Piemonte terra di veleni. Troppe morti nelle zone inquinate. Ecco la conferma degli epidemiologi

Polveri nell’aria, acque velenose, suoli contaminati. L’elenco delle aree piemontesi colpite da inquinamento industriale è un triste rosario, che comprende vaste porzioni della nostra regione. Ci sono casi eclatanti, come quello di Casale Monferrato, dove il tumore ai polmoni causato dall’amianto uccide decine di persone ogni anno, o quello dell’area del Bormida, dove, per decenni dopo la chiusura dell’industria chimica Acna, i cittadini hanno continuato a patire gli effetti delle sostanze tossiche riversate nell’acqua del fiume. Il problema è sempre lo stesso: chiudere gli impianti non basta. Servirebbero bonifiche urgenti e progetti a lungo termine. Ma spesso i lavori si muovono a rilento, tra fondi che scarseggiano e lungaggini burocratiche. Recentemente uno studio epidemiologico nazionale coordinato dal Ministero della Salute ha esaminato i rapporti tra zone ad alto inquinamento e livelli anomali di mortalità. Emergono dati sconcertanti: dal ’95 al 2002 l’inquinamento ambientale in Italia potrebbe aver ucciso circa 10.000 persone. Anche la nostra Regione ha il suo bollettino di guerra.

La ricerca, denominata Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio ambientale) parte dall’analisi di alcune aree critiche dette Sin (Siti di Interesse Nazionale per la bonifica). Si tratta quasi sempre di zone di vecchia industrializzazione, pesantemente contaminate dagli impianti degli anni ’50-’70. In Piemonte i Sin sono ben cinque: c’è la zona di Balangero (To), per anni sede della più grande cava europea di estrazione e lavorazione dell’amianto; c’è Serravalle Scrivia (Al), dove la Ecolibarna trattava prodotti acidi; ci sono i comuni attorno a Pieve Vergonte (Vco) e quelli vicini a Saliceto (Cn) al confine con la Liguria, anch’essi interessati da grandi stabilimenti chimici. E poi, naturalmente, l’area di Casale Monferrato: un territorio vastissimo, che include una cinquantina di comuni. In queste zone critiche i ricercatori hanno studiato l’incidenza di 63 cause di mortalità nel periodo 1995-2002, cercando anche di stabilire una correlazione tra il tipo di inquinamento e il tipo di malattie più frequenti.

A Casale Monferrato i  dati lasciano senza parole: i morti di tumore alla pleura sono il 697% in più rispetto alle medie regionali, un’incidenza spaventosa che si può spiegare solo con la presenza massiccia dell’amianto. “Ogni anno a Casale – spiega Ennio Cadum, epidemiologo di Arpa Piemonte – muoiono tra le 50 e le 55 persone per mesotellioma pleurico, circa una alla settimana. E purtroppo siamo ancora nella fase crescente: per i prossimi 10 anni il fenomeno continuerà ad aumentare e ci vorrà mezzo secolo prima che l’emergenza rientri”. L’amianto miete vittime anche nei comuni di Balangero e Corio, dove nella popolazione maschile l’incidenza delle malattie respiratorie è del 55% in più rispetto alla media regionale: “Nella zona si trova una varietà di amianto, detta amianto azzurro, che ha minori probabilità di produrre il mesotellioma pleurico – spiega Cadum – Anche per questa ragione a Balangero il numero di tumori è più contenuto rispetto alla situazione di Casale. Ma parliamo comunque di numeri consistenti, impossibili da ignorare”. Alcune anomalie si segnalano anche a Pieve Vergonte, dove è documentata la presenza di Ddt nelle acque del Toce, e a Serravalle Scrivia, dove l’incidenza atipica di tumori allo stomaco potrebbe avere una correlazione con l’inquinamento da rifiuti chimici. Secondo l’epidemiologo “in entrambi i casi bisognerà condurre studi più approfonditi. In particolare a Serravalle ci stiamo occupando della frazione Fabbricone, perché lì si concentrano i danni prodotti dalla Ecolibarna”. In mezzo a tanto dolore c’è anche qualche piccola buona notizia. “In val Bormida, nell’area di Cengio e Saliceto – conclude Cadum – lo studio Sentieri non ha messo in luce situazioni particolarmente critiche. Questo naturalmente non significa che i danni non ci siano stati, ma che col tempo si stanno notevolmente attenuando. Dopo decenni di morte biologica, oggi nel Bormida sono tornati a vivere i pesci, grazie a un ottimo lavoro di bonifica portato avanti dalla Regione Piemonte”.