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Torino Blues, quando a Torino c’erano i Mondiali
L’intervista con Luca Serra
TORINO – 8 giugno 1990, la sorprendente vittoria del Camerun contro l’Argentina Campione del Mondo in carica inaugura i Mondiali di Italia 90. Saranno i Mondiali della Germania riunita e di Totò Schillaci. Roberto Baggio si presenterà al mondo, Maradona spaccherà Napoli e l’Italia.
Questo è il teatro in cui si svolge Torino Blues, il nuovo thriller di Luca Serra, Golem Edizioni. In una Torino in festa in cui risuonano i balli dei tifosi brasiliani, un gruppo di ragazzi affronta l’esame di maturità. Ma per loro sarà un’estate indimenticabile per ben altri motivi. Durante la festa di fine anno una studentessa viene uccisa e sarà solo il primo omicidio di una serie che terrorizzerà il liceo Newton e tutta la città.
Serra ci accompagna nel racconto seguendo le vicende di Willy, uno spilungone albino appassionato di musica, e dei suoi amici e compagni. Da Antonello (dettò Caffè) a Valentina, da Caterina a Donatella. Con loro ci sono anche i professori, l’antipatico Giancarlo Pace, la giovane e bella professoressa di inglese Silvana Contini, e i genitori (il padre di Willy è giornalista).
Insomma ci troviamo nella Torino del 1990 insieme ad un gruppo di studenti travolti da una serie di omicidi. Tra amori, indagini, pericoli, misteri e anche un paio di sedute spiritiche, ne viene fuori un thriller vero, appassionante, pieno di ritmo e sorprese, che rotola fino ad un finale travolgente, pieno di tensione e suspance. Un thriller classico, sporco, costruito con sapienza fin nei dettagli.
L’intervista con Luca Serra
Un gruppo di studenti impegnati nell’esame di maturità deve affrontare la probabile presenza di un serial killer. Come è nata questa storia?
L’idea iniziale è nata da un racconto scritto anni fa per un concorso online. In questo racconto un bambino è nel suo letto, paralizzato dalla paura perchè nell’oscurità gli sembra di vedere un mostro. Volevo prendere questo spunto, trasformando, però, il bambino in un ragazzo più cresciuto, che non crede più ai mostri ma è ugualmente terrorizzato perchè la sua ragazza è appena stata uccisa in maniera misteriosa.
Ho cominciato a lavorarci su, e piano piano il mostro è sparito, lasciando posto ad una più “realistica” storia di un serial killer. Ho qundi pensato di ambientare la vicenda in un momento cruciale della vita di tutti, quello dell’esame di maturità.
Rappresenta la fine di una routine fatta di scuola-amici-studio che ci ha accompagnato per tutta la vita, non è un caso che moltissime persone, anche dopo decenni, continuino a sognare di dover sostenere la maturità.
Sotto una certa lettura, il killer potrebbe essere una metafora di questo cambiamento.
Siamo a Torino nell’estate di Italia 90. Come mai questa ambientazione storica?
Questa parte non ha richiesto un particolare sforzo di fantasia: io sono nato nel 1971, di conseguenza nel 1990 i miei amici ed io – oltre a migliaia di altri studenti in tutta Italia – ci siamo trovati nella condizione di affrontare l’esame di maturità durante i campionati del mondo. Sul momento non prestai attenzione alla peculiare combinazione di eventi, ma a posteriori mi trovai a riflettere sul come quell’estate contenesse una contraddizione molto forte. Da una parte c’era la maturità, quello che per un ragazzo di diciannove anni è il momento in cui concentrazione, l’ansia, e anche la paura sono massime; dall’altra c’erano i Mondiali di calcio, cioè esattamente il contrario: festa, divertimento, evasione.
E Torino era pienamente coinvolta in quanto sede di uno dei gironi, quello in cui era stato inserito il Brasile. C’erano i tifosi per le strade e un’atmosfera completamente diversa da quella abituale, soprattutto per la Torino di quegli anni, che era ancora una città operaia. Per un ragazzo appassionato di calcio significava avere contemporaneamente davanti il massimo del divertimento e il massimo della concentrazione.
