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Curiosità Ambiente Torino

La storia della Capanna Regina Margherita, il rifugio costruito a 4.554 metri sul Monte Rosa

La capanna venne realizzata inizialmente a valle, quindi smontata in parti e trasportata verso la vetta

Gabriele Farina

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TORINO – A 4.554 metri di quota, sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, c’è un edificio che da più di un secolo rappresenta uno dei luoghi più straordinari delle Alpi. È la Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa e una delle strutture scientifiche permanenti più elevate del continente. Ma la sua storia comincia molto più in basso, a Torino, alla fine dell’Ottocento.

Per capire perché venne costruita lassù bisogna tornare al 14 luglio 1889, quando l’assemblea dei soci del Club Alpino Italiano di Torino deliberò la realizzazione di un rifugio ad alta quota. L’idea era ambiziosa: costruire una struttura sulla Punta Gnifetti, a un’altitudine che rendeva il trasporto dei materiali e ogni operazione di cantiere un’impresa eccezionale.

Non doveva essere soltanto un riparo per gli alpinisti. Fin dall’inizio il progetto aveva infatti una forte componente scientifica. La futura capanna avrebbe dovuto ospitare osservazioni e ricerche sulla meteorologia, sulla geologia, sulla glaciologia e soprattutto sulla fisiologia dell’uomo alle grandi altitudini. Era, in sostanza, un laboratorio scientifico costruito in uno dei luoghi più estremi raggiungibili dall’uomo alla fine dell’Ottocento.

Un progetto nato in Piemonte

Dietro il progetto c’era anche la famiglia Sella, una delle famiglie piemontesi più legate alla storia dell’alpinismo e del CAI.

Quintino Sella, statista e tra i fondatori del Club Alpino Italiano nel 1863, era morto nel 1884. A portare avanti l’idea della capanna fu soprattutto il nipote Gaudenzio Sella, che avrebbe avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del cantiere e nei successivi ampliamenti della struttura. La proposta venne formalizzata dalla Sezione di Biella del CAI nel 1888, prima della deliberazione torinese dell’anno successivo.

La scelta di dedicare la costruzione alla Regina Margherita di Savoia non fu casuale. La sovrana era una grande appassionata di montagna e aveva già mostrato interesse per l’alpinismo. Il suo coinvolgimento contribuì anche a dare al progetto una grande visibilità nazionale.

La costruzione venne finanziata attraverso una combinazione di contributi privati e pubblici. Secondo la ricostruzione storica di Mattia Sella, la regina Margherita e re Umberto contribuirono con 5.500 lire, il Duca degli Abruzzi con altre 5.000, mentre arrivarono fondi dal CAI, dai suoi soci e dai ministeri competenti.

Il cantiere più difficile: portare una casa a 4.554 metri

La parte più incredibile della storia comincia quando si passa dal progetto alla costruzione.

La capanna venne realizzata inizialmente a valle, quindi smontata in parti e trasportata verso la vetta. I materiali furono portati prima con i muli e poi attraverso una lunga catena di uomini che trasferivano i carichi a mano.

Il sistema utilizzato rende bene l’idea della fatica necessaria. Secondo la relazione di Gaudenzio Sella, gli operai trasportavano ciascuno il proprio carico per circa trenta o quaranta metri, per poi passarlo al compagno successivo. Un uomo dopo l’altro, lungo un percorso di alta montagna dove ogni movimento era complicato dalla quota, dal freddo e dalle condizioni del terreno.

Fu un lavoro talmente duro che in alcuni momenti gli operai arrivarono a minacciare di abbandonare il cantiere. Per convincerli a proseguire vennero aumentati i compensi.

Anche la protezione della struttura dai fulmini rappresentava un problema tutt’altro che secondario. A quelle quote la capanna sarebbe stata esposta alle scariche atmosferiche e venne quindi studiata una soluzione specifica. Alla fine si scelse di rivestire integralmente la struttura con lastre di rame, anziché utilizzare una rete di filo di ferro zincato inizialmente proposta.

Il costo complessivo della costruzione fu di 17.094 lire e 55 centesimi.

Il 18 agosto 1893 arriva la Regina

Dopo anni di progettazione e lavoro, arrivò il momento dell’inaugurazione.

Era il 18 agosto 1893 quando la Regina Margherita raggiunse la Punta Gnifetti. L’arrivo della sovrana trasformò l’inaugurazione in un evento nazionale, seguito da numerose personalità del mondo politico, scientifico e alpinistico.

La Regina venne accompagnata dalle guide di Gressoney e, secondo la ricostruzione storica, raggiunse la capanna trasportata su una slitta. A mezzogiorno in punto, come previsto dal programma, scese dalla slitta davanti alla nuova costruzione.

Quel giorno sulla vetta si incontrò una parte importante della classe dirigente e scientifica dell’Italia di fine Ottocento. Tra le firme lasciate nei documenti conservati dalla Fondazione Sella compaiono, tra gli altri, Alessandro, Gaudenzio e Alfonso Sella, Angelo Mosso, Vito Volterra e Guido Rey.

