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Quando in Piemonte si andava ai grandi magazzini: le insegne che hanno cambiato lo shopping

Le insegne sono cambiate. Le abitudini ancora di più.

Gabriele Farina

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Foto lombardiabeniculturali.it

TORINO – C’è stato un tempo in cui andare a fare acquisti significava anche entrare in un luogo che, per dimensioni, assortimento e atmosfera, sembrava quasi una piccola città dentro la città. Erano i grandi magazzini, con le loro insegne riconoscibili, le scale mobili, le vetrine, i reparti e quella promessa di poter trovare tutto sotto lo stesso tetto.

Anche in Piemonte hanno rappresentato per decenni una parte importante della vita quotidiana. Alcuni marchi sono ancora presenti, altri hanno cambiato completamente pelle, altri ancora sono ormai soltanto un ricordo. Ma il loro arrivo ha segnato una trasformazione profonda nel modo di comprare, soprattutto a partire dagli anni Trenta e poi durante il boom economico.

La Standa nacque anche guardando a Torino

La storia di una delle insegne più conosciute comincia nel 1931, quando Francesco Emanuele Monzino fondò la società che sarebbe diventata Standard. Dopo l’esperienza maturata nel gruppo Rinascente-Upim, Monzino puntò sul modello del grande magazzino a prezzi accessibili.

Il primo negozio della nuova società aprì a Milano nel settembre 1931. A Torino, però, arrivò presto: la prima filiale torinese della Standard fu inaugurata il 26 marzo 1934 in via Roma, in pieno centro.

Era un modello destinato a cambiare il rapporto tra il cliente e il negozio. Non più soltanto il commerciante dietro il banco, ma un grande spazio nel quale poter guardare, confrontare e scegliere.

Nel dopoguerra la Standa si espanse rapidamente. Nel 1958 introdusse nei propri magazzini i carrelli per la spesa e il self-service nel settore alimentare, anticipando una modalità di acquisto che sarebbe diventata normalissima. Nel 1962 arrivò a Torino anche un punto vendita particolarmente moderno per l’epoca, in corso Giulio Cesare, dotato di parcheggio privato per i clienti.

Era già un’anticipazione di quello che sarebbe arrivato negli anni successivi: il negozio non era più necessariamente legato alle vie dello shopping del centro, ma poteva diventare una grande struttura capace di attirare clienti anche da lontano.

L’Upim e la rivoluzione dei prezzi accessibili

Un’altra insegna entrata nella memoria di generazioni di piemontesi è Upim.

Il marchio nacque alla fine degli anni Venti con una formula basata sui prezzi contenuti e su un assortimento molto ampio. La crescita fu rapida e portò l’insegna anche nelle città di provincia.

A Torino l’Upim arrivò in via Roma nell’ottobre del 1937. Nel 1939 i negozi della catena erano già 36.

Il successo sarebbe arrivato soprattutto nel dopoguerra e nei decenni del boom economico. Gli Upim diventavano luoghi nei quali si poteva trovare praticamente di tutto: dall’abbigliamento agli articoli per la casa, dai giocattoli ai piccoli oggetti di uso quotidiano.

E c’era un elemento che per molti bambini e ragazzi rappresentava una vera attrazione: le scale mobili.

Per chi oggi è abituato ai centri commerciali e ai grandi supermercati, può sembrare difficile immaginare quanto potesse essere speciale entrare in un grande magazzino negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta. Per molte famiglie era un’esperienza che andava oltre la semplice necessità di fare acquisti.

La Rinascente arriva a Torino negli anni Settanta

La storia dei grandi magazzini torinesi passa anche dalla Rinascente, insegna storica del commercio italiano.

Nel 1973 il gruppo inaugurò una nuova filiale a Torino. L’archivio storico della società conserva ancora la documentazione e le immagini dell’apertura, annunciata all’epoca come un appuntamento importante per la città.

