Il caso Musy e il diritto di cronaca: storie di cattivo giornalismo

Il caso dell’agguato al consigliere comunale Alberto Musy ha riportato in vita un tema riguardante la professione giornalistica troppo spesso messo nel cassetto dagli addetti ai lavori: la deontologia dei giornalisti (per chi – anche tra i colleghi – non sapesse di cosa sto parlando: qui trovate tutto), un sistema di valori vitale per una corretta informazione, rispettosa della privacy delle persone e dei limiti del diritto di cronaca. Purtroppo non tutti sembrano aver imparato la lezione (o forse averla mai studiata), e il caso Musy rappresenta solo l’ultimo esempio. Come sottolinea bene Emanuele Menietti sul suo blog:

Il giorno dopo l’agguato, alcuni giornali hanno pubblicato una fotografia di Musy intubato e su una barella mentre veniva trasportato nei corridoi dell’ospedale. L’immagine era chiaramente “rubata”, non tutelava “la personalità altrui”, probabilmente violava anche qualche norma sulla privacy e non aggiungeva nulla al racconto giornalistico dei fatti. In particolare, un quotidiano nazionale ha pubblicato la foto in grande evidenza su due pagine.

Nei giorni seguenti, come ha già segnalato Luca Sofri sul suo blog, Studio Aperto ha mandato in onda un servizio molto istruttivo su un certo modo di pensare il giornalismo. Nel filmato (la parte di cui sto parlando inizia intorno al minuto quattro), viene inquadrata la moglie di Musy mentre esce di casa per raggiungere la sua auto. La giornalista di Studio Aperto le corre dietro e inizia a proporle una raffica di domande al volo senza presentarsi. “Lei è spaventata?”, “Come sta suo marito?”, “Ma lei l’ha visto?”, cui la signora Musy preferisce non rispondere. Entra in auto e prova a chiudere la portiera, ma la giornalista le impedisce di farlo infilando nell’abitacolo il suo microfono. Insiste con le domande, e la signora Musy continua a ripetere gentilmente che non ha niente da dire.

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