Scambio di lettere aperte fra Roberto Fico e le Madamin di Torino sul tema NoTav – SiTav

Si allarga il dibattito sul tema NoTav – SiTav in Valle Susa con la pubblicazione di due lettere aperte sul tema da parte del presidente della Camera Roberto Fico e delle Madamin arancioni che hanno gestito la manifestazioni in piazza Castello.

La lettera aperta di Roberto Fico

C’è anzitutto una questione di metodo che credo andrebbe posta nella discussione intorno a ogni grande opera pubblica. Chiediamoci, di volta in volta, a quale visione di lungo periodo una certa opera risponde. E quindi se si adegua a quelle esigenze di sostenibilità – ambientali, economiche, sociali – irrinunciabili nel contesto mondiale attuale. Quell’opera ci proietta in un futuro migliore e sostenibile oppure, attraverso di essa, stiamo inseguendo un modello di sviluppo che è già superato? Questa è la domanda che noi tutti, laicamente, dobbiamo porci di volta in volta di fronte al progetto di una grande opera pubblica.

E chi ritiene che una certa opera non debba, per quelle ragioni, essere intrapresa, non può essere etichettato come un barbaro autarchico o come un luddista. Non possiamo accettare questo e non possiamo accettare che le opere pubbliche diventino terreno di scontro al punto da innalzare muri, recinti, fili spinati, zone rosse.

In questo periodo il dibattito è nuovamente dominato dalla questione Tav, che indubbiamente è stata centrale nel mio percorso politico. Penso che la battaglia no Tav non sia stata, e non sia tuttora, una battaglia orientata a distruggere tutto ciò che è nuovo, ma una battaglia ambientale, sociale e di visione del mondo differente. Una battaglia non del Movimento 5 Stelle ma di un’intera comunità profondamente radicata sul proprio territorio, al cui interno esistono diverse sensibilità.

Non dimentichiamo, infatti, che le grandi opere costituiscono un punto di intersezione delicatissimo, fragile, fra sentimenti e istanze delle comunità, interessi nazionali e sovranazionali, visioni e modelli di sviluppo e di futuro verso cui un Paese è proiettato. Se allarghiamo il campo oltre l’alta velocità e oltre i nostri confini, troviamo in tutte le aree mondo conflitti nati attorno alle grandi opere. E in alcuni casi questi conflitti hanno determinato costi altissimi in termini umani e ambientali.

Forse in Italia abbiamo vissuto il conflitto con toni e conseguenze meno drammatici che altrove, ma siamo dentro quello stesso filo rosso: cosa significa per un territorio trasformarsi, qual è il destino delle risorse di quel territorio, come si coinvolgono le comunità locali nelle decisioni pubbliche sulle grandi opere.

Tutto questo non significa affatto pensare a una dimensione domestica o localistica, di sviluppo e di progresso. È il contrario. Significa pensare a partire dal locale a un modello di sviluppo globale. Siamo in un contesto in cui pericolosamente stanno prendendo fiato teorie che ci riporterebbero indietro di secoli, come quelle «negazioniste» rispetto ai cambiamenti climatici – pensiamo al dibattito intorno alle posizioni del presidente Trump – che riguardano l’intero pianeta. In questo senso, parlare di sostenibilità e di visione di una singola opera solo apparentemente locale, significa in realtà ragionare dentro un orizzonte molto più vasto. Per questo, ogni volta, abbiamo il compito di porci la domanda che suggerivo all’inizio, e abbiamo il dovere di agire, a maggior ragione come istituzioni, guardando lontano e alle future generazioni. E di ambire a essere, anzitutto come Europa, una locomotiva culturale sui temi dell’ambiente, delle grandi opere, del rapporto fra sviluppo e tutela delle risorse di un territorio.

A cui hanno risposto le Madamin del Comitato Sì, Torino va avanti,

La globalizzazione, ci piaccia o no, è un processo in corso profondamente interconnesso con aspetti della realtà che interessano molto anche la sua parte politica: Internet, i droni e le auto elettriche, tanto per citarne qualcuno. La globalizzazione ha elevato al di sopra della soglia della povertà molte persone sul pianeta (si calcola circa un miliardo), ma alle nostre latitudini ha causato un certo sconquasso.

Molti hanno perso il lavoro, alcune aziende non sono sopravvissute alla crisi, altre hanno lasciato il nostro territorio. La politica finora ha fatto poco per arrestare il fenomeno, non è riuscita a intervenire sulle cause o a mitigarne i costi, elevati e molto rigidi.

Il processo di post-industrializzazione di alcune zone del Paese come il Piemonte, o la mancata trasformazione industriale al Sud, hanno fatto nascere nuove povertà che non hanno trovato risposte nella politica. In più, la situazione di indigenza in cui molte persone si sono trovate dopo aver perso il lavoro, ha minato i loro stessi diritti fondamentali, come quello di desiderare una vita migliore per sé e per i propri figli.

È naturale che in situazioni di instabilità come questa si rimpianga il piccolo mondo antico e si cerchi conforto tra le proprie mura, ma noi pensiamo che proprio ora sia necessario connettersi, accettare le sfide e tornare a competere.

Dovrà essere una competizione basata non sul censo ma sul merito e sull’impegno, a partire dalla scuola. Se poi la competizione riesce a portare sulla scena internazionale il valore e l’unicità di prodotti e servizi del nostro territorio, la ricerca scientifica e l’innovazione, la cultura e l’arte che ci invidiano in tutto il mondo, vorrà dire che avremo vinto le sfide delle connessioni logistiche e virtuali.

Per tornare alla nostra «linea mista merci e passeggeri», ormai generalmente etichettata come Tav, non sarà certo la panacea di tutti i mali, ma certamente costituisce un modo concreto di aprirsi e collegarsi ad altre zone del pianeta. Noi scommettiamo che questa linea potrà dare all’area del Nord-Ovest e non solo una serie di opportunità di collegamento e di sviluppo che, se ben interpretate, potrebbero farci uscire dall’isolamento portando maggior benessere ai cittadini e alle imprese.

Dovremmo anche smettere di dire che il profitto sta da una parte sola o che i vantaggi delle grandi opere sono solo di qualcuno, quando tutto un territorio ne può beneficiare, se è in grado di raccogliere la sfida di collegarsi ad un mondo più grande, dove la qualità dei prodotti locali viene valorizzata dal confronto con altri. Semmai, a nostro parere, crescere in un modello di sviluppo sostenibile dovrebbe rendere ancora più forte il dovere alla solidarietà e all’inclusione, in un innovativo processo di restituzione sociale.

Certamente in passato sono stati commessi errori nel presentare l’opera in Val di Susa. Tutti insieme dovremmo mettere al primo posto la ripresa del dialogo con le comunità locali. Tuttavia, nella mediazione deve essere tenuta presente la dialettica tra interessi locali e interessi nazionali, dove per nazione dobbiamo considerare quanto meno l’Europa.

Infine, per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, economica e sociale dell’opera, siamo certe che oggi, dopo decenni di indagini, l’attenzione su questi aspetti è massima da parte di tutti gli attori in gioco, grazie proprio ai riflettori che sono stati accesi da chi si è speso opponendosi alla costruzione del nuovo tunnel.\/blockquote>



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