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Cultura

Clara Camaschella racconta la sua vita, quella della donna del ferro

L’intervista con l’autrice

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TORINOClara Camaschella, lo scrive lei stessa nell’introduzione, è considerata una delle rare donne che hanno fatto carriera in medicina in Italia alla fine degli anni ’90. Nata a Varallo, laureata a Torino, poi gli anni della ricerca, prima a Torino e poi al San Raffaele di Milano.

E’ proprio questa unicità della sua figura a rendere interessante La donna del ferro, Neos Edizioni, che è una vera e propria autobiografia in cui Camaschella si racconta senza tanti freni.

La vita da bambina di provincia, strettamente legata al mondo ecclesiastico, prima a scuola dalle suore, poi il lungo percorso nell’Azione Cattolica. Poi gli studi al Liceo Classico e la difficile scelta dell’Università, quindi gli anni della ricerca. Un racconto leggero, spesso dettagliato, da cui vengono fuori emozioni, difficoltà, dubbi, successi. Il risultato è il ritratto di una donna più forte di quello che pensava di essere, la cui voglia di scoprire e conoscere l’ha portata a raggiungere i risultati ottenuti.

La donna del ferro, perchè la sua vita lavorativa è stata dedicata allo studio del ferro in biologia e medicina, si mostra con tutto il suo coraggio e le sue debolezze.

L’intervista con Clara Camaschella

Clara Camaschella è la donna del ferro. Com’è nato questo titolo così evocativo?

Il titolo riflette quella che è stata la mia attività scientifica negli ultimi 30 anni: studiare e capire il metabolismo del ferro e le sue patologie. Queste ultime includono la carenza (molto frequente e non grave) e soprattutto l’eccesso di ferro (piuttosto raro ma potenzialmente grave). Come dico nell’Introduzione si tratta di un argomento di nicchia, ma sono stata fortunata di lavorare in un’epoca in cui sono state fatte le principali scoperte su come il ferro viene regolato nell’organismo. Si è capito che l’assorbimento intestinale del ferro è regolato in modo negativo da un ormone prodotto dal fegato, epcidina e che la carenza di questo ormone è alla base dell’eccesso di ferro nella malattia genetica chiamata emocromatosi. A tutto ciò ho contribuito anch’io con i miei gruppi di ricerca (prima a Torino e poi a Milano). Per questa ragione nella comunità scientifica degli esperti di ferro ero considerata una “iron lady”. La traduzione che abbiamo deciso con Silvia Ramasso di Neos non è stata donna “di ferro”, che sottolineerebbe il carattere (non sono tale), ma “del ferro”, per rimarcare l’attività scientifica. La copertina in effetti rappresenta una donna circondata da un nugolo di atomi di ferro e sullo sfondo il mio articolo sul New England Journal of Medicine dal titolo “Iron deficiency”.

Il libro è una vera e propria autobiografia, dall’infanzia agli anni dei grandi risultati lavorativi. Come mai la scelta di impostare così il racconto?

Premetto che non ho scritto con l’idea di pubblicare, quella è venuta dopo, ma per ricordare. Ho scritto episodi dell’infanzia, un mondo perduto che aveva una sua bellezza, e poi la scoperta del mondo all’Università a Torino e negli USA, anni ed esperienze che ricordavo molto bene. Per la parte importante degli anni del liceo mi è venuto in soccorso il diario (avevo conservato una decina di quaderni scritti tra i 15 e i 19 anni), che ho trascritto così come era, ovviamente selezionando ciò che ho considerato più significativo per capire l’evoluzione della mia personalità. Non ho sviluppato molto la parte relativa alla carriera vera e propria e ai successi internazionali – sono solo menzionati – perché lo scopo era cercare di chiarirmi come, partendo da un mondo di provincia e senza particolari aiuti avevo raggiunto una posizione di rilievo internazionale nella medicina scientifica e sottolineare le difficoltà. Mi è sembrato che sviluppare il racconto in questo modo ne avrebbe facilitato la comprensione. Aggiungo che il libro è frutto del cambiamento di vita indotto dalla pandemia e dal pensionamento, prima non ne avrei avuto il tempo.

Come cambia la vita per una bambina cresciuta in Valsesia quando arriva a contatto con Torino e poi Milano?

E’ stato ovviamente un cambiamento radicale, ma ero preparata avendo sfruttato al massimo le occasioni che mi erano capitate per uscire dal mio piccolo mondo (le amicizie al mare, il viaggio in Grecia…) ed ero desiderosa di fare nuove esperienze. Quello che ho scoperto in città era la libertà di decidere e organizzarsi la vita e, con il 68 studentesco, l’idea dei propri diritti, idea che, data l’educazione ricevuta, era un po’ confusa. Torino è stato il vero cambiamento seguito dopo qualche anno dallo stage negli Stati Uniti (vedi relativi capitoli), la base di una visione più ampia e internazionale della vita e della medicina. Il passaggio a Milano è avvenuto in età matura ed è stato un cambiamento sostanziale per il lavoro, non per la vita!

Ho trovato particolarmente interessante la parte in cui riporti stralci del tuo diario di Liceo (devo dire con riflessioni molto mature per una ragazza di quell’età). Sono stati quelli gli anni della consapevolezza?

Il diario è in parte documentaristico della vita di allora: la scuola, professori e compagni, le vacanze estive, l’associazionismo cattolico, la ricerca di nuove esperienze, e in parte riflessione. Ci sono i tormenti della scelta della facoltà: amo gli studi classici ma cerco una professione sociale che non serva solo a me, le riflessioni e i dubbi tra scienza, ragione e religione che ha dominato i primi anni della mia vita. Certamente l’educazione rigorosamente cattolica di quegli anni ha lasciato una traccia profonda nella mia personalità, sulla serietà nello studio prima e nel lavoro poi, l’apertura e l’attenzione verso gli altri, l’impegno a non sprecare il tempo che passa e la consapevolezza, retaggio della educazione di cui sopra, che la vita è un regalo e non va sprecata. Consapevolezza delle mie possibilità è acquisita più avanti, in realtà come scrivo nel libro “la sensazione della mia inadeguatezza” mi ha sempre accompagnata.

In tutto il libro si legge chiara l’unicità della posizione lavorativa raggiunta per una donna. Quanto è ancora chiuso il mondo dei ruoli di comando in medicina per le donne in Italia?

Orami la medicina è considerata una professione quasi femminile e il numero di donne tra gli studenti e nei ruoli iniziali della carriera supera quello degli uomini. Nelle posizioni apicali però la situazione è ancora molto difficile. Posso parlare con competenza del mondo universitario: a fronte di una larga maggioranza di donne nei primi anni postlaurea, incluse le posizioni di ricercatore, i professori associati di medicina nel 2021 si fermavano al 30 % e gli ordinari a meno del 20%. Come dico nel libro ho sperimentato il problema direttamente sia all’Università di Torino (ma erano altri anni) che più recentemente a Milano all’Università del San Raffaele. Il messaggio del libro vuole essere positivo per le donne: se la motivazione è forte non smettere di provare, anche se l’ambiente intorno non sembra favorevole.

Come si svolge oggi la vita di Clara Camaschella?

Molto più quietamente di prima: una limitata attività scientifica (review, articoli e partecipazione attiva a congressi molto selezionati) e di advisor per il mio ex gruppo di ricerca. Ho molto più tempo per pensare e ricordare, leggere, coltivare amicizie e, quando possibile, viaggiare con mio marito. Sono poco social (su facebook solo per il libro). In effetti ultimamente parte del tempo va nella promozione del libro, considerato che i diritti saranno devoluti alla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

E tu cosa ne pensi?

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