Sette studenti sudamericani sono bloccati da due mesi all’Istituto Internazionale di Cucina Italiana per stranieri di Costigliole d’Asti

Sette ragazzi provenienti da Brasile e Colombia, l’8 di marzo – ossia due giorni prima del lockdown imposto dall’emergenza sanitaria per arginare il contagio da Coronavirus, attraverso il decreto che ha blindato l’Italia – sono arrivati presso l’Istituto Internazionale di Cucina Italiana per stranieri di Costigliole d’Asti e lì, bloccati dalle disposizioni governative, sono rimasti fino ad oggi.

Provengono da Curitiba, San Paolo, Rio de Janeiro e tra loro anche un ragazzo di Bogotà che ha parenti a Torino, dove ha trovato ospitalità in questi mesi di lockdown. Tutti, alcuni mesi fa, avevano prenotato, chi il Corso Master I Livello in Cucina ed Enologia Italiana, chi il Corso Master II Livello in Cucina ed Enologia Italiana. Un investimento – in termini di denaro, di tempo e di esperienza – non indifferente per loro e le loro famiglie ma con la consapevolezza che dopo la formazione presso l’ICIF sarebbero diventati ambasciatori della cucina italiana in tutto il mondo.
Tra il sogno e la realizzazione, si è però intrufolato il Covid-19, innescando tutta una serie di situazioni non facili da risolvere e che non potrà che creare danni a tutti: alunni, professionisti, insegnanti ed istituto.

Gli aspiranti chef per ottenere “la patente di cucina italiana”, infatti, avrebbero dovuto iniziare lunedì 9 marzo le loro lezioni – tenute in italiano con supporto di due interpreti in aula, uno di lingua portoghese e l’altro di lingua spagnola – ma le disposizioni governative hanno bloccato ogni cosa, trasformando gli allievi in “Sequestrati da Coronavirus”.
In poche ore il gruppo di professionisti  si sono ritrovati bloccati nell’istituto di Costigliole d’Asti, senza la possibilità di poter seguire le lezioni – professori a loro volta bloccati a casa e un decreto che prevede la chiusura delle scuole – né tanto meno tornare nelle loro città brasiliane.
Una situazione paradossale, che li vede chiusi nel dormitorio dell’istituto, dove possono vivere grazie al sostentamento dello stesso Istituto Internazionale di Cucina Italiana per stranieri, che dall’8 di marzo ha dato loro accoglienza gratuita, in attesa della ripresa dei corsi.

“Siamo precipitati in un labirinto e trovare la via d’uscita non sarà facile”, commenta Piero Sassone, presidente dal 2013 dell’Istituto Internazionale di Cucina Italiana per stranieri, originario di un piccolo paese in provincia di Potenza ma cuneese di adozione e imprenditore da quando aveva vent’anni.

“Le nostre proposte formative comprese tra marzo e fine agosto sono state annullate in toto, eppure i sette professionisti che hanno pagato per svolgere i corsi e sono qui dall’8 di marzo, stanno attendendo la fine del blocco per l’emergenza sanitaria e riprendere il loro percorso professionale. L’ICIF è stato paragonato ad una scuola ma la nostra è un istituto di cucina dove le disposizioni che ora impongono i protocolli anto-Covid, vengono messe in atto da sempre: la distanza tra alunni e alunni ed insegnanti, i locali ampli ed arieggiati, la sanificazione di aule e del materiale utilizzato. Siamo già in sicurezza, con spazi e regole ben definite, per poter riprendere l’attività con tutte le dovute precauzioni. Ma nonostante ciò – sottolinea il presidente Sassone – ad oggi, tutto è fermo. Il 99 per cento del nostro mercato proviene storicamente dall’estero e prevede una costante ricerca, studio ed assistenza. E naturalmente l’impossibilità di lavorare incide in maniera pesante, pesantissima sul fatturato che ad ora ha già registrato un calo che supera il 70 per cento, paragonando lo stesso periodo del 2020 a quello dell’anno scorso”.
Criticità che si riversa anche sui dipendenti: ICIF è un centro di formazione e divulgazione della cultura enogastronomica che vive dei proventi dei corsi venduti e grazie ai quali 15 persone tra dipendenti e collaboratori esterni vivono e sostengono le proprie famiglie.

“Siamo una realtà d’eccellenza radicata sul territorio ma con una visione internazionale – conclude il presidente ICIF, Piero Sassone -, il punto cruciale di una rete di ex allievi che ci rappresentano e fungono da testimonial in tutto il Mondo, portabandiera del Made in Italy, del Monferrato e della nostra vision di forgiare ambasciatori della cultura enogastronomica tricolore”.

“Siamo pronti a ripartire – ricorda l’imprenditore piemontese -. Ci consideriamo un anello importante del Made Italy ma se la situazione non si sblocca dovremmo chiudere le cucine e buttare all’aria tradizioni ed esperienze e lasciare a casa molti dipendenti. È a rischio la stessa esistenza dell’istituto, con tutto l’indotto economico che ne deriva”.