Ma la storia torinese della Rinascente sarebbe stata anche un esempio delle trasformazioni che stavano investendo il commercio.

Alla fine degli anni Settanta la società decise infatti di trasferire l’attività dalla sede di via Lagrange verso Venaria. La vicenda arrivò anche in Consiglio regionale: nel 1978 la Regione esaminò la richiesta per l’apertura a Venaria di un complesso commerciale con una superficie di vendita complessiva di oltre 13 mila metri quadrati, collegata alla cessazione dell’attività nella sede torinese di via Lagrange.

Non era soltanto la storia di un negozio che cambiava indirizzo. Era il segnale di una trasformazione molto più ampia.

Il commercio stava iniziando a spostarsi verso strutture sempre più grandi, facilmente raggiungibili in automobile, con parcheggi e superfici di vendita capaci di riunire in un unico luogo attività molto diverse.

Quando arrivarono i centri commerciali

È proprio qui che la storia dei grandi magazzini diventa anche la storia del Piemonte contemporaneo.

Negli anni Sessanta e Settanta il modello del grande magazzino aveva rappresentato la modernità. Poi arrivarono gli ipermercati e i centri commerciali, cambiando nuovamente le abitudini.

La stessa Standa, negli anni Settanta, aumentò la propria presenza in Piemonte anche attraverso acquisizioni di catene locali. Nel 1970 rilevò, tra le altre, le catene Diadi di Torino, contribuendo all’espansione della propria rete nella regione.

La competizione sarebbe diventata progressivamente più dura.

Il destino della Standa è emblematico: dopo decenni di trasformazioni societarie e commerciali, il marchio dei grandi magazzini cessò sostanzialmente di esistere nel 2002, mentre il ramo alimentare sopravvisse ancora per alcuni anni.

Molti degli edifici che avevano ospitato quelle insegne, però, sono rimasti. E in alcuni casi hanno semplicemente cambiato nome.

A Vercelli l’ex Upim è diventata un altro pezzo della città

La trasformazione si vede bene anche fuori Torino.

A Vercelli, per esempio, lo storico edificio di corso Libertà è stato per anni associato all’Upim e successivamente a Benetton. Nel 2014 La Stampa definiva ancora quello stabile il “palazzo ex Upim”, ricordando come nel 2001 Benetton avesse riunito proprio lì diversi punti vendita cittadini.

È una delle caratteristiche più curiose di questa storia: spesso il grande magazzino non è davvero scomparso.

È scomparsa l’insegna.

Dietro una vetrina moderna, dentro un negozio completamente diverso o dietro una facciata che continuiamo a vedere ogni giorno può esserci ancora il luogo nel quale, cinquant’anni fa, una famiglia entrava per comprare un cappotto, un giocattolo, una pentola o semplicemente per guardare cosa c’era di nuovo.

Ecco perché quei grandi magazzini sono rimasti nella memoria

La nostalgia per Standa, Upim e le altre grandi insegne del passato non riguarda soltanto i marchi.

Riguarda un modo diverso di vivere la città.

Il grande magazzino era un luogo nel quale si incontravano generazioni diverse, dove il bambino guardava i giocattoli mentre i genitori facevano acquisti, dove le scale mobili erano ancora una piccola meraviglia e dove comprare qualcosa poteva trasformarsi in una passeggiata.

Poi sono arrivati i centri commerciali, gli outlet, i grandi supermercati specializzati e infine lo shopping online.

Le insegne sono cambiate. Le abitudini ancora di più.

Ma se oggi, passando davanti a un vecchio edificio commerciale del centro di Torino, Vercelli o di un’altra città piemontese, qualcuno pensa “qui una volta c’era la Standa” o “qui c’era l’Upim”, non sta ricordando soltanto un negozio.

Sta ricordando il momento in cui fare acquisti, per una generazione intera, significava anche scoprire un pezzo della modernità che stava arrivando.

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