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Cosa sono le misteriose casette di viale Thovez a Torino?

Sulla collina di Torino esistono piccole strutture in legno che sembrano fuori dal tempo: ecco cosa sono davvero le “sentinelle” di viale Thovez.

Gabriele Farina

Pubblicato

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TORINO – Cosa sono davvero le misteriose casette di viale Thovez a Torino? Sulla collina di Torino, lontano dal traffico del centro e immerso in un paesaggio fatto di ville eleganti e strade silenziose, esistono piccoli edifici in legno che sembrano osservare chi passa.
Sono le cosiddette “Sentinelle di viale Thovez”, strutture discrete ma cariche di fascino, che da oltre un secolo punteggiano questo tratto di città.

Chi le nota per la prima volta ha spesso la stessa impressione: non sembrano appartenere al presente.

Un dettaglio che sfugge (ma resta impresso)

Le immagini raccontano bene la scena: una strada in salita, auto parcheggiate, cancelli e villette della borghesia torinese. E poi, quasi ai margini del campo visivo, queste costruzioni in legno scuro, decorate con motivi geometrici, finestre strette e tetti sporgenti.

Non sono grandi. Non sono monumentali.
Eppure attirano lo sguardo.

Hanno qualcosa di ambiguo: non sono semplici casotti, ma nemmeno edifici abitativi.
Sembrano piuttosto presidi, piccoli avamposti urbani. Da qui il nome “sentinelle”, nato più dall’immaginazione collettiva che da una definizione ufficiale.

Torino, inizio Novecento: quando anche la tecnica era bella

Per capire davvero queste strutture bisogna fare un passo indietro, tra fine Ottocento e primi del Novecento.

È il periodo in cui Torino si trasforma rapidamente:

  • si espande verso la collina
  • si dota di nuove infrastrutture
  • integra elettricità, gas e servizi moderni nelle abitazioni

Le zone collinari, come quella di viale Thovez, diventano quartieri residenziali di pregio, abitati da una borghesia che pretende comfort, ma anche estetica.

E qui entra in gioco un elemento chiave: all’epoca, anche ciò che oggi definiremmo “tecnico” veniva progettato con attenzione architettonica.

Le cabine di servizio — per energia, impianti o distribuzione — non erano scatole anonime.
Venivano disegnate in armonia con il contesto.

Le “sentinelle” sembrano essere proprio questo: piccole architetture funzionali, vestite di stile liberty.

A cosa servivano davvero?

Le due casette segnavano l’ingresso alla strada che conduceva a Villa Quiete, già Vigna Righini. Una sorta di portale in stile liberty per introdurre le magnificienze della villa.

Nel 1738 questa vigna era stata acquistata da uno dei più famosi musicisti torinesi, Giovanni Antonio Giay, che l’aveva pagata 6500 lire e l’aveva rivenduta nel 1754 al Righini per 7300 lire.

E’ ancora possibile vedere dall’ingresso i resti di un ninfeo, una rotonda semicircolare in mattoni a vista delimitata da tempietti nella quale terminava il “delizioso giardino”, costruito con l’evidente intenzione di imitare i giardini delle ricche vigne con cui confinava, l’Agliè e la Pallavicino.
Nella parte destinata a rustico sono ancora evidenti i particolari architettonici neogotici della seconda metà dell’800.

Nell’800 la proprietà passò alla famiglia Polliotti e poi, nel 1875, a Clementina Balbo di Vinadio che alla fine dell’800 la mise all’asta con i terreni, il mobilio, molte suppellettili e quadri di valore. La storia della Vigna la trovate su MuseoTorino.

Le due torrette erano quindi l’ingresso alla strada che portava alla villa, tanto che è probabile ci fosse una cancellata poi scomparsa. Tuttavia è anche plausibile che le strutture contenessero proprio le strutture tecniche di gestione corrente elettrica o gas di cui parlavamo nei paragrafi precedenti e non fosero solo un portale di rappresentanza.

Il fascino dell’inutile (oggi)

Col passare del tempo, la loro funzione è venuta meno.
Le reti si sono evolute, gli impianti sono stati aggiornati, e queste strutture sono rimaste lì — immobili.

Oggi appaiono consumate, trascurate, circondate da elementi moderni che ne accentuano il contrasto

E proprio questo le rende interessanti.

Sono diventate oggetti fuori contesto, quasi installazioni involontarie in un paesaggio urbano contemporaneo.

Un patrimonio invisibile

Torino è una città abituata a raccontarsi attraverso i grandi simboli: piazze barocche, palazzi sabaudi, musei, viali alberati.

Ma esiste una seconda narrazione, più discreta, quella fatta di dettagli minori, elementi funzionali, architetture dimenticate.

Le “sentinelle” appartengono a questa categoria.

Non hanno:

  • targhe
  • vincoli evidenti
  • percorsi turistici dedicati

Eppure sono testimoni preziosi di un’epoca in cui la città veniva progettata come un insieme coerente, dove anche una cabina tecnica doveva avere dignità estetica.

Perché oggi potrebbero diventare virali

C’è un motivo se sempre più persone si fermano a fotografarle.

Le “sentinelle” funzionano perfettamente nel linguaggio contemporaneo:

  • sono misteriose
  • hanno un’estetica riconoscibile
  • generano domande (“cosa sono?”)
  • si prestano a contenuti social e storytelling

In un’epoca in cui il pubblico cerca luoghi insoliti e storie poco note, rappresentano un esempio ideale di “Torino nascosta”.

La città che osserva sé stessa

Forse il nome “sentinelle” è più appropriato oggi che in passato.

Non controllano più impianti o servizi.
Non regolano più flussi di energia.

Ma continuano a osservare.

Osservano una città cambiata, più veloce, più distratta.
E restano lì, silenziose, a ricordare un tempo in cui anche le cose più utili venivano costruite per durare — e per essere belle.

Conclusione

Passeggiare in viale Thovez senza notarle è facile.
Dimenticarle, una volta viste, è molto più difficile.

Le “sentinelle” non chiedono attenzione.
Non si impongono.

Ma raccontano una storia che vale la pena ascoltare: quella di una Torino che sapeva nascondere la sua modernità dentro piccoli capolavori di legno.

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