Seguici su

CulturaIntervistePiemonte

QuindiciDiciotto, come e perchè raccontare la Grande Guerra

L’intervista con i curatori della raccolta

Gabriele Farina

Pubblicato

il

TORINO – Chi scrive ha 50 anni, ha avuto nonni che hanno partecipato loro malgrado alla Seconda Guerra Mondiale e che gli hanno raccontato (poco, per la verità) sensazioni e orrori di quegli anni. Sento quindi piuttosto vicino e presente quell’evento, ho presente la tragedia e l’irrazionalità di quella guerra, la violenza e l’ingiustizia, la follia.

Non così per la Grande Guerra, che sento invece come un evento lontano, che fà più parte della Storia che non della Vita. Temo che questa lontanza, ribaltata sulla generazione successiva, quella dei miei figli (che non hanno avuto nonni coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale così come io non ho avuto nonni coinvolti nella Prima) sia uno dei motivi per cui la nuova generazione sta perdendo il contatto con quel pezzo di Storia e stia subendo (o sia spesso protagonista) del ritorno di ideali che davamo per assodato fossero sconfitti.

Ecco perchè ritengo fondamentale la lettura di libri che raccontino la Storia del ‘900, per non perdere la memoria, perchè il ricordo non diventi “Storia lontana”. Così questo QuindiciDiciotto – Racconti della Grande Guerra, Neos Edizioni, mi ha aperto scorci di irrazionalità che conoscevo ma che è bene rinfrescare, oltre a farmi scoprire dettagli di cui non ero colpevolmente a conoscenza (la chiamata degli “scemi di Guerra” per quella che sarebbe stata la disfatta di Caporetto su tutti).

L’intervista con i curatori Marco Gaglione e Grazia Poggio

Perchè una raccolta di racconti che parla della Grande Guerra?

Perché, volenti o nolenti, stiamo assistendo ad una ripetizione delle stesse dialettiche di allora: la necessità di difendersi da un nemico con una corsa agli armamenti, la narrazione che contrappone buoni a cattivi riducendo tutto ad un semplice bianco/nero senza sfumature o possibilità di confronto civile e, non, ultimo un muro contro muro che non sembra voler prendere in considerazione trattative per la Pace.

Quanto è importante conoscere questo momento della Storia d’Italia e perchè?

L’italiano è nato in trincea, lì dove i fanti di ogni regione, città o paese erano stati mandati a conoscere il fango e la malattia. Ognuno di loro portava il suo dialetto e c’era la necessità di una lingua comune per potersi capire almeno un minimo, non dimentichiamo che molti di quei poveri uomini erano analfabeti e non avevano potuto, per scarsità di mezzi economici, farsi una minima cultura. La Grande Guerra è stata un catalizzatore di questo processo di unificazione in atto dal Risorgimento e, data la mobilitazione su vasta scala, ne è stata un accelerante straordinario. Non dimentichiamo poi che l’assenza di così tanti uomini dal lavoro ha portato ad un aumento del numero di donne impegnate, dando loro coscienza di quanto fossero altrettanto capaci. Insomma è un periodo da cui avremmo potuto, e dovuto, imparare di più.

Quali sono i temi che gli autori hanno voluto toccare?

In quasi tutti i racconti emerge la sofferenza, talvolta l’incapacità di capire, ma la possibilità di immedesimarsi in chi è stato coinvolto nel conflitto, non solo i soldato ma anche la gente comune, chi era “rimasto” a casa e la guerra la vedeva sui bollettini diramati, annacquata e censurata, ma vedeva chiaramente l’assenza di chi non tornava.

Sono comunque storie di persone. Sono sempre le storie dei singoli che compongono la Storia del mondo?

Sì e, nello stesso momento, no. Nei libri di storia, il singolo troverà spazio difficilmente, a meno che non si tratti di un generale, di un alto ufficiale ideatore di un piano brillante o tatticamente ineccepibile o di un capo di stato, potrebbe apparire un breve su un “Eroe di Guerra”, soprattutto se l’atto eroico lo ha spinto molto oltre la normalità della massa. Ma la Storia dei libri scolastici è un concentrato, concepito per necessità: ogni singolo fante, ogni donna che portava cibo o munizioni o che lavorava in fabbrica o nei campi, ogni bambino, ha contribuito a quella storia, che lo volesse o meno, intrecciando nel racconto collettivo la propria parte, ed è anche e soprattutto su questo che dovremmo concentrarci.

Data per scontata l’illogicità di qualsiasi guerra, qual è la principale insensatezza della Prima Guerra Mondiale?

La stessa di qualsiasi guerra; parafrasando “La guerra di Piero” di De Andrè, si riduce tutto a “ma la divisa di un altro colore”, qualcuno ha detto che l’altro era il nemico, lo ha disumanizzato con la propaganda, lo ha reso non più un mio simile ma un mostro che ho il dovere di uccidere… ed ogni sacrificio è giusto e sacrosanto, finchè è fatto da chi è al fronte, anche morire senza un motivo. Ricordo un diario di guerra austriaco, letto tanti anni fa, in cui l’autore si interrogava sul senso di quella carneficina e non trovava altra giustificazione che l’obbedienza: tutti, da entrambi i lati del fronte, obbedivano, non se ne poteva fare una colpa perché era sempre stato così, e così morivano perché c’era da prendere una collina, un ponte, una strada, luoghi che, in pochi minuti, potevano semplicemente svanire nello sfoggio del potere livellante dell’artiglieria. Forse è proprio nella frase “La guerra per porre fine alla guerra” (the war to end war) di H. G. Wells che si può comprendere tutto, nata per giustificare la necessità della guerra e finita per evidenziarne con cinismo l’inutilità.

Nella raccolta ci sono anche alcune notevoli tavole di disegnatori. Come sono entrate nel progetto?

Abbiamo sempre apprezzato la bellezza del disegno e la sua immediatezza, complice anche il tratto di Santino. In questo caso, grazie alla “correità” di uno dei nostri amici della biblioteca, abbiamo avuto la possibilità di rivolgerci ad alcuni illustratori partecipanti al Lucca Comics&Games che ci hanno fatto dono delle loro tavole. Sono lavori di grandissimo e pregio ed un enorme valore aggiunto, oltre ad essere un altro veicolo per la tematica trattata.

Chi vorreste che leggesse questi racconti?

Sarebbe facile dire “i giovani”, ma dico “Tutti”, soprattutto in un Paese come il nostro, che sembra curarsi poco la memoria del passato: usarlo sì, rifletterci sopra decisamente molto meno… E non è un problema dei “giovani” ma di tutti noi.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI

Iscriviti al canale Quotidiano Piemontese su WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

E tu cosa ne pensi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *