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Cultura

Erika Savio ci porta nelle periferie degli anni ’80 con I ragazzi sognano in technicolor

L’intervista con l’autrice

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TORINO – Crudo, denso, significativo e soprattutto scritto in manieraa estremamente coinvolgente. I ragazzi sognano in technicolor, Astoria, ci porta nella periferia torinese alla fine degli anni ’80 ed Erika Anna Savio lo fa tuffandoci in pieno nelle atmosfere di quegli anni.

Lisa arriva a Torino da Finale Ligure, al seguito della madre separata dal marito e con un fratellino piccolo di cui occuparsi. Anche perchè la madre non sembra essere troppo preoccupata della cura di entrambi. Anzi, la donna finisce per ritrovare un vecchio amore di quando era ragazza e viveva proprio in quella zona e se lo porta in casa. Solo che Terry è un uomo violento e con qualche problema serio di droga.

Lisa, che frequenta la prima media, è una ragazzina a modo, attenta, capace e molto brava a scuola. Lo scontro con la periferia torinese però la colpirà duramente e per sopravvivere dovrà adattarsi a quel mondo, a scapito di sogni e speranze.

L’autrice ci porta in pieno nelle atmosfere di quegli anni (sarà che li conosce bene per tempistiche e luoghi). Ci mostra una periferia torinese dura, fatta di casermoni, ragazzi che vivono l’intera giornata per strada, mancanza totale di occasioni di riscatto culturale. E sono gli anni in cui le droghe stavano invadendo proprio quelle aree dimenticate da Dio e dalla politica locale. Ma sono anche gli anni dei motorini scassati, della musica metal, delle merendine, degli spot del Mulino Bianco, del Nesquik e delle televisioni private. E tutto questo ritroviamo nel racconto.

In fondo questo è un gran bel romanzo di formazione, con una serie di giovanissimi protagonisti che devono affrontare la loro crescita su un palcoscenico difficile, che sembra non lasciare speranze. Peraltro senza l’aiuto degli adulti, latitanti per variegati motivi. Sono ragazzi che crescono da soli, che si fanno forza in gruppo, che affrontano difficoltà e adulti pericolosi. Non tutti ce la faranno, non tutti completeranno il loro percorso di crescita.

Intervista con Erika Anna Savio

Periferia di Torino. Fine degli anni ’80. Una ragazzina alla scuola media. Mi pare sia un mondo che hai conosciuto da vicino?

Sì, è un mondo che conosco bene. In primis perchè sono nata e cresciuta a Mirafiori Sud che in quegli anni era una delle periferie considerate (anche se non del tutto a ragione) un “luogo a rischio” e poi sono figlia di insegnanti delle scuole medie nonché professoressa io stessa ormai da anni. Ho insegnato a Mirafiori, a Falchera, a Lucento e adesso sono ad Aurora, tra Porta Palazzo e Barriera. Direi che ormai le periferie (non solo territoriali ma anche percettive, nel senso di luoghi percepiti come “ai margini”) sono un luogo che non solo conosco bene ma che amo anche molto.

I protagonisti di questo romanzo sono tutti ragazzini. Ci racconti alcuni di loro?

I protagonisti di questa storia sono ragazzi con dietro storie intense, dolori da affrontare, paure da vincere, sogni in cui credere.
C’è Nunzia, figlia di immigrati, una delle più care amiche della protagonista. Nunzia è un’anima semplice e concreta, ma non è un’ingenua, sa bene cosa vuole e, non potendo contare più di tanto sulla sua famiglia, se la cava con le sue forze in ogni situazione. Poi c’è Luca, il grande amore della protagonista, un ragazzo senza valori, confuso, con una speciale attrazione per i guai, così come Nikola e Sonia. Infine ci sono gli “amici metallari”: Ivan e Paolo, che trovano nella musica una forma di identità e, soprattutto, c’è Karen, così diversa per provenienza, possibilità (e problemi) ma che vuol essere uguale agli altri nonostante la sua famiglia cerchi in tutti i modi di allontanarla dal gruppo.
È una fauna variegata, quella del quartiere “Le Serre” ma ognuno di questi ragazzi, nello stesso modo, sogna il mondo in cui vorrebbe vivere, l’adulto che vuole diventare.

E poi ci sono Lisa e Alex…

Lisa è una storia che ho nel cuore da quando ero ragazzina. L’ho scritta e riscritta e, tanti anni fa, l’ho persino disegnata in un fumetto. Immaginare di venire strappata dai luoghi che conosci (e nei quali ti riconosci) è qualcosa che mi ha sempre spaventata a morte. Quando ero bambina capitava spesso che qualche amica, all’improvviso e per i motivi più svariati, dovesse cambiare casa, andarsene dal quartiere e io ho sempre voluto capire come ci si potesse sentire… non so, forse perché sapevo per certo che la mia famiglia non si sarebbe mai spostata o forse perché mi ha sempre affascinato e terrorizzato l’imprevedibilità nei cambiamenti della vita, soprattutto quando sei un ragazzino e non puoi dire la tua in merito a certe decisioni.
Alex è invece il ragazzino sfrontato, senza punti di riferimento, con una famiglia scombinata ma che non puoi fare a meno di amare perché capisci che tutti i suoi comportamenti fuori dalla norma sono in realtà una richiesta di aiuto. Credo che di Alex in giro ce ne siano sempre e tutti, prima o poi – in particolare se lavori con i ragazzi – ne abbiamo incontrato uno e non abbiamo potuto fare a meno di volergli bene.

Che ruolo hanno gli adulti in questa storia?

