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Il vermouth di Torino si prende la scena nella nuova serie Netflix “Monster: La storia di Lizzie Borden”

Nel settimo episodio compare una bottiglia di Vermouth di Torino

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TORINO – Al primo posto tra le serie più viste, Monster: La storia di Lizzie Borden è il nuovo capolavoro true crime di Ryan Murphy e Ian Brennan, che hanno già raccontato le terribili storie di Jeffrey Dahmer, i fratelli Menendez ed Ed Gein, proposto da Netflix .

Approdata sulla piattaforma il 17 settembre 2026, la serie antilogica questa volta si ispira a uno dei casi di cronaca nera più celebri della storia americana: quello di Lizzie Borden, interpretata da Ella Beatty, figlia di Warren Beatty e Annette Bening. Nel cast anche Vicky Krieps e Charlie Hunnam (che ha vestito anche i panni di Ed Gein).

Definito anche il primo vero caso mediatico della storia americana, la serie vede Lizzie Borden, intrappolata in una crudele famiglia dell’epoca vittoriana, uccidere i genitori a colpi d’ascia in un efferato duplice omicidio che sconvolge l’intera nazione il 4 agosto nel 1892.

Nella serie c’è anche un po’ di Torino

Agli spettatori più attenti, e che hanno “divorato” la serie, non sarà sfuggito il dettaglio nel settimo episodio. Qui Lizzie si prepara, con un po’ di aiuto da parte di una nota attrice di teatro, a quello che sarà, letteralmente, il processo del secolo. È in quei momenti – che di fatto rappresentano l’inizio della svolta giudiziaria per Lizzie – che sul tavolo di casa Borden compare inquadrata una bottiglia di Vermouth della fabbrica di Torino.

Non un semplice aperitivo, ma il risultato di secoli di sperimentazioni, incontri culturali e intuizioni geniali. Una storia che affonda le radici nell’antichità e che trova nel capoluogo piemontese il suo punto di svolta decisivo. In particolare, tra Seicento e Settecento, Torino, capitale sabauda e crocevia culturale tra Italia e Europa, sviluppa una vera e propria tradizione nella lavorazione di liquori e vini aromatizzati.

La data simbolo è il 1786. A Torino, il giovane liquorista Antonio Benedetto Carpano crea una nuova versione di vino aromatizzato: vino bianco di qualità, alcol per fortificarlo, zucchero per addolcirlo e una miscela segreta di erbe e spezie, con l’assenzio come ingrediente chiave.

La leggenda vuole che il suo vermouth piaccia talmente tanto alla corte sabauda da diventare una bevanda ufficiale del re.

Nel corso dell’Ottocento, il vermouth torinese si distingue sempre più rispetto ad altre varianti italiane ed europee. Nasce quello che i manuali dell’epoca definiscono “all’uso di Torino”: un prodotto più ricco, complesso e strutturato. Le sue caratteristiche principali: fortificazione con alcol, maggiore contenuto zuccherino, utilizzo sofisticato di botaniche aromatiche.

Questa formula si rivela vincente. Il vermouth piemontese supera rapidamente le altre produzioni, diventando un’eccellenza riconosciuta anche all’estero. A fine Ottocento, Torino è ormai la capitale mondiale del vermouth, con numerosi produttori e marchi destinati a entrare nella storia.

La vera storia dietro la serie Netflix

Lizzie Andrew Borden è stata una figura centrale della cronaca nera americana, celebre per l’accusa di aver massacrato a colpi d’ascia il padre e la matrigna nel 1892. Il suo caso sfociò in uno dei processi più famosi della storia giudiziaria statunitense, conclusosi con una inaspettata assoluzione.

Il contesto familiare e le tensioni

I Borden vivevano a Fall River in una casa modesta ma soffocante. Il nucleo familiare era composto dal capofamiglia Andrew Borden, dalla seconda moglie Abby, dalle figlie adulte Emma (42 anni) e Lizzie (32 anni), e dalla domestica di origini irlandesi Bridget Sullivan.

Nonostante l’immenso patrimonio accumulato da Andrew grazie a banche, terreni e fattorie, l’uomo era noto per un’avarizia patologica. Per evitare spese “inutili”, privò la casa del bagno e dell’acqua corrente, vendette la carrozza e si spingeva a vendere personalmente ai vicini persino le uova del proprio pollaio.

