CuneoSport
Dalle montagne al mare: in Sardegna la vela “in stile alpino” senza motore
Una piccola barca di appena cinque metri, vela, remi e tutto il necessario per vivere qualche giorno in autonomia
SOMMARIVA DEL BOSCO – Dal 7 al 17 luglio hanno percorso la costa sud-occidentale della Sardegna a bordo di una deriva di cinque metri, senza motore e dormendo quasi sempre sulle spiagge. Non era una semplice vacanza in barca, ma un esperimento per portare sul mare un’idea nata sulle montagne: lo “Stile Alpino”.
A promuoverlo è Round Robin A.S.D., associazione senza scopo di lucro nata a Sommariva del Bosco, nel Cuneese. A bordo della piccola imbarcazione c’erano i due piemontesi Marco Esposito e Gabriele Bosio, la bergamasca Ilaria Ramera e Claudia Vitabile, originaria di Sciacca.
La filosofia di Messner portata sul mare
Il punto di partenza è una filosofia elaborata nell’alpinismo e legata soprattutto a Reinhold Messner. Lo “Stile Alpino” significa affrontare una salita con mezzi ridotti al minimo, senza una grande macchina organizzativa alle spalle e accettando anche la possibilità di tornare indietro senza aver raggiunto la vetta.
L’idea, secondo Round Robin, può essere applicata anche alla navigazione.
Il principio è semplice: togliere per avere. Meno attrezzatura significa maggiore necessità di affidarsi alle proprie capacità, al vento, al mare e alla capacità dell’equipaggio di prendere decisioni.
«Ogni cosa che non ti porti dietro è un qualcosa che devi trovare dentro di te», spiega Marco Esposito, presidente dell’associazione.
Per questo il motore, nella loro concezione della navigazione, è l’unico vero divieto. Non semplicemente spento o utilizzato soltanto in emergenza: non deve essere presente a bordo.
Radio VHF, previsioni meteorologiche e tecnologia non vengono invece rifiutate. L’obiettivo non è tornare al passato, ma evitare che la tecnologia sostituisca la capacità di leggere il mare e scegliere la rotta.
Cinque metri di barca e tutto il necessario
La barca utilizzata per la spedizione è un Commando, progetto degli anni Ottanta pensato per il campeggio nautico. Recuperata a Pescara, è stata rimessa a nuovo in appena un mese nel cortile della sede dell’associazione.
Una deriva di questo tipo non ha cabina né chiglia zavorrata e può scuffiare, cioè rovesciarsi, se viene colpita da una raffica. A mantenerla stabile è anche il peso di chi la conduce.
A bordo c’erano vela e remi, tende, sacchi a pelo, fornelli da campeggio, sacche stagne e due taniche d’acqua. Il minimo indispensabile per essere autonomi per due o tre giorni.
La rotta si è sviluppata da Buggerru verso Porto Pino, seguendo i venti dominanti da nord-ovest. Una quarantina di miglia in linea d’aria diventate più di cinquanta considerando il bordeggio, affrontate in otto giornate effettive di navigazione.
L’equipaggio ha toccato Cala Domestica, Masua, Fontanamare, Portoscuso, Punta e s’Aliga e Maladroxia. La sera si sbarcava sulle spiagge, si montava il campo e all’alba si ripartiva, lasciando dietro di sé il minor impatto possibile.
Il timone rotto e il traino dei pescatori
La filosofia è stata messa alla prova quasi subito.
Il secondo giorno, durante un tratto di costa particolarmente esposto al maestrale, si è spezzata la pala del timone. Non c’erano ridossi nelle vicinanze e la costa era caratterizzata da scogliere a picco.
L’equipaggio ha ammainato la randa, continuato a governare con il solo fiocco e raggiunto a remi la spiaggia di Masua. Nel giro di un paio d’ore, grazie anche all’aiuto della gente del posto, il timone era nuovamente funzionante.
Un altro momento delicato è arrivato davanti a Punta Menga. Lo scirocco è aumentato fino a rendere impossibile doppiare il capo di bolina. La soluzione è arrivata da una famiglia belga che si trovava alla fonda nelle vicinanze e ha offerto un traino.
«In viaggi così succede di tutto, e ogni volta abbiamo trovato qualcuno che ci dava una mano senza chiedere niente», racconta Esposito.
La meta? Non è sempre necessario raggiungerla
Il momento più significativo del viaggio, però, è forse quello in cui l’equipaggio ha deciso di non arrivare alla destinazione prevista.
La meta iniziale era Porto Teulada. Per raggiungerla sarebbe stato necessario doppiare Capo Teulada. Da Punta e s’Aliga mancavano poco più di venti miglia, una distanza considerata affrontabile.
Ma i quattro hanno scelto di fermarsi a Sant’Antioco e godersi la spiaggia di Maladroxia.
«Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno: quello che conta è il viaggio, non la meta», spiega Esposito.
È probabilmente questo il punto in cui la filosofia dello “Stile Alpino” trova la sua espressione più concreta: non arrivare a tutti i costi. Il viaggio viene preparato con attenzione, ma una volta in mare bisogna accettare ciò che il vento e le condizioni permettono.
«Quello che abbiamo fatto è quello che si poteva fare con le nostre forze. E quello che non abbiamo fatto, siamo stati bravi a non farlo», racconta ancora il presidente.
Un’idea che vuole diventare un nuovo modo di andare per mare
Round Robin non sostiene di aver inventato qualcosa di completamente nuovo. In Bretagna e in Inghilterra, i raid costieri con piccole barche a vela sono una pratica consolidata. In Italia, però, esperienze di questo tipo sono molto meno diffuse.
L’obiettivo dell’associazione è quindi dare un nome e una struttura a questa filosofia, affinché possa essere ripresa anche da altri appassionati.
Non una serie di regole rigide, ma alcuni principi: utilizzare i mezzi minimi necessari, rinunciare al motore, affidarsi alle proprie capacità e accettare i limiti imposti dal mare.
E proprio il viaggio appena concluso potrebbe essere soltanto il primo capitolo.
La barca è stata chiamata Odissea. Al momento del varo, a Buggerru, l’equipaggio ha colorato soltanto la prima delle sette lettere del nome. La regola è che ne verrà completata una per ogni viaggio.
Per vedere il nome interamente colorato serviranno dunque sette traversate.
Quella appena conclusa è stata soltanto la prima.
Iscriviti al canale WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

