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San Giuseppe Cafasso, il santo piemontese che dedicò la vita ai carcerati e ai condannati a morte

Fu proclamato beato da papa Pio XI il 3 maggio 1925 e santo da papa Pio XII il 22 giugno 1947

Gabriele Farina

Pubblicato

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Di Enrico Reffo - Malfatto e Rogna, Asti nella storia delle sue vie, p. 498, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42474386

TORINO – Una vita trascorsa tra Torino e le colline dell’Astigiano, accanto ai sacerdoti da formare e alle persone più emarginate. San Giuseppe Cafasso è una delle figure più significative della storia religiosa e sociale del Piemonte dell’Ottocento: sacerdote, educatore e assistente spirituale dei detenuti, è ricordato soprattutto per la vicinanza ai condannati a morte, che accompagnava fino al patibolo.

La sua storia si intreccia con quella di altri protagonisti della spiritualità piemontese, da san Giovanni Bosco al beato Giuseppe Allamano, e con una Torino profondamente diversa da quella di oggi, segnata dalla povertà, dalle difficili condizioni delle carceri e dalle trasformazioni della società. Cafasso morì il 23 giugno 1860 e venne canonizzato da papa Pio XII nel 1947. La Chiesa cattolica lo ricorda il 23 giugno.

Dalle colline dell’Astigiano a Torino: le origini di Giuseppe Cafasso

Giuseppe Cafasso nacque il 15 gennaio 1811 a Castelnuovo d’Asti, l’attuale Castelnuovo Don Bosco, in una famiglia contadina. Terzo di quattro figli, crebbe in un territorio che avrebbe dato i natali o sarebbe stato legato ad alcune delle figure religiose più importanti del Piemonte ottocentesco.

La sua formazione iniziò a Chieri, dove frequentò il collegio civico per gli studi secondari e filosofici. Nel 1830 entrò nel seminario della città e il 21 settembre 1833 venne ordinato sacerdote a Torino, nella chiesa dell’Immacolata Concezione dell’Arcivescovado.

Pochi mesi dopo entrò nel Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, a Torino. Fu qui che prese forma il suo percorso: non soltanto un luogo di perfezionamento teologico, ma un ambiente nel quale imparare a essere vicini alle persone, comprendere le loro difficoltà e affrontare concretamente i problemi della vita quotidiana.

Il Convitto ecclesiastico e la formazione dei sacerdoti

Il Convitto ecclesiastico torinese rappresentò il centro dell’attività di Cafasso. Sotto la guida del teologo Luigi Guala, il giovane sacerdote approfondì la teologia morale e la preparazione pastorale, sviluppando una particolare capacità di ascolto e di accompagnamento spirituale.

Nel 1844 gli venne affidata la responsabilità dell’insegnamento e nel 1848 divenne rettore del Convitto, incarico che mantenne fino alla morte. La sua idea di formazione era concreta: preparare sacerdoti capaci di affrontare i dubbi delle persone, offrire consigli equilibrati e svolgere il proprio ministero senza cercare riconoscimenti personali.

Questa attività lo rese un punto di riferimento ben oltre le mura del Convitto. A lui si rivolgevano giovani sacerdoti, vescovi e personalità della società torinese, tra cui la marchesa Giulia di Barolo, impegnata nell’assistenza alle donne detenute.

La sua influenza si diffuse anche attraverso i sacerdoti che formò, contribuendo a una stagione della storia piemontese nella quale l’educazione religiosa e l’assistenza ai più fragili ebbero un ruolo importante.

Il “Preive dla forca”: il sacerdote che stava accanto ai condannati a morte

È soprattutto per il suo impegno nelle carceri che Giuseppe Cafasso è entrato nella memoria collettiva torinese. In piemontese veniva chiamato Preive dla forca, cioè “prete della forca”, un soprannome legato alla sua presenza accanto ai condannati a morte.

Per oltre vent’anni si dedicò all’assistenza dei detenuti, che nella Torino dell’Ottocento vivevano spesso in condizioni estremamente dure. Il suo compito non si limitava alla confessione o alla preparazione religiosa: Cafasso cercava di instaurare un rapporto personale con ciascuno, ascoltandone la storia e accompagnandolo nei momenti più difficili.

