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Il gioco è contagioso: succede ai bambini, ma anche a scimpanzé, bonobo e gorilla

La ricerca dell’Università di Torino

Gabriele Farina

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Immagine realizzata con ChatGpt

TORINO – Quando qualcuno comincia a giocare, è più probabile che anche chi gli sta vicino inizi a farlo. Succede ai bambini, ma anche agli scimpanzé, ai bonobo e ai gorilla. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Torino, pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B, che ha analizzato per la prima volta il cosiddetto “contagio del gioco” nelle quattro specie.

La ricerca è stata realizzata da Ivan Norscia, Edoardo Collarini e Giada Cordoni del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino. L’obiettivo era capire come il gioco si diffonda all’interno di un gruppo e quali caratteristiche individuali e sociali possano favorirne la propagazione.

Oltre 1.100 ore di osservazione

Tra febbraio 2022 e febbraio 2025 i ricercatori hanno raccolto oltre 1.100 ore di osservazioni su 107 individui, distribuiti in otto gruppi: due per ciascuna delle quattro specie considerate.

Per gli esseri umani la ricerca si è svolta a Torino, all’asilo nido Armando Melis, dove sono stati osservati 28 bambini di età compresa tra 13 e 36 mesi. Scimpanzé, bonobo e gorilla sono stati invece osservati in diverse strutture zoologiche europee.

Si è trattato di una ricerca esclusivamente osservazionale: i ricercatori non hanno modificato le situazioni né interferito nelle interazioni spontanee tra gli individui.

Per verificare se il gioco fosse effettivamente contagioso e non si trattasse soltanto di una coincidenza, gli studiosi hanno osservato che cosa accadeva nei minuti successivi all’inizio di un episodio di gioco. L’attenzione era rivolta agli individui che si trovavano nelle vicinanze e che in quel momento non stavano giocando.

Il loro comportamento è stato poi confrontato con quello degli stessi individui in situazioni analoghe, ma in assenza di un precedente episodio di gioco.

Il risultato è stato significativo in tutte e quattro le specie: la probabilità di iniziare a giocare aumentava dopo che un altro individuo aveva cominciato a farlo.

Il ruolo delle relazioni sociali

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il rapporto tra il contagio del gioco e le relazioni all’interno del gruppo.

Il fenomeno è risultato più frequente nei gruppi caratterizzati da un maggior numero di interazioni amichevoli rispetto a quelle aggressive. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che per comprendere la diffusione del gioco non sia sufficiente osservare il singolo individuo, ma sia necessario considerare anche la rete di relazioni sociali nella quale è inserito.

A rispondere maggiormente al gioco degli altri sono stati soprattutto gli individui più giovani e quelli che si trovavano più vicini a chi aveva iniziato l’attività.

Il contagio è risultato inoltre più frequente nei gruppi con un rapporto più elevato tra maschi e femmine. Non sono invece emersi effetti significativi legati alla dimensione del gruppo, alla durata dell’episodio di gioco iniziale o al fatto che il primo individuo giocasse da solo oppure insieme ad altri.

Un elemento particolarmente interessante è proprio quest’ultimo: anche il gioco solitario può innescare una risposta da parte degli individui vicini.

Un comportamento che potrebbe avere radici molto antiche

La presenza del contagio del gioco in esseri umani, scimpanzé, bonobo e gorilla apre una prospettiva sulle origini evolutive di questo comportamento.

Secondo gli autori, il fenomeno potrebbe risalire all’ultimo antenato comune delle quattro specie e avere avuto un ruolo nella diffusione di interazioni non aggressive all’interno dei gruppi.

«Il comportamento collettivo – spiega Ivan Norscia – è un fenomeno diffuso tra gli esseri umani, capace di trascinare le masse in molti ambiti della vita politica, sociale, religiosa, sportiva e musicale. Indagarne le basi biologiche e le profonde radici evolutive può aiutarci a comprenderne meglio le dinamiche e a gestirne le manifestazioni».

«Il gioco, in particolare, è un modello comportamentale ideale perché è multifunzionale – aggiunge Giada Cordoni – che emerge fin dalle prime fasi dello sviluppo, e promuove la creazione e il mantenimento dei legami sociali, attraverso interazioni di reciprocità».

La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione CRT e cofinanziata dall’Università di Torino attraverso fondi di ricerca locale del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi. L’elaborazione dei dati è stata inoltre sostenuta dal progetto PRIN 2022 “Non-verbal markers of emotional intersubjectivity: a comparative approach to empathy”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca.

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