SocietàTorino
I ragazzi di Acmos tornano in Ucraina: «La pace significa continuare a esserci»
Un messaggio che parte da Torino e arriva fino a Mykolaïv, Kherson e Kiev: la pace non può essere soltanto un auspicio
TORINO – A oltre quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, la guerra continua a segnare profondamente la vita del Paese. Ed è proprio in questo contesto che, anche quest’anno, un gruppo di giovani dell’associazione torinese Acmos è tornato in Ucraina, per incontrare persone e realtà impegnate quotidianamente sul terreno della solidarietà e della costruzione della pace.
Il viaggio ha toccato Mykolaïv e Kherson, dove prosegue la presenza di Operazione Colomba, ma quest’anno i ragazzi hanno scelto di raggiungere anche Kiev, per ampliare il confronto e conoscere da vicino altre esperienze impegnate nel Paese.
A Kiev l’incontro con chi racconta e vive la guerra
Nella capitale ucraina la delegazione di Acmos ha incontrato diverse persone impegnate su fronti differenti, ma accomunate dalla volontà di continuare a lavorare per la pace e per il sostegno alla popolazione.
Tra gli incontri quello con Claudia Bettiol, giornalista di Valigia Blu e parte dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, che ha permesso ai giovani torinesi di confrontarsi sul modo in cui il conflitto viene raccontato e percepito, non soltanto in Ucraina ma anche nel resto d’Europa.
La delegazione ha poi incontrato don Moreno Cattelan dell’Opera Don Orione, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, Nunzio Apostolico a Kiev, Ludovico Manzoni, responsabile esteri dei Giovani Democratici, e Anna Bondarenko, fondatrice dell’Ukrainian Volunteer Service e responsabile di Novact in Ucraina.
Esperienze e punti di vista diversi, dunque, che hanno consentito ai ragazzi di Acmos di confrontarsi con la complessità di una realtà che spesso rischia di essere raccontata soltanto attraverso le immagini del fronte e degli attacchi.
«Ascoltare per superare superficialità e polarizzazione»
È proprio questo uno degli aspetti che l’associazione torinese sottolinea. «Il punto di vista di chi vive in questi contesti – spiegano da Acmos – aiuta a superare la superficialità e la polarizzazione del dibattito attuale in Europa».
L’obiettivo del viaggio non è quindi soltanto osservare gli effetti della guerra, ma ascoltare direttamente chi vive ogni giorno le conseguenze del conflitto e chi ha scelto di continuare a operare sul territorio.
Gli incontri hanno permesso di affrontare anche le difficoltà quotidiane della popolazione e le molteplici dimensioni della guerra, comprese quelle sociali, economiche e culturali. Una complessità che, secondo Acmos, rischia di perdersi quando il conflitto viene ridotto esclusivamente alla contrapposizione militare.
La pace non è soltanto il desiderio che la guerra finisca
Dal viaggio arriva anche una riflessione sul significato della parola pace. Per Acmos, infatti, la fine dei combattimenti non può essere considerata automaticamente sinonimo di pace.
«La costruzione della pace e il lavoro per essa sono un impegno faticoso, continuativo, condiviso», sottolinea l’associazione, ricordando come la pace richieda «scelte difficili, responsabilità e capacità di guardare anche oltre l’emergenza».
Una prospettiva che mette al centro le persone e la loro possibilità di tornare a costruire un futuro, oltre le esigenze e le convenienze economiche legate al conflitto.
Da Torino all’Ucraina, «continuare a esserci»
Il viaggio dei giovani di Acmos si inserisce così in un percorso che l’associazione porta avanti da anni e che punta a mantenere aperti i legami con le realtà impegnate in Ucraina.
Di fronte a una guerra che, dopo più di quattro anni, continua a provocare conseguenze profonde, la scelta dell’associazione è quella di non interrompere la presenza e l’ascolto.
«Sostenere la pace per noi significa continuare a esserci, non voltare le spalle e giudicare ma ascoltare e supportare chi lotta per la pace in questa realtà», spiegano da Acmos.
Un messaggio che parte da Torino e arriva fino a Mykolaïv, Kherson e Kiev: la pace, secondo i giovani dell’associazione, non può essere soltanto un auspicio. È un percorso da costruire nel tempo, attraverso la presenza, il confronto e la capacità di continuare ad ascoltare chi vive ogni giorno le conseguenze della guerra.
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