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CronacaTorino

Eternit bis, la Corte d’Appello di Torino: Schmidheiny era consapevole dei rischi dell’amianto

392 le vittime riconosciute, mentre il rischio prescrizione incombe su altri casi ancora aperti

Alessia Serlenga

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TORINO – La Corte d’Appello di Torino ha depositato le 620 pagine di motivazioni della sentenza del processo Eternit bis, sei mesi dopo la condanna di Stephan Schmidheiny a nove anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo. Dalle motivazioni emerge in modo netto che l’ex proprietario dello stabilimento di Casale Monferrato, alla guida dell’impianto tra il 1976 e il 1986, era pienamente consapevole della pericolosità dell’amianto prodotto e lavorato nello stabilimento alessandrino.

Secondo i giudici, la diffusione della fibra tossica fu il risultato di una gestione che non adottò misure di sicurezza adeguate. Nei capannoni non erano presenti sistemi di aspirazione né dispositivi di protezione per i lavoratori, e mancavano controlli sanitari periodici. Lo scarto della lavorazione, noto come polverino, veniva inoltre distribuito gratuitamente agli abitanti del territorio per l’isolamento di tetti e pavimentazioni, esponendo inconsapevolmente intere famiglie, compresi i bambini, alla polvere cancerogena.

Il numero delle vittime accertate ha raggiunto 392 persone, tra ex dipendenti e cittadini contaminati indirettamente. La Corte ha evidenziato anche come, negli anni di attività, la società abbia condotto un’operazione di disinformazione pubblica, volta a rassicurare la popolazione e a minimizzare i rischi legati all’uso dell’asbesto.

Sul fronte giudiziario, resta aperta la questione della prescrizione. Molti casi rischiano di non giungere a sentenza definitiva, poiché il decorso del tempo ne compromette la perseguibilità penale. Le associazioni dei familiari delle vittime confidano tuttavia che parte dei procedimenti possa proseguire fino alla conclusione del processo.

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