CronacaTorino
Torino, la procura chiede 10 anni per Ferrara, il boss di CioccolaTò e dei mercatini natalizi: sistema violento con metodo mafioso
Secondo l’accusa, Ferrara avrebbe costruito negli anni un sistema basato su intimidazioni, violenze e presunti legami con ambienti della ‘Ndrangheta.
TORINO – A Torino torna sotto i riflettori giudiziari la figura di Francesco Ferrara, imprenditore noto nel settore dello street food e per l’organizzazione di eventi cittadini come CioccolaTò e i mercatini natalizi. Per lui, la procura ha chiesto una condanna a dieci anni di reclusione e 30mila euro di multa, al termine della requisitoria pronunciata oggi, 20 aprile, dalla sostituta procuratrice Manuela Pedrotta.
Il “metodo Ferrara” sotto accusa
Secondo l’accusa, Ferrara avrebbe costruito negli anni un sistema basato su intimidazioni, violenze e presunti legami con ambienti della ‘Ndrangheta. Nella lunga requisitoria, il pubblico ministero ha delineato quello che ha definito il “metodo Ferrara”: minacce reiterate, aggressioni fisiche e pressioni costanti su collaboratori, creditori e debitori.
Un sistema che, sempre secondo la procura, si sarebbe retto anche su una rete di complici pronti a intervenire per “risolvere” controversie economiche con la forza. Non a caso, tra i reati contestati figurano estorsione, lesioni, sequestro di persona e violenza privata, tutti aggravati dal metodo mafioso.
Le richieste di condanna
Oltre a Ferrara, la procura ha avanzato richieste di condanna anche per altri imputati ritenuti parte del presunto sistema:
- 7 anni di carcere e 20mila euro di multa per Paolo Madoglio
- 4 anni e 14mila euro di multa per Rocco Natale Romeo
- 1 anno ciascuno per Francesco Onofrio e Felice Curcio
Altri soggetti erano già stati condannati in primo grado con rito abbreviato.
Le accuse: violenze e intimidazioni
L’inchiesta ha preso avvio dalla denuncia di un ex collaboratore che reclamava un credito di circa 30mila euro. L’uomo sarebbe stato aggredito brutalmente da persone riconducibili a Ferrara. Episodi simili emergono anche da altre testimonianze: chi tentava di rivolgersi ad avvocati o forze dell’ordine veniva, secondo l’accusa, picchiato e intimidito.
In aula sono stati letti anche messaggi e intercettazioni che, per la procura, dimostrerebbero il clima di violenza. In uno di questi, si fa riferimento a “Caterina”, nome che – secondo gli inquirenti – indicava una pistola nella disponibilità dell’imprenditore, talvolta prestata ai suoi collaboratori.
Il soprannome e i presunti legami
“Chiediamoci perché lo chiamavano ‘Ndranga’”, ha sottolineato Pedrotta, evidenziando presunte frequentazioni con esponenti della criminalità organizzata. Un soprannome che, per l’accusa, non sarebbe casuale ma indicativo di rapporti coltivati nel tempo.
La difesa: “Solo parole, non violenza”
Ferrara ha respinto le accuse, descrivendosi come una persona rozza ma non violenta. In aula ha sostenuto che le frasi intercettate fossero semplicemente espressioni volgari, frutto di un basso livello culturale: “Erano stupidaggini, il nostro modo di parlare”.
Una linea difensiva che punta a ridimensionare il contenuto delle conversazioni e a negare l’esistenza di un sistema organizzato di violenza.
Un processo ancora aperto
Il procedimento è tutt’altro che concluso. Le difese – tra cui gli avvocati Giuseppe Del Sorbo, Demetrio La Cava e Manuel Perga – avranno modo di intervenire nella prossima udienza, già fissata per la fine di aprile.
Nel frattempo, resta al centro del dibattito giudiziario la figura di Ferrara: da imprenditore di successo e volto noto degli eventi torinesi a imputato principale in un processo che potrebbe ridisegnare la sua immagine pubblica.
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