La vita va avanti, intervista con Vito Ferro

Continua la meritevole avventura di Autori Riuniti, neo casa editrice torinese di cui abbiamo già avuto modo di occuparci. Da poco è uscito a firma di Vito Ferri il romanzo La vita va avanti, curiosa avventura alla ricerca di se, del significato della vita, tutta ambientata in un luogo estremamente particolare di Torino.

Trovate qui la recensione del libro.

Abbiamo avuto modo di intervistare Vito Ferro, che ha gentilmente risposto alle nostre domande

Cosa c’è oltre la morte. Hai scelto un tema semplice da mettere alla base del libro. Da cosa è nata questa scelta?

Da molti fattori. Alcuni più personali, altri direi “tecnici”. Mi spiego. L’idea stessa del libro nasce da una mia visita al cimitero di Torino quasi 30 anni fa. Andavo a trovare mia nonna e, accanto al suo loculo, vi era la tomba di un ragazzo molto giovane, piena di pupazzi e bigliettini e come epitaffio versi di Prevert. Io ero poco più che bambino, ma ricordo perfettamente la pena che provai per quel ragazzo: dentro di me mi dicevo che non avrebbe potuto più vedere il mondo vivere, cambiare, trasformarsi. E più mi elencavo le cose che si stava “perdendo”, più cresceva la pena. Quella pena l’ho coltivata fino a cinque anni fa, quando ho iniziato il libro.
L’idea della morte poi è un po’ una costante per me: vuoi per gli studi di filosofia, vuoi per indole, ho sempre riflettuto molto sul senso del durare, dell’esistere oltre e ancora, e della fine della vita terrena. Sempre mi sono chiesto e mi chiedo: cosa ci lega così tanto a questa vita?
Ma un altro dei motivi che mi hanno portato a pensare e scrivere “La vita va avanti” è anche relativo alla tecnica di scrittura e all’idea stessa di letteratura: volevo cimentarmi con una storia forte, con una trama che potesse catturare il lettore e con personaggi difficili da mettere in scena, in quanto mancanti del tutto della corporeità.

Armando e gli altri personaggi del libro vivono una condizione particolare. Sono arrivati lì dove ci aspettiamo di avere delle risposte e invece i dubbi permangono. L’unico ad avere certezze è un prete (che però nel libro non è certo una figura positiva)…

A ben vedere tutti i personaggi nel libro hanno un tratto comune, chi più chi meno, chi in un modo chi nell’altro: ovvero il desiderio. Desiderano tutti qualcosa, ancora. Ecco qual è il vero, grande legame che li tiene ancora attaccati alla vita dei vivi, ad una condizione che non appartiene più a loro.
C’è chi si attacca all’amore, chi al futuro, chi al potere, come il prete. In fondo tutti noi esseri umani siamo preda del desiderio: e forse questa continua abdicazione ad esso che ci rende tali.

Il libro è (quasi) completamente ambientato in un cimitero torinese. Hai approfondito la conoscenza della location prima di scriverlo e qual è il tuo rapporto con Torino?

Sì, mi sono documentato molto. Per scrivere il libro mi ci sono voluti 5 anni, tra progettazione, documentazione, scrittura e revisione. Potrai immaginare che anni felici che ho passato! Tra guide ai cimiteri d’Europa, tecniche di seppellimento, leggi riguardanti la gestione dei cimiteri, e ancora addobbi funebri, riti, studi antropologici sui morti, ormai ho una cultura funebre di tutto rispetto.

Come prosegue l’avventura di Autori Riuniti?

Alla grande. Il progetto cresce ogni giorno, si consolida e raggiunge sempre più lettori. Le nostre tante iniziative sono viste con simpatia dalle persone e ciò è la cosa che maggiormente ci fa piacere. Abbiamo riscontri fantastici con il nostro book postino di Torino, Sante Altizio (su Qp ne avevamo parlato qui n.d.r.), e stiamo attivando una rete nazionale di postino: Roma, Palermo, la riviera Ligure… E poi a breve usciranno altri due nuovi libri: “Il nome dell’isola” di Fabio Greco (Finalista Calvino) e “Diranno di me” di Andrea Roccioletti. Siamo quasi sempre in giro per fiere, presentazioni, festival, incontri. Stanchi ma felicissimi.

Una curiosità che i lettori possono trovare a fine libro ma che ti chiedo di anticipare: da cosa nasce il nome del protagonista Armando Pittella?

Lo lessi inciso sul sottobanco che avevo alle superiori. Mi colpì molto. Anni dopo, magicamente (e grazie a Facebook), risalii al proprietario di quel banco nonché autore dell’incisione. Il vero Armando è venuto poi alla festa di lancio della casa editrice e, dopo gli abbracci di rito, mi ha raccontato che il suo nome sul banco lui lo incise non nell’istituto dove io lo ebbi in sorte, per la cronaca il magistrale Gramsci, ma in un altro istituto: il Guarini, per geometri. Scuola che anche io frequentai! Insomma, quel banco, e quindi quel nome, mi hanno seguito. Era destino che lo utilizzassi, no?