Seguici su

CronacaCulturaPiemontePoliticaSocietàSpettacoloTempo LiberoTorino

Diaz, parlano Vicari e Procacci. E il Viminale mette il bavaglio alla polizia

Davide Mazzocco

Pubblicato

il

Giornata torinese per il regista Daniele Vicari, il produttore Domenico Procacci e l’attore Davide Iacopini. Dopo gli incontri al Lab Quazza e alla Feltrinelli, in serata i tre sono stati protagonisti di un acceso dibattito che ha fatto seguito all’anteprima torinese in programma al cinema Nazionale. Ecco i punti salienti dell’incontro col pubblico.

Allora si può dire che a Genova sia andata proprio così?

Domenico Procacci: Nei titoli di coda sono segnalate le sentenze di primo grado e d’appello sulle quali si basa il film. Purtroppo, anche se ci siamo spinti ai limiti della sopportazione nella rappresentazione della violenza, a Genova è andata molto peggio di ciò che abbiamo visto sullo schermo. I sindacati della polizia già da prima che iniziassero le riprese avevano espresso il timore che questo film fosse contro le forze dell’ordine. Anche Il Giornale negli scorsi giorni, pur esprimendosi in toni positivi sul film, ha sottolineato come non vengano descritte le violenze dei giorni precedenti. Questo film non è fatto per condannare la polizia ma io voglio sperare che, in un paese civile, la polizia abbia un comportamento diverso rispetto a quello tenuto alla Diaz.

Ma il film non avrebbe dovuto mostrare un maggiore equilibrio mostrando anche le violenze dei manifestanti?

Daniele Vicari: Io non credo a un dibattito che equipari la violenza sulle cose e sulle vetrine dei manifestanti a quella della polizia contro le persone e lo stato di diritto. Nella mia famiglia abbondano persone che lavorano nelle forze dell’ordine e in questi giorni ho avuto modo di sentirli a più riprese. Io penso che un film del genere ferisca soprattutto le persone in divisa che credono veramente in quello che fanno, coloro che non stanno bene in un sistema ma non sono in grado di gridarlo.

Domenico Procacci: Un cambiamento nella polizia c’è stato e Roma lo ha dimostrato. Lì non ci sono state reazioni. Già prima di Genova era in atto, all’interno delle forze dell’ordine, un dibattito per renderla più democratica.  Ma se ricordate il filmato di qualche settimana fa nel quale si vedeva l’irruzione della polizia in un bar della Valsusa, con la donna intenta a trovare le chiavi e l’irruzione della polizia, potete avere un’idea di come la polizia susciti anche sentimenti di timore. Mentre le forze di polizia dovrebbero essere lì per proteggere tutti coloro che manifestano le loro opinioni. Se noi avessimo raccontato le devastazioni dei giorni precedenti non è che la polizia ne sarebbe uscita meglio…

Perché non sono stati usati i nomi reali?

Daniele Vicari: La sceneggiatura definitiva non riporta i nomi reali perché alcune persone non avevano piacere di comparire: a quel punto non sarebbe stato corretto mantenerli per alcuni e toglierli per altri. In fase di scrittura comunque abbiamo usato i nomi veri perché se li avessimo cambiati sarebbe stato più difficile ricostruire in maniera efficace i fatti.

A questo punto è stata lasciata la parola all’avvocato Claudio Novaro, rappresentante legale dei manifestanti del G8 di Genova.

Claudio Novaro: A Genova sono successe cose peggiori rispetto a quelle che abbiamo visto sullo schermo. Oltre alle violenze bisogna ricordare la falsificazione delle prove da parte delle forze dell’ordine, l’omertà della polizia, i tentativi di truccare e rallentare l’iter processuale. Fra qualche mese si andrà in Cassazione ma alcuni dei responsabili di quei fatti hanno avuto avanzamenti di carriera anche dopo  condanne in secondo grado, come il capo della Polfer di Torino. Quello che si vede nel film è tutto vero: anche le falsificazioni, anche le molotov portate nella scuola dalla polizia. I ragazzi arrestati e portati a Bolzaneto avrebbero dovuto ricevere risarcimenti di migliaia di euro ma nessuno ha ancora visto un euro.

Nel film non mancano le responsabilità politiche di quanto avvenuto a Genova?

Daniele Vicari: Il mio compito non è trovare le responsabilità ma raccontare come in quei luoghi centinaia di agenti abbiano usato una violenza sistematica contro persone nemmeno identificate. Io faccio cinema, non faccio processi. Io racconto una storia e vorrei che chi vede il mio film si ponesse delle domande. Non credo che un film, nel 2012, debba fornire agli spettatori certificati di conversione. A me interessa costruire una metafora del potere che sia valida ancora oggi. Perché credo che, anche ora, la nostra democrazia incompiuta non sia molto lontana da Genova: che le limitazioni alla libertà vengano dalla polizia o dalla finanza internazionale poco importa, noi non siamo più padroni della nostra vita.

Domenico Procacci: Tutto quello che si vede nel film è oggettivo, basato su sentenze. Le responsabilità politiche, invece, entrano nel dominio dell’interpretazione.

Nella storia i rumori hanno un ruolo fondamentale.

Daniele Vicari: Ciò che mi è rimasto impresso leggendo gli atti del processo è l’insistenza sui rumori delle persone che dovevano stare sul punto delle inchieste processuali. Le persone descrivevano i rumori di ciò che li circondava. I rumori raccontano la paura, penso, per esempio, all’immotivata rottura dei vetri prima dello scardinamento delle grate: ovvio che quelli fossero rumori intimidatori.

Che tipo di dialogo c’è stato con i filmmaker e con i registi presenti a Genova?

Daniele Vicari: Ettore Scola era a Genova ed è stato uno dei primi a voler vedere il film. Pochi lo sanno ma Scola, a Genova, ha rischiato di morire in seguito a un’allergia provocata dai lacrimogeni che lo ha costretto a mesi di cure. A Genova c’era anche Paolo Pisanelli che, proprio per Fandango, stava girando un documentario su Don Vitaliano. E, anche, Francesca Comencini. Se Genova è stata così importante è anche perché c’erano mille occhi e anche i video dei filmmaker sono confluiti nel film. Le immagini di repertorio sono frutto di riprese improvvisate ma il direttore Gherardo Gossi è riuscito a uniformare la fotografia su dominanti gialle e azzurre come nelle clip amatoriali.

Sulla pagina Facebook di Fandango è stato pubblicata la circolare del Dipartimento di pubblica sicurezza con la quale “in concomitanza con la proiezione di numerose pellicole cinematografiche che affrontano la ricostruzione storica di eventi relativi ad attività di polizia in situazioni ordinarie e straordinarie, si ribadisce che qualsiasi intervista, partecipazione a convegni o dibattiti, va autorizzata” dallo stesso dipartimento. In linea con la migliore tradizione italiana (vedasi Andreotti sui capolavori del neorealismo), insomma, “i panni sporchi vanno lavati in famiglia”.

 

Aggiungi Quotidiano Piemontese tra le tue fonti preferite di Google
AGGIUNGI SU GOOGLE

Iscriviti al canale WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese