Cent’anni di Langa, intervista con Mario Zunino

Può una cascina essere la protagonista di un libro? Certamente si, ed è quello che capita in Cent’anni di Langa, di Mario Zunino per Buckfast Edizioni. Per circa un secolo l’autore ci porta nella vita di una famiglia langarola, partendo dalle origini della stessa.

Può farlo perchè il suo capostipite è Giacu, un trovatello che decide di tentare la sorte in America e quindi tornare a casa per comprare una cascina e vivere di terra e animali. Così la saga ha un momento di partenza preciso, che corrisponde proprio all’acquisto della Moia, la cascina che accompagnerà diverse generazioni di discendenti. Trovate qui la recensione completa del libro.

Mario Zunino, come è nato questo libro?

Il libro è nato soprattutto come memoria e testimonianza. La narrativa è sempre stata il mio amore segreto, anche se poi per quarant’anni ho fatto tutt’altro che scrivere racconti, o romanzi come questo, o almeno, quel poco che abbozzavo finiva nel cassetto.

La storia che racconti è inventata ma potrebbe tranquillamente essere vera. Dove hai preso gli spunti per raccontarla?

Gli spunti per raccontare la storia della cascina, di Giacu e dei suoi discendenti sono molti, vicende sentite, leggende, fatti di gente di quelle terre, fantasie mie.

Tutto parte dal disperato viaggio di un giovane Giacu verso “la Merica” alla ricerca di fortuna. Come lui in quegli anni partirono in tanti. Poi però Giacu decide di tornare. Il legame con la terra d’origine è troppo forte?

Per Giacu non si tratta in realtà di un legame forte con la terra d’origine in generale: il primo protagonista del romanzo decide di tornare sulle Langhe perché da sempre il suo sogno era di possedere una cascina, per viverci, lavorarla, respirare l’odore della terra rivoltata dall’aratro, del bosco dopo la pioggia, del fieno appena tagliato, della legna che brucia nel camino.

I due momenti di cui abbiamo parlato sono caratteristici e quasi antitetici: avventura e movimento in America, tradizione e staticità dopo il ritorno in Langa…

Avventura in America, sì, ma dopo, la vita a la Möia non è statica: segue il percorso della gente dell’Alta Langa, l’evoluzione del loro modo di vivere, anche i loro miti e la loro etica, fino alla generazione che negli anni ’50 del secolo scorso abbandona la campagna per la città e le fabbriche. Il libro ha uno sviluppo direi sinusoidale: dalla povertà estrema al suo riscatto, alla prosperità e poi alla decadenza. E infine, al risorgere della casa, la Möia, con una famiglia venuta da lontano per amare quelle colline.

Qual è oggi il tuo rapporto con le Langhe?

Il mio rapporto con le Alte Langhe è cominciato da subito: sono stato concepito da quelle parti, dal Partigiano “Capitano” e da sua moglie. Ne ho scritto in un racconto che fa parte di una raccolta di storie mie pubblicata da Buendía Books nel 2020 (La notte del Capitano e altre storie di Langa). Oggi trascorro sempre la bella stagione nella mia vecchia casa di pietra, sul versante a mezzanotte di una delle più isolate di quelle colline.