C’è il sole fuori, intervista con Silvia Cavallo

Torino, la vita di Vera, che lei riteneva sicura e serena, viene sconvolta da una scoperta improvvisa. Cinque anni dopo una nuova batosta rischierà di farla crollare definitivamente… o sarà lo spunto per ricominciare a vivere. Questo è quello che racconta C’è il sole, fuori, il nuovo romanzo di Silvia Cavallo.

La vicenda, che è in fondo una vicenda di speranza, si svolge in una Torino riconoscibile, che mostra alcuni dei suoi angoli più classici. Dietro le paure e le difficoltà di Vera c’è un messaggio chiaro che l’autrice vuole darci: la ripartenza è a portata di mano, basta cogliere i segnali e cominciare a vivere. Trovate la recensione completa del libro sul mio blog.

Silvia Cavallo ha risposto alle mie domande.

La vita di Vera viene sconvolta da due eventi improvvisi. Cosa puoi raccontarci della storia che stiamo affrontando senza rivelarci troppo?

Vera è una donna fragile ma determinata, una maestra appassionata che adora il suo lavoro e custodisce con cura ciò che rimane della sua famiglia.

Cinque anni dopo aver subito un trauma da cui non è mai completamente riemersa, in un’estate calda e burrascosa si trova ad affrontare il ricovero del padre, che rischia di perdere per sempre. Proprio questo drammatico evento, sullo sfondo di una Torino tanto affascinante quanto assolata, obbliga Vera ad affrontare le ombre che porta dentro e a rispondere alla domanda che per troppo tempo ha nascosto a se stessa: “Vuoi ricominciare a vivere?”.

Come è nata la necessità di scrivere questo libro?

Durante un firma copie per la presentazione del romanzo, un lettore mi ha detto: “I suoi libri non si limitano a narrare, fanno riflettere e hanno la capacità di lasciare una traccia…” Oltre ad avermi commosso, non avrebbe potuto cogliere meglio lo spirito con cui amo scrivere!

Mentre nel primo romanzo ho voluto riflettere e far riflettere sul valore delle relazioni e della famiglia, sul coraggio di saper scegliere e sul significato della felicità, in “C’è il sole, fuori” ho affrontato il tema della rinascita, della consapevolezza e della capacità di “attraversare” il dolore per ricominciare a vivere.

Nello stesso tempo, però, tramite i personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, ho voluto sollevare alcuni temi di attualità: quello dei pregiudizi ancora troppo presenti nella nostra società, il lavoro vissuto come passione o al contrario come pura e sterile fonte di sopravvivenza e infine il valore degli anziani (o presunti tali) nella società odierna.

La prima parte del romanzo è strutturata quasi come un thriller, in cui mantieni il mistero su cosa è effettivamente accaduto. Perchè questa scelta?

La verità è che, essendo io stessa una lettrice appassionata, amo scrivere ciò che amo leggere. Mi piace trasmettere al lettore quel desiderio “incontrollabile” di voltare pagina per scoprire ciò che accade ai protagonisti.

In questo mio secondo romanzo, inoltre, ho utilizzato la tecnica della narrazione a piani temporali alternati che verso la fine convergono in un’unica storia: questo per permettere al lettore di entrare in sintonia con la protagonista, comprendere il suo vissuto e accompagnarla lungo il suo percorso di crescita.

Quella che racconti è in fondo una storia molto comune. La quotidianità per alcuni è amore, per altri una gabbia inaccettabile. Tu come la vedi?

Credo che alla base della differenza gabbia/amore ci siano due ingredienti fondamentali: la pazienza e la volontà di costruire.

La quotidianità è per definizione ripetitiva, a volte noiosa, e non da ultimo piena di responsabilità. Non sempre è facile e talvolta fa emergere la nostalgia della leggerezza, della spensieratezza, della novità, dell’avventura.

A mio avviso, però, tutto è ampiamente ricompensato dalla pienezza, dall’intensità e dalla gioia data dal costruire qualcosa, insieme.

Grazie ai legami forti e quotidiani la felicità non è più fine a se stessa, ma profondamente condivisa.

Sullo sfondo c’è Torino con alcuni dei suoi angoli pià riconoscibili. Sono scorci della città che ami particolarmente?

Sono nata e cresciuta a Torino (quindi il mio giudizio potrebbe sembrare di parte!) e credo che questa città abbia il pregio di saper regalare emozioni: il fiume abbracciato dai colori della collina, le piazze del centro che ancora raccontano la storia a chi la sa ascoltare, la magia e l’eleganza della città all’imbrunire.

Dopo 40 anni mi capita ancora di fermarmi, osservare un angolo della città ed emozionarmi.

Tra gli angoli della città che incontriamo c’è l’ospedale Molinette (che forse non nomini ma è evidentemente lui), su cui ti soffermi per una riflessione sulle condizioni generali della struttura. Ne vogliamo parlare?

Torino ha un polo ospedaliero, le Molinette, che vanta professionalità e competenze straordinarie.

Purtroppo, come scritto dallo stesso Professor Mauro Salizzoni, medico chirurgo di fama internazionale, è “un edificio di quasi cent’anni, nato quando non esistevano gli antibiotici e l’anestesia era primordiale. Si sono dovute ricavare le rianimazioni negli scantinati e nei sottotetto… Gli impianti non si possono modificare, i pazienti da rianimare dopo l’operazione vengono fatti uscire dalle sale e spinti anche per 800 metri nei corridoi su una barella, intubati, fra gli avventori.”

L’ambizioso progetto di un nuovo e moderno ospedale, una vera città ospedaliera ed universitaria, è maturo, e confido che questo cosiddetto Parco della Salute, polo di ricerca medico-scientifica di eccellenza, non resti solo un progetto ma diventi al più presto una solida realtà.

Siamo comunque di fronte ad una storia piena di speranza. Il messaggio è “la vita va vissuta qualunque cosa accada”?

Tempo fa ho riascoltato una splendida intervista in cui Ezio Bosso, sorridendo, spiegava: “Non ti so dire se sono felice, però ti so dire che tengo stretti i momenti di felicità, che li vivo fino in fondo, fino alle lacrime” perché “spesso, a furia di parlare di buio, pensiamo che la luce non ci sia più, quindi non la cerchiamo più…”

Credo fermamente che i libri non abbiano a che fare con le parole, bensì con le persone, e soprattutto con la vita; penso che la vera sfida, in un’esistenza fatta anche di ombre e di momenti bui, sia attraversare il dolore e trasformare i rischi in opportunità di crescita e realizzazione.

Perché attraverso il buio, e oltre la sua ombra, tornerà “Il sole, fuori”.