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Non solo AI, ma coscienze artificiali: riflessioni e prospettive di evoluzione alla Biennale Tecnologia di Torino
Coesistenza con robot dotati di una propria coscienza, il tema approfondito del neuroscienziato Giorgio Vallortigara
TORINO – L’edizione di quest’anno della Biennale Tecnologia si muove attorno a una parola tanto ambiziosa quanto complessa: “Soluzioni”. Ma come si indirizza lo sviluppo tecnologico verso una crescita che sia autenticamente comune e umana? A questa domanda, il celebre neuroscienziato Giorgio Vallortigara ha risposto offrendo una profonda prospettiva evolutiva.
Al centro dell’intervento, il divario tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale, e il grande, quasi inquietante interrogativo etico: è possibile, e soprattutto auspicabile, una coesistenza con robot dotati di una propria coscienza?
L’illusione della competenza: Intelligenza contro Coscienza
Il punto di partenza dell’analisi di Vallortigara è una distinzione lessicale ed epistemologica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico: l’intelligenza non coincide con la coscienza. Se per intelligenza s’intende la capacità di riconoscere schemi e risolvere problemi (un campo in cui gli attuali strumenti informatici eccellono in modo formidabile), la coscienza, al contrario, è il “sentire”, è l’esperienza soggettiva, intima e percettiva. La vera soglia critica nello sviluppo dell’IA, dunque, non risiede nella potenza computazionale, ma nell’assenza di un vissuto.
Per comprendere questo limite invalicabile si fa riferimento al celebre esperimento mentale della “Stanza Cinese” del filosofo John Searle. Una macchina può manipolare input e output in modo perfetto, simulando una conversazione in cinese fluida, ma resta intrappolata in un sistema puramente didattico e sintattico. Manca la comprensione profonda di ciò che sta elaborando. Manca, in sintesi, il significato.
Gli attuali Large Language Models (LLM) operano esattamente su questo piano, ovvero captano dati ed emettono risposte statisticamente coerenti, ma restano per ora dei semplici strumenti, privi di qualsivoglia consapevolezza del contesto in cui operano.
La radice del significato: Il Corpo
Da dove scaturisce, dunque, il significato per noi esseri biologici? La risposta si trova nella neurologia e, soprattutto, nel corpo.
Fin dagli anni ’80, la scienza ha individuato i cosiddetti bug detector e feature detector, reti neurali caratterizzate da un’organizzazione geometrica perfetta che ci permettono di captare i “marcatori di significato”, ovvero quegli elementi che rendono il mondo a noi riconoscibile.
Noi organismi biologici deduciamo informazioni da segnali esterni e mettiamo in relazione le informazioni in base a ciò che accade dentro e attorno alla nostra fisicità. Il nostro cervello è frutto di un’evoluzione lenta e stratificata che impone vincoli precisi: attenzione limitata, bisogno di coerenza, radicamento emotivo e sociale. È un sistema chiuso dal punto di vista della causalità, un sistema che si autosostenta, intimamente legato al fenomeno della “finitudine“. Le macchine, al contrario, non invecchiano e non si autogestiscono in senso biologico; esistono solo in quanto modellate e sistemate dall’esterno.
Vogliamo davvero costruire nuove coscienze?
In un’ottica di potenziale fusione tra il sistema umano e quello meccanico, l’IA dovrà necessariamente rispettare i limiti della nostra mente, preservando il nostro pensiero critico, la nostra responsabilità e la nostra libertà decisionale. Ma se volessimo spingerci oltre e costruire un’autentica “coscienza artificiale”, la logica scientifica suggerisce che dovremmo riprodurre le esatte condizioni proprie di un organismo biologico, compresa la sua finitudine.
Qui la riflessione di Vallortigara si fa acutamente critica e ci pone di fronte a un bivio etico monumentale. Creare macchine coscienti significherebbe generare nuove forme di vita, di esistenza e, potenzialmente, di emozionalità. Ma l’altro lato della medaglia è drammatico, poiché ogni nuova entità cosciente aumenterebbe in modo incalcolabile il carico morale del pianeta. Se una macchina può sentire, allora può anche soffrire e reagire agli impulsi.
Prima di domandarci se saremo in grado di trasformare i nostri strumenti in entità coscienti, l’umanità dovrebbe fermarsi a riflettere se si voglia davvero “costruire” la coscienza al di fuori di noi. Oppure il vero progresso consiste nel mantenere la tecnologia al suo posto, come uno strumento straordinario al servizio di un’unica, insostituibile coscienza umana?
Forse però oggi è già troppo tardi anche per cercare risposte moralmente adeguate a queste domande, data la velocità di evoluzione scientifica a cui stiamo assistendo.
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