CronacaTorino
È morta Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo che testimoniò contro il padre
Anche dopo la morte di Lea, Libera rimase accanto a Denise. L’avvocata Enza Rando assistette la giovane nella costituzione di parte civile nel processo, mentre don Luigi Ciotti seguì da vicino la vicenda
TORINO – È morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009. Denise, 35 anni, è morta suicida. La sua storia era diventata uno dei simboli più dolorosi della lotta contro le mafie: prima accanto alla madre, poi da sola, aveva affrontato anni di protezione, la perdita della madre e un processo nel quale aveva scelto di testimoniare contro il padre, Carlo Cosco, condannato per l’omicidio di Lea.
La sua vita era stata segnata fin dall’infanzia dalla vicenda della madre. Lea Garofalo, nata a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, aveva avuto una relazione con Carlo Cosco, uomo legato alla criminalità organizzata, dalla quale nel 1991 era nata Denise. Nel 2002, dopo anni di intimidazioni e dopo aver deciso di raccontare agli investigatori ciò che conosceva degli ambienti criminali frequentati dalla famiglia, Lea era entrata nel programma di protezione insieme alla figlia. Madre e figlia erano state trasferite a Campobasso e avevano vissuto per anni sotto tutela.
Lea Garofalo e gli anni sotto protezione
La protezione, però, fu una vicenda tormentata. Nel 2006 a Lea venne revocata, perché le sue dichiarazioni erano state considerate non sufficientemente attendibili e significative. La donna ricorse contro quella decisione e nel 2007 venne riammessa nel programma. Nel 2009 decise infine di uscirne volontariamente, continuando però a vivere a Campobasso con Denise.
Fu proprio in quegli anni difficili che Lea incontrò don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Nel 2008, durante un incontro pubblico, gli raccontò la propria storia e la profonda sfiducia maturata nei confronti delle istituzioni. Ciotti la mise in contatto con l’avvocata Enza Rando, allora responsabile dell’ufficio legale di Libera, che avrebbe avuto un ruolo importante nella vicenda giudiziaria successiva.
Il rapporto con Libera non va quindi confuso con la protezione garantita dallo Stato: l’associazione non gestiva il programma di tutela. Il suo intervento fu soprattutto quello di offrire a Lea un punto di riferimento e un sostegno legale e umano, in una fase nella quale la donna si sentiva sempre più sola.
L’omicidio di Lea
Il 24 novembre 2009 Lea Garofalo venne uccisa a Milano. Carlo Cosco l’aveva attirata nel capoluogo lombardo con il pretesto di parlare del futuro della figlia. Denise si trovava con la madre durante quei giorni, ma venne allontanata poco prima dell’omicidio.
Il corpo di Lea fu portato a San Fruttuoso, in Brianza, e distrutto nel tentativo di cancellare ogni traccia. Solo successivamente, grazie alle dichiarazioni di Carmine Venturino, furono ritrovati più di duemila frammenti ossei e la collana della donna.
La morte della madre trasformò Denise nella principale testimone della vicenda. Nel processo raccontò ciò che aveva vissuto e testimoniò contro il padre e gli altri imputati. La sua deposizione fu decisiva per ricostruire la responsabilità di Carlo Cosco e degli altri uomini coinvolti nell’omicidio.
Nel 2012, in primo grado, arrivarono sei condanne all’ergastolo. In appello, nel 2013, vennero confermati quattro ergastoli, mentre Carmine Venturino fu condannato a 25 anni e Giuseppe Cosco venne assolto. Nel dicembre 2014 la Cassazione rese definitive le condanne.
Libera e don Ciotti accanto a Denise
Anche dopo la morte di Lea, Libera rimase accanto a Denise. L’avvocata Enza Rando assistette la giovane nella costituzione di parte civile nel processo, mentre don Luigi Ciotti seguì da vicino la vicenda. Il sostegno dell’associazione fu anche umano, in una storia nella quale una ragazza giovanissima si trovò a dover affrontare il padre e altri familiari in tribunale per ottenere giustizia per la madre.
Il legame con Libera emerse anche nel momento simbolicamente più importante della storia di Lea. Il 19 ottobre 2013, a Milano, vennero celebrati i funerali civili della testimone di giustizia, quasi quattro anni dopo la sua uccisione. La cerimonia fu celebrata da don Luigi Ciotti, davanti a centinaia di persone. Denise, che viveva ancora sotto protezione, partecipò a distanza: la sua voce venne trasmessa dagli altoparlanti della piazza.
Era la voce di una figlia che aveva perso la madre e che aveva contribuito, con la propria testimonianza, a fare luce su quella morte.
Una vita sotto protezione
Dopo il processo Denise continuò a vivere protetta e con una nuova identità. La sua storia è stata raccontata anche dalla cultura e dall’informazione, fino alla serie televisiva The Good Mothers, che ha riportato all’attenzione del pubblico le vicende di alcune donne che hanno scelto di rompere con le organizzazioni mafiose.
La morte di Denise riapre così una storia che sembrava avere trovato una conclusione giudiziaria, ma che non aveva mai smesso di interrogare sul prezzo pagato da Lea e dalla figlia per essersi ribellate alla ‘ndrangheta.
Lea Garofalo aveva cercato di costruire per Denise una vita diversa da quella nella quale era cresciuta. Denise, dopo la morte della madre, aveva raccolto quella eredità fino ad arrivare in aula contro il proprio padre. Oggi la sua morte aggiunge un’altra pagina drammatica a una vicenda che Libera ha continuato a ricordare come una storia di coraggio, ma anche di solitudine e di enorme sofferenza.
Denise Cosco è morta a 35 anni, la stessa età in cui venne uccisa Lea Garofalo.
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