Curiosità Cultura Torino
Il rifugio antiaereo di piazza Risorgimento, il bunker segreto che per cinquant’anni rimase nascosto sotto Torino
Oggi è uno dei luoghi della memoria più suggestivi della città, visitabile in occasione di aperture straordinarie e visite guidate
TORINO – C’è un luogo, nel cuore del quartiere Campidoglio, che per decenni è rimasto letteralmente sotto gli occhi di tutti senza che quasi nessuno sapesse della sua esistenza. Sotto piazza Risorgimento, dodici metri sotto il livello stradale, si estende infatti uno dei più grandi rifugi antiaerei costruiti a Torino durante la Seconda guerra mondiale: un’opera di ingegneria civile pensata per salvare centinaia di vite durante i bombardamenti alleati e rimasta dimenticata fino alla metà degli anni Novanta.
Oggi è uno dei luoghi della memoria più suggestivi della città, visitabile in occasione di aperture straordinarie e visite guidate, capace di raccontare una delle pagine più drammatiche della storia di Torino.
Quando Torino scoprì di non essere pronta alla guerra
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Torino era una delle città industriali più importanti d’Italia e rappresentava un obiettivo strategico per gli Alleati. Le fabbriche Fiat, le industrie belliche e la rete ferroviaria rendevano il capoluogo piemontese un bersaglio privilegiato dei bombardamenti.
Eppure la città era impreparata.
Nei primi anni del conflitto la protezione civile si affidava soprattutto a semplici trincee scavate nei giardini pubblici e lungo le strade. Erano ricoveri sommari, coperti da assi di legno e terra, che si rivelarono presto del tutto inadeguati contro le bombe di grosso calibro. Già alla fine del 1941 quelle strutture iniziarono a essere eliminate perché considerate inefficaci.
La maggior parte dei torinesi cercava allora riparo nelle cantine degli edifici o negli “infernotti”, locali sotterranei nati per conservare il vino ma trasformati in rifugi improvvisati.
I bombardamenti cambiarono tutto
L’autunno del 1942 segnò una svolta.
Le violente incursioni aeree dimostrarono che Torino aveva bisogno di rifugi costruiti con criteri completamente diversi. Il Comune avviò così un vasto programma di realizzazione di ricoveri pubblici in cemento armato, progettati per resistere ai crolli provocati dalle esplosioni.
Tra il 1942 e il 1944 vennero costruiti oltre quaranta grandi rifugi pubblici disseminati nei quartieri cittadini. Tra questi, quello di piazza Risorgimento sarebbe diventato il più grande e uno dei meglio conservati ancora oggi.
Un’opera imponente sotto il quartiere Campidoglio
Il rifugio venne completato nel 1943.
Per raggiungerlo bisognava scendere dodici metri sottoterra attraverso lunghe scale d’accesso.
La struttura colpisce ancora oggi per le sue dimensioni:
- tre gallerie parallele;
- circa 40 metri di lunghezza ciascuna;
- larghezza di 4,5 metri;
- otto passaggi di collegamento;
- oltre 550 metri quadrati complessivi;
- muri in cemento armato spessi circa 80 centimetri.
Poteva ospitare fino a 1.150 persone, diventando uno dei ricoveri pubblici più capienti dell’intera città.
Solo il 15% dei torinesi aveva un rifugio sicuro
Nonostante l’enorme sforzo costruttivo, i ricoveri restavano comunque insufficienti.
Alla fine del 1944 Torino disponeva di 137 rifugi pubblici e centinaia di rifugi privati ricavati nei condomini, riconoscibili dalla caratteristica “R” bianca dipinta vicino ai portoni.
Sommando tutte le strutture realmente sicure, soltanto circa il 15% della popolazione poteva contare su un riparo efficace durante un bombardamento. Il resto della città continuava a rifugiarsi in locali improvvisati o nelle cantine, spesso con conseguenze tragiche durante le incursioni più devastanti.
La fine della guerra e il lungo oblio
Con la Liberazione il rifugio perse improvvisamente la propria funzione.
Come accadde a molti altri ricoveri antiaerei torinesi, gli accessi vennero chiusi e la struttura fu progressivamente dimenticata.
Per quasi cinquant’anni nessuno vi entrò più.
Sopra di essa la vita continuò normalmente: la piazza venne sistemata, furono piantati alberi e generazioni di abitanti attraversarono quotidianamente quel luogo senza immaginare cosa si trovasse sotto i loro piedi.
La straordinaria riscoperta del 1995
La storia cambiò nel 1995.
Durante gli studi preliminari per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo riemersero le testimonianze di alcuni anziani del quartiere che ricordavano l’esistenza del rifugio.
Il Comune decise di effettuare alcuni sondaggi.
Al terzo tentativo il foro raggiunse finalmente il bunker.
A calarsi per primo fu il vicesindaco Domenico Carpanini. Davanti ai suoi occhi apparve una scena sorprendente: le gallerie erano rimaste praticamente intatte, ma completamente invase dalle lunghissime radici delle paulonie piantate nella piazza soprastante, penetrate fino a decine di metri di profondità.
Dal recupero al museo della memoria
Dopo il recupero e la messa in sicurezza, il rifugio riaprì proprio nel 1995, in occasione del cinquantesimo anniversario della Liberazione.
Nel 2013 venne temporaneamente chiuso per l’adeguamento degli impianti e riaperto nel febbraio 2014.
Oggi è gestito dal Museo Diffuso della Resistenza e rappresenta uno dei luoghi più significativi per comprendere cosa significasse vivere sotto le bombe durante la guerra. Le visite permettono di percorrere gli stessi corridoi attraversati dagli abitanti del quartiere Campidoglio durante gli allarmi aerei, trasformando numeri e statistiche in un’esperienza concreta di memoria collettiva.
Un pezzo di Torino nascosto nel sottosuolo
Passeggiando in piazza Risorgimento è difficile immaginare che, appena dodici metri più in basso, esista ancora un’opera costruita oltre ottant’anni fa per affrontare una delle stagioni più drammatiche della città.
Il rifugio antiaereo non è soltanto un monumento della Seconda guerra mondiale: è la testimonianza concreta della paura quotidiana vissuta da migliaia di torinesi durante i bombardamenti e della capacità della città di conservare, anche nel sottosuolo, una parte importante della propria memoria.
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