Curiosità Cultura Torino
Maria Velleda Farnè, la prima donna laureata a Torino: la storia della pioniera dimenticata
TORINO – Il 18 luglio 1878, a Torino, una giovane donna di 26 anni entrò nella storia. Si chiamava Maria Velleda Farnè e quel giorno conseguì la laurea in Medicina e chirurgia all’Università di Torino. Fu la prima donna a laurearsi nell’ateneo torinese e la seconda in Italia a ottenere un titolo in medicina.
Non era però soltanto una studentessa brillante. Dietro quella laurea c’era una storia fatta di coraggio, ostacoli, ambizioni e anche di un finale amaro. Una storia che per molto tempo è rimasta quasi nascosta negli archivi dell’Università.
Da Bologna a Torino
Maria Velleda Farnè nacque a Bologna il 21 febbraio 1852, seconda figlia di Enrico Farnè e Adele Gommi. Il padre era avvocato, letterato dilettante e uomo politicamente impegnato nelle idee democratiche e mazziniane. Fu probabilmente proprio lui a scegliere per la figlia quel secondo nome così insolito, Velleda, preso dalla storia antica e legato a una sacerdotessa druidica del I secolo.
La famiglia si trasferì in Piemonte nel 1864, quando Maria era ancora ragazzina. Il padre intraprese la carriera nella magistratura e per vent’anni esercitò l’incarico di pretore.
Maria ricevette una formazione superiore soprattutto in casa. Un percorso tutt’altro che semplice in un’epoca nella quale l’accesso delle donne all’istruzione universitaria era ancora un’eccezione.
Nel 1873 riuscì comunque a ottenere la licenza liceale al Liceo Cavour di Torino. Quello stesso anno fece il passo decisivo: il 4 dicembre si iscrisse alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università di Torino. Fu ammessa direttamente al secondo anno perché aveva già seguito le lezioni nei due anni precedenti.
L’unica donna tra gli studenti
All’Università Maria era una presenza fuori dall’ordinario. Era, infatti, l’unica donna tra gli studenti dell’Ateneo.
Eppure non si limitò a frequentare. Superò tutti gli esami senza essere mai respinta e si trovò a studiare con alcuni dei più importanti esponenti della medicina e della cultura scientifica torinese dell’epoca: Jacob Moleschott, Michele Lessona, Giulio Bizzozero, Angelo Mosso e Cesare Lombroso.
La prova finale era tutt’altro che simbolica. L’esame di laurea comprendeva tre parti: una prova sul cadavere e due prove cliniche. Maria dovette dimostrare concretamente di essere in grado di esercitare la professione medica.
Il 18 luglio 1878 arrivò il momento decisivo. Maria Velleda Farnè ottenne il titolo di dottoressa in Medicina e chirurgia, con il punteggio finale di 38/63.
La notizia fece rapidamente il giro della stampa italiana e internazionale. Non era soltanto una giovane donna che aveva conquistato una laurea: era una donna che aveva sfidato un mondo professionale ancora quasi completamente maschile.
Prima di Lidia Poët
Quando si parla delle pioniere piemontesi dell’istruzione superiore, il nome che viene immediatamente in mente è spesso quello di Lidia Poët.
Ma Maria Farnè arrivò prima.
La futura avvocata, diventata negli ultimi anni una figura popolare anche grazie alla serie televisiva, avrebbe conseguito la laurea successivamente. Farnè fu dunque la prima donna a laurearsi all’Università di Torino, mentre Poët sarebbe diventata la prima donna iscritta all’Ordine degli avvocati.
La differenza è importante perché racconta due battaglie parallele per l’accesso delle donne alle professioni.
La laurea non bastava
Il titolo universitario, però, non significava che per Maria fosse iniziata una carriera facile.
Nel 1879 morì il padre Enrico. Maria iniziò probabilmente a esercitare la professione privata a Torino, ma si trovò davanti a un ostacolo che andava ben oltre gli studi.
Le donne potevano ottenere una formazione medica, ma l’accesso agli ospedali era di fatto precluso. Non esisteva necessariamente un divieto legislativo assoluto, ma nella pratica nessun dirigente ospedaliero sembrava disposto ad assumere una donna come medico. Anche la libera professione era difficile: costruire una clientela non era semplice nemmeno nelle specialità considerate allora più adatte alle donne, come pediatria e ginecologia.
Per una pioniera come Farnè, insomma, il traguardo universitario era soltanto il primo ostacolo.
La regina Margherita e il trasferimento a Roma
Nel 1881 arrivò però un riconoscimento prestigioso.
Maria Velleda Farnè venne iscritta a titolo onorario tra il personale sanitario della Real Casa, in seguito alle intenzioni manifestate dalla regina Margherita di Savoia. Non si trattava, come è stato talvolta raccontato, di una nomina a medico ordinario stipendiato della Casa reale: l’Archivio Storico dell’Università di Torino ha chiarito che l’incarico era onorario.