Secondo la ricostruzione del Dicastero delle Cause dei Santi, accompagnò al patibolo 57 condannati a morte, assistendoli spiritualmente fino agli ultimi istanti. Un’opera che gli valse una reputazione particolare in città, perché anche chi era stato giudicato colpevole dei reati più gravi poteva trovare in lui una persona disposta ad ascoltarlo senza abbandonarlo.

La sua attività si inseriva in una più ampia attenzione alle condizioni dei carcerati, condivisa nella Torino del tempo anche da altre personalità impegnate nell’assistenza sociale, come Giulia di Barolo. Il suo soprannome, dunque, racconta una delle pagine più intense della sua biografia: la scelta di rimanere accanto a chi stava per affrontare la morte.

Il legame con don Bosco e gli altri santi piemontesi

La vicenda di Cafasso è strettamente legata a quella di San Giovanni Bosco. I due nacquero nello stesso paese, a pochi anni di distanza: Cafasso nel 1811 e Bosco nel 1815.

Cafasso fu per don Bosco un punto di riferimento spirituale e un consigliere. Il loro rapporto si sviluppò nel contesto ecclesiastico torinese, dove Bosco trovò nel sacerdote più anziano una guida importante per il proprio cammino. Il legame fra i due rappresenta uno degli intrecci più significativi della storia dei cosiddetti Santi sociali di Torino.

La rete di relazioni familiari conduce anche a un altro protagonista della spiritualità piemontese: il beato Giuseppe Allamano. La sorella di Cafasso, Marianna, fu infatti la madre di Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata.

Sono legami che aiutano a comprendere come, nel Piemonte dell’Ottocento, esperienze personali, rapporti familiari e percorsi di formazione religiosa abbiano contribuito a creare una rete di sacerdoti e figure caritative attive nell’educazione e nell’assistenza ai più poveri.

I luoghi di San Giuseppe Cafasso in Piemonte

Castelnuovo Don Bosco

È il paese natale di Cafasso, allora chiamato Castelnuovo d’Asti. Qui nacque il 15 gennaio 1811 e qui ebbe inizio il percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei sacerdoti più conosciuti della Torino ottocentesca. Il borgo è legato anche alla nascita di san Giovanni Bosco.

Chieri

Qui Cafasso frequentò il collegio civico e il seminario. La città fu quindi una tappa fondamentale della sua formazione culturale e religiosa, prima dell’ordinazione sacerdotale e del trasferimento definitivo a Torino.

Il Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi a Torino

Fu il centro della sua vita sacerdotale. Qui insegnò teologia morale, seguì i giovani preti e, dal 1848, assunse la guida del Convitto. La sua opera educativa contribuì a formare sacerdoti capaci di affiancare le persone nelle difficoltà spirituali e quotidiane.

Il Santuario della Consolata

È il luogo in cui riposano le spoglie di Cafasso. Dopo la morte, avvenuta il 23 giugno 1860, fu inizialmente sepolto nel cimitero generale di Torino; nel 1896 la salma venne trasferita nella basilica della Consolata, dove è tuttora ricordato.

Dalla morte alla canonizzazione

Giuseppe Cafasso morì a Torino il 23 giugno 1860, a soli 49 anni. La sua fama di sacerdote vicino ai poveri e ai detenuti continuò a crescere anche dopo la morte, fino al riconoscimento ufficiale della Chiesa.

Fu proclamato beato da papa Pio XI il 3 maggio 1925 e santo da papa Pio XII il 22 giugno 1947. La sua memoria liturgica ricorre il 23 giugno, giorno della sua morte.

Oggi il suo nome resta legato alla storia religiosa di Torino e del Piemonte, ma anche a una riflessione più ampia sulla dignità delle persone. La sua scelta di stare accanto ai condannati, senza ridurre la loro identità ai reati commessi, costituisce il tratto più riconoscibile della sua eredità.

San Giuseppe Cafasso è ricordato come uno dei Santi sociali di Torino, espressione con cui si indicano figure religiose che, tra Ottocento e Novecento, dedicarono la propria vita alle emergenze della città e alle persone in difficoltà. La sua storia unisce così le origini contadine dell’Astigiano, la formazione a Chieri e l’impegno quotidiano a Torino: un percorso tutto piemontese, diventato parte della memoria della città.

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