Purtroppo hanno un ruolo davvero deludente. Come mi ha fatto notare una lettrice, “tutti gli adulti seguono solo con egoismo e leggerezza i propri desideri, senza preoccuparsi delle possibili conseguenze sui ragazzini”. E non parlo solo dei personaggi adulti moralmente più degradati, più “cattivi”, ma anche di quelli che mettono esclusivamente se stessi al centro, che sono “assenti” o anche, più semplicemente, incapaci di dialogare, di capire un punto di vista diverso.
…insomma – a parte qualcuno – per lo più gli adulti in questo libro non fanno una gran bella figura!

Lisa si trova buttata in un mondo lontano da quello che ha conosciuto nei primi anni della sua vita. Per lei è più difficile che per i suoi amici nati in quella periferia oppure la sua base culturale diversa le offre un’arma in più?

In realtà lei ha la grande fortuna di amare i libri e i libri sono un rifugio importante. Ti accolgono in un posto sicuro quando la realtà intorno ti fa soffrire, ti donano degli esempi da seguire e, soprattutto, degli strumenti per salvarti da ogni situazione. I libri sono un’arma potentissima: ti insegnano a comprendere, confrontare e metabolizzare. E a diventare, senza paura, chi senti di essere.

Come te, ho vissuto quegli anni nella periferia torinese. Ho ritrovato nel tuo libro sensazioni, odori, colori ed anche paure. Scrivere questo libro è stata per te anche una sorta di catarsi?

Sicuramente. Quel mondo, che hai vissuto anche tu – seppur, per nostra fortuna, senza quelle esperienze così estreme – è la nostra adolescenza. Era il nostro quotidiano, era quel tempo in cui tutto era ancora da scoprire e non sapevamo gli adulti che saremmo diventati. Come ci immaginavamo “da grandi”? Come ci immaginavamo il mondo in cui saremmo vissuti? L’adolescenza è come l’estate: le giornate sembrano interminabili, aspetti sempre il giorno dopo con entusiasmo e trepidazione… E poi, all’improvviso, ti ritrovi adulto con la sensazione di esserti perso qualche pezzo del percorso!
Scrivere questo romanzo mi è servito per guardarmi indietro e andare alla ricerca di quello che ero. Mentre scrivevo ero tornata l’Erika di allora, con le sue speranze, le sue rabbie, le sue delusioni… Da una parte è stato bello perché mi ha permesso di guardare all’oggi con più consapevolezza, dall’altra – a volte – è stato un po’ malinconico.

Allarghiamo un po’ il campo. Come è cambiata oggi la periferia torinese?

È cambiata moltissimo! Ne ho parlato proprio ultimamente, in occasione della proiezione de “La ragazza di via Millelire” al Piccolo Festival del Cinema Underground Torinese: la Mirafiori di oggi è quasi irriconoscibile rispetto a quella degli anni Ottanta e Novanta… Oserei dire che il degrado non abita più qui. Le strade sono pulite, gli spazi verdi e le case sono curati, gli scoiattoli corrono sui viali e tutto appare ordinato. C’è anche l’altro lato della medaglia, ovviamente: quello che manca sono i bambini che giocano. Quello che – purtroppo! – è invece uguale a prima è la mancanza di negozi, di servizi raggiungibili a piedi (banche, cinema, tanto per dirne qualcuno), della metropolitana (ok il 4 ma non è proprio la stessa cosa come velocità per raggiungere il centro) e punti di aggregazione che vadano oltre l’oratorio e i giardinetti. Inoltre, sono cambiati gli abitanti: la maggioranza è composta da anziani, pochissime le coppie giovani. Intorno alle ex case popolari qualche ragazzino in più si vede, ma è niente in confronto al passato. E questo vale, dal più al meno, anche per Falchera o Vallette. Se è vero che la qualità della vita è migliore, posso però affermare (da insegnante) che chi ci vive continua ad avere la percezione di “non essere a Torino”, esattamente come era per noi.
Quel che è certo è che oggi, a Torino, le problematiche sociali e la povertà più disperata si trovano molto più vicino al cuore della città, nelle cosiddette “emiferie”, quelle zone a ridosso del centro, che non sono più centro ma neppure periferia estrema.

Nonostante questo sia un romanzo duro, che mostra un mondo difficile popolato da sconfitti, sembra esserci una luce alla fine del tunnel, un messaggio di speranza. Qual è l’appiglio a cui si aggrappano i giovani protagonisti?

I sogni, assolutamente. I sogni, se ci credi davvero, puoi farli diventare come certi film della Disney, “in technicolor”: così vividi che ti sembrano veri, anche quando sono quasi impossibili da realizzare. I ragazzi, come i bambini, riescono ancora a mescolare speranze e sogni e possono essere in grado di trasformare ogni piccola faccenda quotidiana in un’avventura unica e speciale. Le amicizie, l’amore: per loro è tutto nuovo, è tutto intenso e ci si buttano anima e corpo. Pur nelle vicissitudini più tremende, i ragazzi riescono a cogliere delle luci che gli adulti possono non vedere. Perché vogliono vivere, vogliono poter immaginare il loro futuro come qualcosa di bello, creato da loro… È, credo, una forma di sopravvivenza per il genere umano! E questo lo vedo anche nei miei alunni di oggi: apparentemente diversi (sempre con il cellulare in mano) ma, nella loro vita emotiva, sono uguali a quelli che eravamo noi, a quelli prima di noi e, ne sono certa, a quelli che verranno dopo.
E noi adulti abbiamo la grande responsabilità di aiutarli a diventare la versione migliore di loro stessi.

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