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Valentina Dattilo

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MONCALIERI – Nuova dimostrazione di Extinction Rebellion che sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, ha realizzato l’enorme scritta “No Data Center”. L’edificio, infatti, è al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”.

La protesta

Al centro della protesta, come spiegano gli attivisti, ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi.

A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano.

Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra.

«Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide».

«Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio.

Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, ha ammesso che le rinnovabili non basteranno e ha annunciato che chiederà al governo di escludere i consumi dei data center dal calcolo degli obiettivi di decarbonizzazione.

Durante un convegno all’Ordine degli Avvocati di Torino ha poi dichiarato che per alimentarli «è imprescindibile pensare all’energia nucleare». «Le scelte del governo e della Regione sono surreali: prima creano il problema, poi impongono una soluzione che ne genera un altro, ancora più grave, spacciandola per inevitabile», replica Extinction Rebellion.

Il progetto del più grande data center di Italia ha già incontrato i primi ostacoli: a ottobre il sindaco di Moncalieri lo ha definito «non accoglibile», anche se il Comune ha tempo fino a fine mese per la decisione. Per questo la protesta è andata in scena proprio sullo stabilimento: mentre l’iter prosegue, la scritta resterà lì, visibile a tutti annunciano gli attivisti. Intanto i cittadini del posto hanno lanciato una raccolta firme per fermare il progetto.

La richiesta di Extinction Rebellion è netta: fermare il maxi data center, bonificare l’area e restituirla alla comunità. «Al posto di altro cemento e di una nuova struttura energivora, si avvii un percorso partecipato per rinaturalizzare l’area o destinarla all’emergenza abitativa», conclude il movimento.

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