Mi piaceva questo contrasto, e nel romanzo a questi due elementi se ne aggiunge un terzo: gli omicidi. Così quella che dovrebbe essere un’estate memorabile per ragioni molto semplici – la fine della scuola, i Mondiali, gli amici, le ragazze – diventa memorabile per ragioni completamente diverse.
Il protagonista è Willy, uno spilungone albino e certamente un personaggio piuttosto curioso. Come mai questa scelta?
A me non piacciono i primi della classe, i Superman, i Topolino.
Non ho mai amato quei personaggi che sono belli, ma anche molto intelligenti, e ci sanno fare con le donne e però sono modesti e sono anche milionari perchè sono dei geni. Volevo un protagonista che fosse abituato a sentirsi diverso, che dovesse un po’ sgomitare nella vita.
Avevo stabilito da subito che sarebbe stato molto alto, e probabilmente la sua peculiarità si sarebbe limitata a questo se nell’estate del 2025, durante una vacanza in Salento, non avessi notato in spiaggia una ragazza albina. Il contrasto con gli altri bagnanti era estremamente evidente, e così mi venne l’idea di attribuire a Willy anche questa caratteristica.
Intorno a lui si muovono compagni e professori. Da Antonello a Valentina, fino alla professoressa Silvana Contini. Ci racconti alcuni di loro?
Il gruppo attorno al quale ruota la storia è formato da Willy, Antonello, Caterina, Valentina e Donatella.
Antonello è l’amico del cuore. Con lui c’è quel tipo di legame che a quell’età può essere assoluto. Ascolta solo musica metal, apparentemente disincantato ma più profondo di quello che vuole mostrare.
Caterina è la ragazza di cui Willy è innamorato. Non è mai riuscito a dirglielo e per lei è solo un amico, ma lui è molto geloso di lei. Un grande classico a quell’età.
Ci sono quindi Donatella, amica di Caterina, ombrosa e introversa; e Valentina. Lei è l’unica della classe a non essere stata ammessa all’esame, e vive questa condizione con disagio, celando i suoi pensieri dietro il trucco pesante e decine di collane e braccialetti
Poi ci sono gli adulti e gli insegnanti, tra cui Silvana Contini. Lei è la loro professoressa di inglese, ha trentuno anni e quindi per i suoi allievi è una signora. Single da poco, su di lei ha messo gli occhi il suo collega, il professor Pace, anche se non è chiaro che intenzioni abbia con lei.
E chiudiamo con Eugenio Agosto. Ora verrebbe definito “personale non docente” – l’unica categoria professionale che viene identificata per quello che non fa – e che all’epoca conoscevamo come bidello. Lui è quella figura silenziosa che rifornisce le aule di gessetti, aggiusta le cuffie nei laboratori di lingue e non solo.
Nel tuo romanzo la polizia non fa proprio un figurone. Ad arrivare più vicini alla verità sono i ragazzi e i giornalisti…
Non credo sia tanto una brutta figura della polizia. I ragazzi hanno un vantaggio naturale, sono immersi nel loro mondo, conoscono dinamiche e sfumature impossibili da vedere da fuori.
Dall’altra parte immagina quel contesto: Mondiali del 90, Torino sotto i riflettori, un omicidio da risolvere in fretta. Quando si chiede un risultato a ogni costo, il rischio è che la risposta arrivi, ma non sia necessariamente quella giusta.
Il romanzo si chiude il 4 agosto 1990, proprio tre giorni dopo a Roma verrà uccisa Simonetta Cesaroni. Quello che viene ricordato come “il delitto di via Poma” e forse il primo esempio di casi mediatici, con la polizia a brancolare nel buio e l’opinione pubblica che voleva un colpevole.
Io volevo mostrare quel meccanismo, non assolvere né accusare nessuno, ma far vedere anche chi indaga e le pressioni che subisce nel farlo.
