Diaz Don’t clean up this blood, un film riapre il dibattito sugli abusi di potere al G8 di Genova

I cocci di una bottiglietta che da terra si ricompongono e descrivono un arco a ritroso sino alla mano del lanciatore. Inizia con una sorta di indicazione programmatica Diaz Don’t clean up this blood, il film di Daniele Vicari al cinema da venerdì 13 aprile. Qualcosa si è rotto e non si può più ricomporre ma con una seria e scrupolosa documentazione quei cocci possono essere rimessi al loro posto e dare, a posteriori, un senso agli eventi. A quasi undici anni di distanza, l’irruzione della polizia alla scuola Diaz di Genova durante il G8 è una ferita ancora aperta. Quella che da Amnesty International è stata definita “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale” viene descritta da Vicari con uno stile che – come nei suoi precedenti lavori – sta sempre in bilico fra impeto e controllo.

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I film di Vicari e Diaz in modo particolare ricordano un fortunato slogan pubblicitario di una nota marca di pneumatici: “La potenza non è nulla senza il controllo”. “Il film doveva essere così grande, perché con una scala diversa non avrebbe dato l’idea – ha ricordato il produttore Domenico Procacci nell’anteprima torinese di ieri sera -. Allo stesso tempo questa enorme ‘macchina’ ha reso necessario un solido controllo in fase di scrittura, di riprese e di montaggio”. Sono 130 gli attori e ben 10mila le comparse che si muovono sulla scena di questo film polifonico che ricostruisce gli eventi successivi alla morte di Carlo Giuliani, vale a dire la giornata di sabato 21 luglio 2001. Per inscenare a Bucarest la strada teatro degli eventi sono state necessarie ben sei settimane di lavori da parte delle maestranze. Produzione italo-franco-romena, Diaz ha suscitato grande interesse all’estero: sono molti i paesi che hanno già siglato accordi per una sua distribuzione Oltralpe. Fissato il contesto e le dimensioni “logistiche” dell’opera, dunque, il merito di Vicari sta proprio nel non esondare, nel mantenere un estremo controllo sulla storia. Non era facile creare una struttura narrativa del genere, muoversi su molteplici piani narrativi senza sfilacciarli e senza far calare la tensione. Vicari ci riesce in virtù di un estremo controllo del plot (di cui è soggettista e sceneggiatore insieme a Laura Paulucci) e della fotografia con la quale il bravissimo Gherardo Gossi riesce a mescolare repertorio e ricostruzione senza soluzione di continuità. Anche lo stesso cast è soggetto a un’uniformizzazione e a un processo di gerarchizzazione orizzontale nel quale il vincitore di Cannes 2010 Elio Germano e l’ottima Jennifer Ulrich già vista ne L’onda hanno lo stesso peso nell’economia della storia dell’esordiente Davide Iacopini. Sul fronte “celerino” si segnala Claudio Santamaria in una delle interpretazioni più incisive della sua carriera. Il film solleverà sicuramente un importante dibattito. Una prova la si è avuta ieri sera quando al termine della proiezione buona parte del pubblico si è intrattenuta per un’altra ora e mezza con il regista Vicari, il produttore Procacci e l’attore Iacopini.