A mano aperta, intervista con Paolo Toso

Torino, Falchera. Uno dei quartieri difficili e periferici della città. E’ questo il teatro del romanzo A mano aperta di Paolo Toso, Scritturapura. Nel quartiere c’è una comunità in cui lavorano e si riabilitano ex carcerati. Funziona bene, l’ideatore è conosciuto e rispettato. Una giovane praticante legale viene però aggredita ed uno dei ragazzi ospiti viene fermato.

Il Pm Alvise Sacco ha 48 ore di tempo per chiedere la conferma dell’arresto ma qualcosa non quadra ed il giovane fermato non è per nulla collaborativo. Paolo Toso sviluppa nel romanzo alcuni temi fondamentali legati al funzionamento della giustizia in Italia, dando al suo giallo toni di approfondimento sociale niente male. Trovate qui la recensione completa del libro.

Paolo Toso, quella che ci presenti è una storia strettamente legata alla periferia. Come è nato il racconto?

Cercavo un posto che esprimesse l’idea della zona di confine tra la città, dove operano coloro che sono inseriti appieno nella vita sociale, ed il margine, ove qualcuno che ne è stato estromesso – come il ragazzo protagonista del racconto – cerca di reinserirsi.
Un amico mi ha portato alla Falchera, d’autunno, in un giorno di pioggia. Era il posto giusto ove immaginare l’esistenza di una comunità che cercava di “riportare in città”, reinserire nella vita economico-sociale (in questo caso nel mercato di Porta Palazzo) persone con un passato a causa del quale erano stati tagliati fuori.

Intorno al giallo che fa da guida alla vicenda tocchi diversi temi fondamentali. Su tutti la dicotomia tra giustizia e legalità, che non sempre combaciano. Come deve comportarsi un magistrato?

E’ un tema che mi ha appassionato sin da giovane, quando scelsi l’obiezione di coscienza al servizio militare. Un magistrato deve applicare la legge, non può anteporre sé stesso e le proprie convinzioni alle regole decise dal parlamento. Ma ha tra i suoi compiti anche quello di intervenire quando rileva che una legge non è conforme alla Costituzione. In quel caso può sospenderne l’applicazione e chiedere alla Corte Costituzionale di valutare se abrogarla. Poi, nella sua vita privata, ogni magistrato può fare, come ogni altro cittadino, personali scelte di legalità. Molti di noi ad esempio incontrano gli studenti, c’è una grande domanda di legalità tra i ragazzi.

Altro tema centrale, che ci porta ad uno dei gravi problemi della nostra Giustizia, è il ritardo dei processi. Come si può risolvere questa falla enorme?

Il tema è davvero enorme, e la soluzione non può venire dai magistrati. Gli indicatori europei pongono indiscutibilmente la magistratura italiana a livelli molto elevati di produttività. Il problema è strutturale. Mancano risorse: magistrati, cancellieri, uffici, hardware e software. Uno dei protagonisti del mio romanzo, il PM Sacco, dopo avercela messa tutta per anni, si rende conto che i suoi sforzi sono stati in gran parte resi vani da un sistema in piena crisi. E’ il senso di frustrazione che coglie molti di noi: si cerca di restituire piccole verità, si finisce spesso per lasciare solo dubbi, perché quel sistema non è in grado di scrivere la parola fine alle storie ricostruite nei processi.

Teatro della vicenda è una comunità di recupero per ex detenuti. Quanto è difficile in Italia applicare il precetto previsto dalla costituzione che il carcere sia riabilitativo?

Anche qui il problema attiene alle scelte politiche; il carcere è un luogo su cui bisogna investire, e chiaramente sinora così non è stato. Le pene, tutte le pene, non solo il carcere, dovrebbero essere riabilitative. Sento troppo spesso ancora intendere la pena come vendetta, si sentono commenti in cui ci si lamenta della ritenuta esiguità delle pene come un’offesa, un ulteriore danno alle vittime. La sanzione non è il risarcimento del dolore.

Torniamo alla Falchera. E’ uno spazio che conosci bene?

Conoscere bene significa per me “praticare”: ci sono stato poche volte, per poter dire di conoscerla bene. Una volta, diversi anni fa, ci andai nel corso di un’indagine e da allora – come oggi – mi immagino come doveva essere alla fine degli anni 50 e durante gli anni 60. Da quando è uscito il romanzo in molti mi hanno raccontato storie di quel quartiere, alcune di “banditi gentili” come uno di quelli di cui ho raccontato.

Abbiamo fin qui toccato temi molto tosti ma proviamo a chiudere con leggerezza. Immagina una trasposizione cinematografica del tuo romanzo. Quali attori ti piacerebbe interpretassero i tuoi personaggi?

Molti mi hanno rivolto questa domanda, e molti sostengono che i miei romanzi sono “cinematografici”. Non so se sia vero, non me ne intendo. Ribaltando un po’ la domanda, rispondo che mi piacerebbe molto se un regista torinese mi chiedesse di immaginare con lui le mie storie ed i miei personaggi e mescolarli alle sue immagini.



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