La presenza della regina non era soltanto simbolica. Margherita aveva sostenuto economicamente il progetto e la sua passione per la montagna era autentica.

La nuova costruzione divenne così contemporaneamente un rifugio alpino, un simbolo nazionale e un laboratorio scientifico.

Angelo Mosso e la scienza dell’alta quota

Tra le persone che contribuirono maggiormente a trasformare la Capanna Margherita in un luogo di ricerca ci fu Angelo Mosso, medico e fisiologo piemontese.

La capanna offriva una possibilità allora straordinaria: studiare direttamente gli effetti dell’altitudine sul corpo umano.

Le ricerche condotte in alta quota riguardarono, tra gli altri aspetti, la respirazione e le reazioni dell’organismo alle condizioni estreme. Gli studi di Mosso contribuirono allo sviluppo della medicina d’alta quota e alla comprensione dei disturbi legati alla permanenza a grandi altitudini.

Gli spazi della capanna, però, erano molto limitati. Per questo nel 1907 venne inaugurato l’Istituto Mosso, costruito più in basso, al Col d’Olen, a circa 2.900 metri di quota.

La storia della Margherita dimostrava così che quella costruzione non era nata soltanto per permettere agli alpinisti di dormire sul Monte Rosa: era diventata un vero punto di osservazione privilegiato sulla montagna e sull’uomo.

La capanna originale non esiste più

Uno degli aspetti meno conosciuti della storia è che la Capanna Margherita che vediamo oggi non è quella inaugurata dalla regina nel 1893.

La struttura originale venne demolita nel 1979. L’anno successivo, il 20 agosto 1980, venne inaugurato il nuovo rifugio-laboratorio, quello che si trova oggi sulla Punta Gnifetti.

Il nuovo edificio conserva però la funzione che aveva reso speciale il progetto ottocentesco: è contemporaneamente un rifugio per gli alpinisti e un luogo destinato alla ricerca e all’osservazione scientifica.

Oggi dispone di 70 posti letto, mentre il locale invernale ne offre 12.

La biblioteca più alta d’Europa

Tra le curiosità della Capanna c’è anche una biblioteca.

Dal 2004, grazie alla Commissione “Italo Grassi” della Sezione CAI di Varallo Sesia, nella struttura è presente una piccola raccolta di libri destinata agli alpinisti. La biblioteca è considerata la più alta d’Europa. Nel corso degli anni la raccolta è cresciuta grazie alle donazioni, arrivando a comprendere centinaia di volumi e pubblicazioni.

È un dettaglio quasi sorprendente: a oltre quattromila metri, accanto alle attrezzature per affrontare il ghiaccio e l’alta quota, c’è anche un piccolo spazio dedicato alla lettura.

La stazione meteorologica più alta d’Europa

La vocazione scientifica della Margherita non appartiene soltanto al passato.

Dal 2000 la struttura ospita una stazione meteorologica che registra parametri come temperatura, radiazione solare e velocità del vento. I dati vengono utilizzati per le previsioni meteorologiche e per gli studi climatici.

È uno dei motivi per cui la Capanna continua a rappresentare un punto di osservazione privilegiato sui cambiamenti che stanno interessando l’alta montagna.

La sua posizione, infatti, permette di raccogliere dati direttamente in un ambiente estremamente sensibile alle variazioni delle condizioni climatiche.

Un edificio che osserva il cambiamento climatico

C’è un ultimo capitolo che rende la storia della Capanna Margherita particolarmente attuale.

La struttura costruita nel 1980 deve oggi fare i conti con condizioni ambientali diverse da quelle del passato. Il riscaldamento delle alte quote e le trasformazioni del terreno legate anche al possibile scongelamento del permafrost possono avere conseguenze sulla stabilità delle strutture costruite in alta montagna.

Il tema è stato affrontato anche dal CAI nel 2026, con studi dedicati al consolidamento della struttura, al monitoraggio del riscaldamento climatico e alle strategie di adattamento delle architetture d’alta quota.

È quasi un paradosso della storia della Margherita: nata alla fine dell’Ottocento anche per studiare la montagna, oggi è a sua volta una struttura da studiare per capire come la montagna sta cambiando.

Da Torino alla Punta Gnifetti

La storia della Capanna Regina Margherita è quindi molto più della storia di un rifugio.

È la storia di un’idea nata nel Piemonte di fine Ottocento e trasformata in realtà a 4.554 metri di quota. È la storia del CAI e della famiglia Sella, della passione della Regina Margherita per la montagna, degli operai che portarono a spalla materiali lungo la Punta Gnifetti, degli scienziati che trasformarono quella piccola costruzione in un laboratorio e degli alpinisti che ancora oggi raggiungono la vetta.

E soprattutto è la storia di una costruzione che, dopo essere stata smontata e ricostruita nel corso del Novecento, continua a svolgere una funzione che era già stata immaginata dai suoi ideatori: stare sulla montagna più estrema possibile per osservarla, studiarla e cercare di capire l’uomo che la attraversa.

A oltre 4.500 metri, la Capanna Regina Margherita continua così a essere non soltanto un rifugio, ma uno dei luoghi più particolari della storia dell’alpinismo e della scienza italiana.

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