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CronacaTorino

Cioccolatò e Mercatini di Natale, condanna a 7 anni e 6 mesi per Francesco Ferrara: riconosciuto il metodo mafioso

Ferrara ha esercitato un controllo del proprio giro d’affari attraverso un sistema di intimidazione e violenza delegata

Gabriele Farina

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TORINO – È arrivata oggi la sentenza di primo grado per Francesco Ferrara, imprenditore considerato per anni al centro della gestione di eventi come Cioccolatò e dei Mercatini di Natale. Il tribunale lo ha condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione, riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso.

Secondo l’impianto accusatorio, Ferrara avrebbe esercitato un controllo del proprio giro d’affari attraverso un sistema di intimidazione e violenza delegata, affidandosi a una rete di collaboratori incaricati di gestire le situazioni più delicate, comprese le controversie con i creditori.

Le condanne e il processo

Nel complesso il collegio giudicante, composto dai giudici Federica Florio, Elena Rocci e Giovanni Grasso, ha emesso quattro condanne e un’assoluzione. Oltre a Ferrara, sono stati condannati alcuni suoi presunti collaboratori:

Paolo Madoglio: 3 anni e 1 mese
Francesco Onofrio: 2 anni
Felice Curcio: 9 mesi (senza aggravante mafiosa, accusato di detenzione dell’arma per conto di Ferrara)

È stato invece assolto Rocco Natale Romeo, per non aver commesso il fatto.

Le accuse, a vario titolo, riguardavano sequestro di persona, lesioni, minacce e tentata estorsione. Per diversi imputati è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso.

La pistola “Caterina” e il risarcimento

Nel corso del procedimento è stata disposta la confisca di una pistola semiautomatica, che secondo gli atti sarebbe stata detenuta illegalmente da Ferrara e da lui soprannominata “Caterina”.

Il tribunale ha inoltre stabilito un risarcimento in favore della parte civile, con una provvisionale di 15mila euro a carico dello stesso Ferrara.

L’impianto accusatorio

Durante la requisitoria, la pubblica accusa — rappresentata dalla pm Manuela Pedrotta — ha descritto Ferrara come un soggetto in grado di esercitare un potere basato sull’intimidazione sistematica, assimilabile a dinamiche tipiche della criminalità organizzata.

Secondo la procura, il metodo contestato si sarebbe basato su un codice comportamentale preciso: gestione delle controversie al di fuori dei canali legali, uso della violenza come strumento di pressione e affidamento a una rete di soggetti incaricati delle azioni materiali.

Tra gli elementi citati dall’accusa figurano frequentazioni con soggetti pregiudicati, la partecipazione a eventi dal forte valore simbolico e il sostegno economico verso collaboratori detenuti.

La difesa

Ferrara ha sempre respinto ogni accusa di legami con la criminalità organizzata, definendo il proprio percorso come quello di un imprenditore “self-made”. Nel corso dell’interrogatorio ha sostenuto che le contestazioni deriverebbero da normali dinamiche lavorative degenerate in conflitti.

Secondo la ricostruzione difensiva, non vi sarebbe stato alcun sistema strutturato di intimidazione, ma piuttosto una gestione conflittuale di rapporti commerciali.

La tesi della procura

Per l’accusa, invece, Ferrara avrebbe mantenuto un ruolo apicale, delegando l’uso della forza a un gruppo di fidati collaboratori. Un modello che, secondo la Direzione distrettuale antimafia, si inserirebbe in schemi organizzativi tipici delle strutture mafiose, dove la risoluzione delle controversie avviene attraverso la pressione e non tramite gli strumenti civili o giudiziari.

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