Maria si trasferì quindi a Roma.
La sua figura tornò al centro dell’attenzione alcuni anni dopo, quando la giornalista e scrittrice Matilde Serao ne raccontò la storia sul Corriere di Roma. Serao contribuì a restituire visibilità alla dottoressa e pubblicò anche un ritratto che oggi rappresenta una delle testimonianze più preziose per ricostruire il suo volto.
Una dottoressa impegnata nell’igiene
A Roma Maria Farnè non si limitò all’attività medica.
Collaborò con la Rassegna degli interessi femminili, pubblicando due interventi dedicati soprattutto all’igiene e alla condizione delle donne.
Nel primo, “L’estetica nell’igiene”, affrontò i danni provocati dalla costrizione del corpo femminile. Nel secondo, “Un inno all’acqua”, sostenne l’importanza dell’igiene personale e del lavaggio quotidiano dell’intero corpo, guardando anche all’esempio delle terme dell’antica Roma.
Era un modo di fare medicina che oggi può sembrare quasi scontato, ma che nella seconda metà dell’Ottocento aveva una forte componente di divulgazione e di educazione sanitaria.
Nel 1886 risulta inoltre impegnata nelle visite mediche alle donne impiegate al telegrafo della Direzione compartimentale di Roma. Nel 1889 divenne medico dell’Istituto di collocamento per le giovani disoccupate, un’opera filantropica che offriva sostegno a ragazze povere in cerca di un’occupazione e di una sistemazione sicura.
Dalla pioniera alla difficoltà economica
La parte più sorprendente della sua storia arriva però negli ultimi anni.
La donna che era riuscita a conquistare uno dei traguardi più difficili per una donna italiana dell’Ottocento finì infatti per trovarsi in una situazione economica sempre più complicata.
Dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento le fonti documentano una crescente difficoltà finanziaria. Maria doveva occuparsi della madre anziana e contribuire anche alle necessità del fratello Alfredo Vittorio, che aveva intrapreso a quarant’anni la professione di insegnante di inglese.
Le lettere conservate negli archivi raccontano una situazione molto diversa dall’immagine trionfale della giovane dottoressa celebrata dai giornali.
In una missiva alla marchesa di Villamarina, Maria arrivò a chiedere aiuto per far fronte alle necessità più urgenti. Era una donna che per tutta la vita aveva cercato di costruirsi la propria indipendenza e che ora si trovava costretta a chiedere sostegno economico.
È forse questo il capitolo meno conosciuto della sua vicenda.
La morte a Rivalba
Maria Velleda Farnè morì il 9 novembre 1905, a 53 anni, a Rivalba, sulle colline non lontane da Torino.
Si trovava a Villa Tarino, una dimora signorile utilizzata per la villeggiatura e allora isolata rispetto all’abitato. Il giorno successivo il decesso venne denunciato in municipio dal più giovane dei nipoti e dal medico condotto. L’11 novembre Maria fu sepolta nel cimitero locale, ma oggi della sua tomba non rimane traccia.
La donna che aveva fatto parlare i giornali di tutta Italia e anche quelli stranieri era morta lontano da Roma e dalla vita pubblica.
E per decenni il suo nome rimase quasi dimenticato.
Il ritorno a Torino
A riportare Maria Velleda Farnè nella memoria dell’Università di Torino è stato soprattutto il lavoro di Paola Novaria, che ha ricostruito la sua biografia nel volume Maria Velleda Farnè (1852-1905). Ritratto in chiaroscuro di una pioniera, pubblicato negli Annali di Storia delle università italiane nel 2022.
Il 18 novembre 2022, 144 anni dopo quella laurea, l’Università di Torino ha inaugurato nel Palazzo del Rettorato un ritratto marmoreo in altorilievo dedicato a Maria Velleda Farnè.
È un’opera particolarmente simbolica: il volto di Farnè è infatti il primo ritratto femminile collocato nello scalone monumentale del Rettorato, in un edificio che ospita la storia dell’Ateneo dal Settecento.
È arrivato così, con molto ritardo, un riconoscimento alla donna che nel 1878 aveva aperto una porta che per le altre sarebbe diventata progressivamente più facile da attraversare.
Maria Velleda Farnè non fu soltanto “la prima donna laureata a Torino”. Fu una delle donne che dimostrarono, in un’epoca in cui non era affatto scontato, che anche una donna poteva entrare in un’aula universitaria, affrontare un esame sul cadavere, visitare pazienti e diventare medico.
La sua storia, però, racconta anche qualcosa di meno celebrativo: conquistare un traguardo non significa necessariamente riuscire a godere delle opportunità che quel traguardo dovrebbe aprire.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui la vicenda di Maria Velleda Farnè, riscoperta dopo più di un secolo, merita ancora di essere raccontata.
Iscriviti al canale WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

