trasferirsi era proprio l’eccessivo tasso di pericolosità del quartiere in cui vivevamo. Dopo di che, ho ricordi meravigliosi della Torino di quel tempo: i giardini, le gite, lo stadio, i negozi. Alcune di queste sono fisiologiche di quei tempi, altre fanno parte di una città che sotto alcuni aspetti è sempre stata unica. La torino ritrovata nel 2000 era già completamente stravolta e orientata al futuro, all’ecologia, al controllo. In quegli anni molte zone che avevo lasciato decadenti e povere sono state riqualificate e le videocamere di sorveglianza si sono moltiplicate. L’avvento di internet e la tecnologia galoppante ha fatto il resto. Non per niente, ho trovato impiego come informatico e sono finito nel posto in cui era più naturale che finissi: a lavorare per l’industria dell’automobile più famosa d’Italia. Oggi Torino è una metropoli che può competere con le altre metropoli del mondo. Sicuramente più multietnica, con molte aziende che si stanno spostando o che stanno mutando, con meno eventi caratteristici che nel tempo abbiamo perso, con primati assoluti in fatto di viabilità e tecnologia, nonché l’aspetto culturale sempre sotto la lente di ingrandimento e curato. Insomma, Torino ha cambiato qualche aspetto estetico e si è fatta bella nel tempo, ma la sua anima è sempre la stessa, identica. Ho trovato concittadini molto risparmiatori, diffidenti, lavoratori, esigenti, criticoni, stressati, amanti dell’aperitivo, attenti all’organizzazione del weekend, progressisti, patriottici e gelosi delle proprie tradizioni.

Chiudiamo con la domanda più difficile, ma inevitabile: a che punto sei della tua vita?

Non lo so e non lo voglio sapere, perché se ci penso sto male. Ho molta paura della morte, e io che adoro la vita, la scoperta, la condivisione, il contatto, la morbosità per la migliore coesistenza sostenibile non voglio pensare di essere nella fase del declino o di aver terminato le mie opportunità Sono certo di una cosa: rimarrò sempre un ragazzo dentro, con gli stessi identici difetti e voglia di godermi tutto ciò che il mio gettone di vita mi vorrà concedere.



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