Quello che hai scritto è un thriller perfettamente costruito che funziona dalla prima all’ultima pagina. Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Se vogliamo rimanere nel genere, penso che al momento le due massime autorità siano Jo Nesbo e Michael Connelly. Mi piacciono molto anche Carlo Lucarelli, Anne Holt e nell’ultimo anno ho scoperto Philip Kerr.
Uscendo invece dal genere crime, Stephen King rimane secondo me inarrivabile – il mio libro preferito continua ad essere IT – seguito da Nick Hornby e dal collettivo Wu Ming. Ultimamente ho apprezzato Nathan Hill e Adam Rapp.
Come sempre nei tuoi libri grande spazio è dato alla musica…
Non amo iniziare un’argomentazione con “ai miei tempi era diverso”, però con la musica secondo me c’è davvero qualcosa di oggettivo.
Oggi un disco esce e un secondo dopo è su Spotify, lo ascolti e se non ti piace passi oltre. Quando ero adolescente la mia paghetta settimanale corrispondeva esattamente al prezzo di un disco – le vecchie quindicimila lire – e questo implicava che, se volevo comprarne uno il sabato, dovevo stare attentissimo a non spendere niente durante la settimana. Niente sfizi, niente coca-cola, neanche un pacchetto di caramelle, e alla fine nella migliore delle ipotesi potevo comprarne uno ogni due, tre settimane.
L’acquisto del disco seguiva un rituale preciso: il sabato pomeriggio, dopo la scuola, con alcuni amici si andava in centro a setacciare i due negozi di dischi di riferimento: Maschio e Rock and Folk. Si passavano ore a sfogliare le copertine delle nuove uscite e dei vecchi classici in cerca della scelta definitiva, perché poteva essere solo una. Quella scelta andava ponderata con cura, ma proprio per questo il disco finiva per avere un peso enorme: lo ascoltavi, riascoltavi, ne conoscevi testi e arrangiamenti, e diventava parte di te. E in adolescenza questa cosa conta molto. Chiedere “che musica ascolti?” era un modo per capire chi avevi davanti, e stai certo che un fan dei Metallica con molta difficoltà sarebbe diventato amico di un ammiratore degli Wham!, tanto per dire.
C’erano estetiche, appartenenze, rituali. Magari era ingenuo, però dava il segno di quanto la musica fosse un linguaggio identitario. È anche il mondo in cui si muove Willy in “Torino Blues”. Per lui la musica è davvero un rifugio; quando torna a casa sceglie cosa ascoltare in base a come sta, si rifugia nelle cassette, nelle compilation fatte su misura, e questa non è solo un’invenzione narrativa, era davvero così, almeno per me. La musica non era qualcosa che consumavi in fretta, era un modo per dire chi eri, ma anche un posto dove ripararti.
Venendo all’assunto iniziale, non so quindi se un tempo fosse meglio, anzi, per certi aspetti è meglio ora, ma certamente era diverso.
Luca Serra cosa ricorda di quell’estate 1990?
Ricordo soprattutto quella strana sovrapposizione di cui parlavo prima: da una parte la maturità, che in quel momento sembrava un evento gigantesco; dall’altra i Mondiali, Torino piena di gente, il Brasile che giocava in città, e un’atmosfera di festa che rendeva ancora più assurdo il fatto di dover stare a studiare.
Anche noi, come Willy e gli amici, ci trovavamo al pomeriggio a studiare e la sera tutti assieme davanti al televisore se l’Italia giocava.
Era la prima estate in cui i quelli della Gialappa’s Band trasmettevano per radio, così usavamo vedere le partite con il volume della televisione azzerato e la radio sintonizzata su di loro.
Ho riportato alcuni episodi autentici, come la partita tra il Brasile e la Svezia in cui entrai con il pass da giornalista, o il tema di maturità il cui argomento era stato casualmente ripassato il giorno prima.
Anche i miei amici ed io saremmo partiti ad agosto con il biglietto InterRail, anche se la nostra destinazione fu l’Irlanda e il Regno Unito.
Ancora non lo sapevo, ma quella sarebbe stata l’ultima estate in cui avrei potuto concedermi due mesi di svago.
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