All’ombra dei tigli, intervista con Egle Bolognesi

Una storia personale che diventa un romanzo. Egle Bolognesi racconta in All’ombra dei tigli, Neos Edizioni, la storia della sua famiglia, in particolare della madre Bianca. Non si tratta di una storia con eventi eccezionali. E’ una storia normale, come tante altre. E come tante altre ha la forza e la dignità per essere raccontata.

Bianca nasce nel ferrarese e poi si trasferisce col marito a Torino. Quello che l’autrice ci restituice è uno spaccato di alcuni decenni di storia del nostro Paese, dalla vita nei campi all’industrializzazione, alla Torino dell’immigrazione. Trovate qui la recensione completa.

Egle Bolognesi, perchè una storia personale diventa un romanzo?

L’idea di questo romanzo è nata durante i lunghi periodi di lock down. Mia madre già mi aveva raccontato alcuni episodi della sua vita ma è stato proprio durante quel periodo che i ricordi sono affiorati in modo più incisivo e con un bisogno profondo di comunicarmeli e non credo sia stato un caso. La situazione di generale incertezza e precarietà della vita ha sicuramente contribuito a rendere palese questa esigenza. I ricordi diventavano sempre più istantanee di vita così immediate e reali da sembrare appena avvenute con una freschezza di linguaggio intercalato al dialetto. E così emergeva la dura vita nei campi della Bassa ferrarese, gli echi di guerra, l’emigrazione in Piemonte e le fatiche nell’affrontare un mondo che stava velocemente cambiando.
Ma sopra a tutto emergeva l’incontro con colui che sarebbe stato l’unico e grande amore della sua vita. E così ho pensato che tutto ciò non poteva rimanere chiuso in un cassetto. Era la testimonianza vivente della semplicità e della forza nei passaggi epocali della storia del nostro Paese dagli anni Trenta ad oggi.

Come hai ricostruito la storia della tua famiglia?

Attraverso i ricordi di mia madre ho ricostruito un ordine cronologico dei fatti costruendo una struttura narrativa che potesse collegarli in modo organico. Ho anche approfondito alcuni temi attraverso ricerche mirate. Ad esempio: la storia delle bonifiche ferraresi iniziate a fine ‘800 (prima c’erano solo paludi), l’ origine del nome del paese di Jolanda di Savoia dove mia madre è vissuta (e io sono nata), le modalità di coltivazione della canapa, alcune tradizioni (i cappelletti, la scopa per traverso dinnanzi alla giovane sposa), le rivalità tra Ferrara e Bologna attraverso le maschere di Fasulin e Sandron.
Ho quindi selezionato delle fotografie che potessero accompagnare alcuni degli argomenti emersi dai ricordi.

Quello che viene fuori è uno spaccato dell’Italia, soprattutto del dopo guerra, in due zone del Paese non lontane ma estremamente diverse. Com’era il ferrarese di quegli anni?

Il ferrarese degli anni Trenta aveva visto l’afflusso di intere famiglie di contadini venuti a lavorare quelle terre della Bassa che era stata bonificata pochi decenni prima.
A loro venivano assegnati casolari sparsi in borgate che nascevano di volta in volta.
Ancora negli anni Quaranta niente luce né acqua potabile. Questa veniva consegnata a cadenza dall’acquariol che arrivava con una botte su un carro trainato da vecchi buoi. Si coltivavano grano, mais, canapa e lino. Più avanti la barbabietola da zucchero (sorsero infatti molti zuccherifici).
La vita era scandita dal ritmo delle stagioni, delle coltivazioni e della cura degli animali.
A scuola le bambine non arrivavano quasi mai a finire la scuola elementare. Bastava che sapessero fare la loro firma: per il resto c’era da lavorare in casa e nei campi ed era in arrivo la guerra.
Ma nonostante tutto si creavano sempre occasioni per fare festa. Il ballo al palchetto era di rito con tango, polka e mazurka. Un’occasione di incontro per i giovani e per la nascita degli amori. Ed è proprio all’ombra dei tigli nel Giardino dei tigli che è nata la grande storia d’amore di Bianca e Euro.

La Torino che incontriamo è invece quella della grande immigrazione. Che città trovarono i tuoi genitori?

I miei genitori arrivarono in Piemonte nel 1956 in una zona periferica tra Torino e Grugliasco.
La prima. abitazione fu in una casa di ringhiera. Le difficoltà stavano soprattutto nel capirsi. Loro parlavano italiano e gli altri rispondevano in dialetto. Le abitudini erano molto diverse ma non c’erano problemi di lavoro. Anzi ben presto mio padre trovò posto alla Fiat come collaudatore di veicoli industriali e mia madre riprese a cucire potendosi permettere finalmente una macchina da cucire
Fu possibile cambiare casa spostandoci quasi in Centro a Torino e un passo alla volta le cose migliorarono. Erano in effetti anni di forte immigrazione. Io ricordo i doppi turni a scuola e mia madre ricorda le mamme che fuori dalla scuola parlavano ciascuna il suo dialetto ma poi riuscivano in qualche modo a capirsi.

Il personaggio di Bianca è quello di una donna forte e dolce allo stesso tempo. Ce lo racconti a grandi linee?

Bianca è una figura femminile semplice e genuina come la terra in cui è nata ma è anche curiosa, tenace, determinata e molto paziente. A lei sarebbe piaciuto continuare ad andare a scuola ma, come abbiamo visto, quelli erano tempi difficili per l’istruzione delle bambine. Comunque lei aveva una grande passione oltre al grande amore per Euro. Voleva diventare sarta. Non sentiva di appartenere al mondo della campagna perciò, pur con timori comprensibili, seguí Euro nella scelta di cambiare vita. Ecco, direi che possiamo vederla come una giovane pioniera che affronta fatiche e difficoltà ma con delicatezza e pazienza coltiva anche le sue passioni (oltre al cucito anche il ballo), si prende cura della famiglia e stabilisce buoni rapporti con tutti: un’eroina del nostro quotidiano vivere.



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