Questo clima estenuante alimentò risentimenti profondi. A cominciare dall’odio verso la matrigna. Lizzie, infatti, non aveva mai superato la perdita della madre biologica, Sarah, ed entrambe le sorelle mal tolleravano la presenza della matrigna Abby, rassegnate a una vita da zitelle recluse.

L’acrimonia toccò il culmine quando Andrew regalò un immobile alla sorella di Abby. Quando poi l’uomo uccise con le proprie mani i piccioni a cui Lizzie era legatissima (per ritorsione contro alcuni ladruncoli), la spaccatura divenne insanabile. Un episodio strano verificatosi poco tempo prima mostrò ulteriori crepe: a seguito di un furto in casa, Andrew sporse denuncia per poi ritirarla improvvisamente, affermando di conoscere l’identità del colpevole e di voler gestire la cosa da solo.

Il duplice omicidio

La mattina del 4 agosto 1892 pareva trascorrere normalmente. Emma era fuori città in visita a parenti, mentre il padre e il cognato John Morse erano usciti di casa. In casa restavano solo Abby, Lizzie e la domestica Bridget.

Ore 10:40: Andrew rientra e si sistema sul divano per leggere il giornale.

Ore 11:10: La domestica viene allarmata da un grido disperato di Lizzie, che dichiara di aver appena trovato il padre privo di vita e la manda a cercare aiuto.

Il medico di famiglia e una vicina accorsi sul posto perquisirono l’abitazione e fecero una seconda macabra scoperta: al piano superiore giaceva il corpo martoriato di Abby Borden. Entrambe le vittime erano state brutalmente sfigurate a colpi d’ascia.

Le indagini e i sospetti

L’autopsia rivelò un dettaglio fondamentale: Abby era stata uccisa circa un’ora prima del marito. La tesi di Lizzie – ovvero l’intrusione di un assassino sconosciuto – apparve subito poco credibile, poiché un estraneo difficilmente si sarebbe nascosto per un’ora all’interno dell’abitazione correndo il rischio di farsi scoprire.

Esclusa la domestica per mancanza di movente, i sospetti si concentrarono interamente su Lizzie, spinta da interessi ereditari e rancori personali. A rafforzare le accuse vennero riscontrati due indizi chiave:

  • Il ritrovamento in casa dell’arma del delitto, un’ascia accuratamente ripulita.
  • La testimonianza di chi vide Lizzie bruciare nei giorni seguenti un abito, presumibilmente quello indossato la mattina dei delitti e mai ritrovato dalla polizia.

Il processo e la clamorosa assoluzione

Durante il dibattimento, l’avvocato difensore George Robinson basò la strategia difensiva su due argomentazioni principali:

  • La violenza dei delitti: i 18 colpi inferti ad Abby e i 13 al marito richiedevano una forza fisica brutale, ritenuta inconciliabile con la natura di una donna.
  • La reputazione dell’imputata: Lizzie si dedicava al modellato in ceramica, insegnava catechismo ed era attiva in associazioni caritatevoli e religiose. La difesa sostenne che solo un “mostro” privo di morale avrebbe potuto compiere un simile gesto, descrizione non congrua con la sua condotta di vita.

La giuria accolse le tesi della difesa e pronunciò una sentenza di totale assoluzione.

Gli ultimi anni di Lizzie

Nonostante l’assoluzione, l’ombra del dubbio continuò a inseguire Lizzie Borden per tutta la vita. Tre anni dopo il processo tornò al centro delle cronache per il furto di due costose porcellane in una galleria d’arte di Providence; la questione fu insabbiata con un accordo privato dopo la sua confessione.

Ereditata l’enorme fortuna del padre, Lizzie condusse un’esistenza agiata fino alla morte, avvenuta nel 1927. Nel suo testamento dispose che i suoi beni venissero divisi tra parenti, amici e, in larga parte, la Lega per la protezione degli animali.

La casa, costruita nel 1845 e acquistata da Andrew Borden negli anni Settanta dell’Ottocento, è oggi diventata una vera e propria destinazione per gli appassionati di true crime. La proprietà funziona infatti come bed & breakfast e museo.

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