CronacaTorino
Servì lo Stato nella Marina, lo uccise l’amianto: dopo 15 anni il Ministero condannato a risarcire la famiglia del militare torinese
La storia di un ex marinaio torinese stroncato a 60 anni da un mesotelioma
TORINO – Rimase vedova ad appena quarant’anni, con una bambina di dieci a cui spiegare che il papà non sarebbe più tornato. Oggi, dopo una battaglia legale durata quindici anni, per quella famiglia torinese arriva finalmente un atto di giustizia. Una sentenza ormai definitiva del tribunale di Torino ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 187.745 euro (oltre agli interessi) la moglie e la figlia di S. C., ex leva della Marina Militare ucciso da un mesotelioma pleurico contratto a causa dell’esposizione all’amianto.
Un killer silenzioso a bordo delle navi militari
Tra il 1971 e il 1973, il giovane militare prestò servizio come motorista e meccanico navale per la Marina militare, operando anche a bordo di prestigiose unità navali della flotta italiana. Tra le sue destinazioni ci fu persino l’orgoglio della flotta italiana: la nave scuola Amerigo Vespucci, su cui rimase imbarcato dall’estate al tardo autunno del 1972.
Ciò che allora sembrava un motivo d’orgoglio si è rivelato, decenni dopo, una condanna a morte. Le perizie hanno accertato che il militare lavorò per anni immerso nelle polveri d’amianto: la fibra killer rivestiva tubazioni, guarnizioni, impianti elettrici e persino gli stessi indumenti protettivi in dotazione. Nessun dispositivo di sicurezza, nessuna maschera, nessuna tutela. Un’esposizione devastante proseguita poi negli ambienti dell’Arsenale di Taranto e alla scuola della Maddalena.
Il verdetto della diagnosi arrivò spietato nel luglio del 2009: mesotelioma pleurico. Dopo due anni di sofferenze, il 15 aprile 2011, l’uomo si è spento a soli 60 anni.
La svolta giudiziaria: “I rischi erano già noti”
In aula, il Ministero della Difesa ha provato a difendersi sostenendo che all’epoca dei fatti la pericolosità dell’asbesto non fosse ancora del tutto nota. Una tesi spazzata via dai giudici torinesi: il tribunale ha stabilito che i rischi erano ampiamente conosciuti già all’inizio degli anni ’70 e che l’Amministrazione aveva il dovere di proteggere i propri uomini. Respinta con decisione anche l’eccezione di prescrizione tentata dallo Stato.
Questa sentenza restituisce dignità a un uomo che ha servito il proprio Paese e ha pagato quel servizio con la vita.
Nessun risarcimento potrà colmare il vuoto lasciato a una moglie e a una figlia così giovani, ma il riconoscimento delle responsabilità rappresenta un atto di giustizia che arriva dopo un’attesa troppo lunga. È anche un monito affinché tragedie come questa non vengano dimenticate e perché tutti coloro che sono stati esposti all’amianto possano vedere riconosciuti i propri diritti
commenta con fermezza l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia.
La decisione del Tribunale di Torino riporta l’attenzione sulle conseguenze dell’esposizione all’amianto nelle Forze Armate, una vicenda che continua ancora oggi a coinvolgere numerosi militari e le loro famiglie.
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