Le conseguenze della Mole, intervista con Fabio Beccacini

Torino. Anno 2002. Il commissario Giorgio Paludi è appena arrivato in città e si trova ad affrontare un caso tosto che sembra non interessare a nessuno: una mano misteriosa uccide barbaramente prostitute in città. Le conseguenze della Mole, Fratelli Frilli Editori è in realtà la quinta avventura con protagonista il commissario Paludi ma Fabio Beccacini ci porta indietro nel tempo e ci racconta – ci fa raccontare in prima persona – la prima avventura torinese del suo personaggio.

Siamo di fronte ad un vero e proprio noir, cupo, oscuro, livido, in una Torino senza speranza. Trovate qui la recensione completa.

Fabio Beccacini, come mai la scelta di tornare indietro nel tempo e raccontarci la prima avventura di Giorgio Paludi?

Sono passati sei anni dall’ultima indagine del commissario, “Mentre Torino Dorme”, ho pensato che fosse un buon escamotage per i nuovi lettori eventuali di Paludi, che in questo caso potranno tranquillamente iniziare dall’ultimo libro pubblicato perché cronologicamente sarebbe comunque il primo.

Scopriamo un Paludi che mi pare sconfitto in partenza, rassegnato alla sua vita solitaria, quasi timoroso quando qualcosa sembra girare per il verso giusto. E’ così?

In quel momento della vita, Paludi, è come se si muovesse al buio. Ha rotto il matrimonio, ha rotto la fiducia che riponeva nella Polizia di Stato, ha lasciato la sua città. Ora è spaventato da tutto ciò che non conosce, in primis Torino, così diversa da Genova. E muovendosi a tentoni, nella nebbia, e non riuscendo a penetrare la distanza tra le cose, finisce per popolare le ombre del paesaggio coi fantasmi che si porta dietro dal passato.

Come mai la scelta questa volta di far parlare il commissario in prima persona?

Questa è facile: me lo ha chiesto lui! Mi è venuto naturale calarmi nei suoi panni, è stato un gesto istintivo conseguenza del tentativo di dar voce al mondo interiore del commissario. Mi sono ‘trovato’ a scrivere in prima persona e mi sono reso conto che sarebbe stata la scelta più idonea.

Il romanzo si muove tutto nel mondo della prostituzione, perfino con precisi riferimenti storici. Una vicenda con al centro ‘gli ultimi’?

In un certo senso: sì. E’ come un cappio che si stringe, da un lato c’è il passato dei casini regimentato dal fascismo, dall’altro il meretricio moderno, gettato in strada, come immondizia. In mezzo ci sono le donne sfruttate e relegate ai margini. Cambiano i metodi; non il risultato.

E poi abbiamo la figura di un prete molto particolare. Cosa puoi dirci di Don Carlo?

Potrei fare molti nomi, due in particolare, di preti cattolici italiani a cui mi sono ispirato per la sua figura. Don Carlo è un uomo spezzato, come e più di Paludi, raramente vendicativo e inflessibile come il Dio biblico, la maggior parte delle altre caritatevole in senso evangelico. Amministra i sacramenti e la religione seguendo più il buon senso che i dogmi della Chiesa.

Sullo sfondo una Torino gelida, livida, che Paludi non sente ancora sua. Che ruolo ha la città?

Le città oltreché femmine, sono degli specchi, riflettono l’anima della gente, raramente avviene viceversa. E gli specchi servono per guardarsi. Così la scenografia di Torino diventa perfetta per illustrare l’animo di Paludi, e uno dei più torbidi dei suoi casi. Anche se da Torino sembrano trasparire più che altro le ombre, la sensazione dell’alba è sempre presente, pur se velata. E in un groviglio di chiaroscuri la sua relazione con Martine è una tempesta elettromagnetica. Un temporale di lampi accecanti, bagliori al magnesio.

Trovo molto significativa la scelta del doppio senso nel titolo. Come è nata?

E’ un furto d’autore. Come tutta la buona narrativa, si inventa poco o niente. Un mio amico musicista, Ale Tubo, aveva suggerito di voler fare un album con questo titolo. Siccome l’ho trovato congeniale alla mia storia, e il suo album non è ancora uscito, l’ho preso in prestito. Con permesso, è ovvio.