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La storia del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dalla riserva dei Savoia al primo parco nazionale italiano

Fu il primo parco nazionale italiano, nato con l’obiettivo di tutelare la fauna e la flora, preservare le particolari formazioni geologiche e conservare la bellezza del paesaggio

Gabriele Farina

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TORINO – La storia del Parco Nazionale del Gran Paradiso comincia molto prima della sua istituzione ufficiale. Affonda le radici nell’Ottocento, quando lo stambecco alpino rischiava di scomparire dalle montagne europee e la Casa Savoia decise di proteggere le valli attorno al massiccio del Gran Paradiso, anche per preservare la fauna destinata alla caccia reale.

Da quella riserva nacque un progetto destinato a cambiare il rapporto tra l’uomo e la montagna. Il 3 dicembre 1922 venne istituito il primo parco nazionale italiano, un’area protetta che oggi si estende tra Piemonte e Valle d’Aosta e rappresenta una delle esperienze più importanti nella storia della conservazione della natura in Italia.

La vicenda del Gran Paradiso, però, non è stata una storia di successi senza interruzioni. Tra le difficoltà della prima metà del Novecento, il drammatico calo degli stambecchi durante la Seconda guerra mondiale e i conflitti con le comunità locali, il Parco ha attraversato fasi complesse prima di diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica e la tutela della biodiversità alpina.

Le origini: quando lo stambecco rischiava l’estinzione

Per capire perché è nato il Parco Nazionale del Gran Paradiso bisogna partire dal suo animale simbolo: lo stambecco alpino. Nell’Ottocento la caccia e la progressiva pressione umana avevano ridotto drasticamente la popolazione di questa specie, fino a farla scomparire da vaste aree dell’arco alpino.

Un primo provvedimento di tutela arrivò il 21 settembre 1821, quando il re di Sardegna Carlo Felice vietò la caccia allo stambecco. La misura venne rinnovata nel 1836 da Carlo Alberto, anche se la famiglia reale conservò la possibilità di cacciare. Si trattava di una protezione ancora legata alla volontà della monarchia, ma destinata a diventare un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della specie.

La svolta si verificò nel 1856, quando Vittorio Emanuele II dichiarò Riserva Reale di Caccia le montagne del Gran Paradiso. La decisione rispondeva agli interessi venatori del sovrano, ma ebbe anche una conseguenza decisiva per la conservazione: lo stambecco trovò un territorio nel quale la sua presenza poteva essere protetta.

Il re istituì un corpo di guardie specializzate e fece realizzare sentieri e mulattiere per raggiungere le zone montane. Molti di questi percorsi avrebbero continuato a essere utilizzati nei decenni successivi, diventando parte della rete di collegamenti e degli itinerari escursionistici del Parco.

Quella che era nata come riserva reale pose così le basi per la futura area protetta, dimostrando come la salvaguardia di una specie potesse contribuire alla conservazione di un intero ambiente alpino.

Dal re alla nascita del primo parco nazionale italiano

All’inizio del Novecento maturò l’idea che la protezione di queste montagne potesse andare oltre la riserva destinata alla caccia dei sovrani.

Nel 1913 si svolse l’ultima caccia reale. Sei anni più tardi, nel 1919, Vittorio Emanuele III manifestò la disponibilità a cedere allo Stato italiano i territori del Gran Paradiso di sua proprietà, insieme ai relativi diritti, a condizione che si prendesse in considerazione l’istituzione di un parco nazionale per proteggere la flora e la fauna alpina.

La proposta si concretizzò il 3 dicembre 1922, quando venne istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Fu il primo parco nazionale italiano, nato con l’obiettivo di tutelare la fauna e la flora, preservare le particolari formazioni geologiche e conservare la bellezza del paesaggio.

La creazione dell’area protetta segnò un cambiamento importante: le montagne non erano più considerate soltanto un territorio da sfruttare per la caccia o per le risorse naturali, ma un patrimonio da conservare anche per le generazioni future.

Nei primi anni la gestione venne affidata a una commissione dotata di autonomia amministrativa. Il lavoro di tutela portò a un aumento significativo degli stambecchi e al ripristino di circa 340 chilometri di mulattiere reali. Non mancarono, tuttavia, le prime difficoltà, tra arretramenti dei confini originari e grandi opere idroelettriche realizzate nella Valle Orco.

Gli anni difficili: la guerra e il rischio di perdere lo stambecco

La storia del Gran Paradiso conobbe una delle sue fasi più drammatiche a partire dagli anni Trenta.

Nel 1934 la gestione dell’area protetta passò direttamente al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Il progressivo allontanamento dal modello gestionale precedente, il licenziamento delle guardie locali, il bracconaggio e le conseguenze della Seconda guerra mondiale contribuirono a compromettere il lavoro di conservazione svolto fino a quel momento.

La popolazione di stambecchi, che rappresentava il principale simbolo del Parco, diminuì drasticamente. Nel 1945 erano rimasti soltanto 416 esemplari, concentrati nel territorio del Gran Paradiso: un patrimonio faunistico preziosissimo, dal quale sarebbe dipesa la sopravvivenza della specie sulle Alpi.

Il dato rende evidente quanto fosse fragile il risultato raggiunto con la creazione della riserva reale e, successivamente, del Parco. L’istituzione di un’area protetta, da sola, non era sufficiente: servivano una sorveglianza efficace, competenze scientifiche e una gestione capace di confrontarsi con le esigenze del territorio.

Il 1947 e la rinascita del Parco con Renzo Videsott

La ripresa cominciò nel secondo dopoguerra, grazie anche all’impegno di Renzo Videsott, veterinario e naturalista che ebbe un ruolo determinante nella ricostruzione dell’area protetta.

Il 5 agosto 1947, con un decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, venne istituito l’Ente di gestione del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Videsott ne divenne il primo direttore, contribuendo a rilanciare la tutela della fauna e a ricostruire un rapporto più stretto tra l’amministrazione del Parco e le comunità locali.

La priorità era evitare che lo stambecco scomparisse definitivamente. La protezione degli animali rimasti, il contrasto al bracconaggio e il rafforzamento della sorveglianza consentirono di avviare un nuovo percorso di recupero.

Il Gran Paradiso si trasformò così in un punto di riferimento per la conservazione dello stambecco alpino. La popolazione sopravvissuta all’interno dell’area protetta avrebbe costituito la base per la ripresa della specie e per successive operazioni di reintroduzione in altre zone dell’arco alpino.

Il ruolo del Parco non si limitò quindi a preservare una popolazione locale: contribuì alla ricostituzione della presenza dello stambecco in territori dai quali era scomparso.

La ricerca scientifica e la scoperta del valore della biodiversità

Nel secondo dopoguerra, accanto alla sorveglianza e alla protezione degli animali, acquistò progressivamente importanza la ricerca scientifica.

A partire dagli anni Cinquanta il Parco iniziò a pubblicare studi dedicati alla fauna, alla flora e agli ecosistemi alpini. Tra gli argomenti affrontati figuravano la fisiologia del letargo della marmotta, le abitudini alimentari della volpe, la storia geologica dello stambecco e le caratteristiche delle specie vegetali presenti nell’area.

L’Università di Torino ebbe un ruolo significativo nelle prime ricerche, anche grazie alla formazione veterinaria e scientifica di Renzo Videsott. Nel tempo, l’attività di studio si è ampliata, coinvolgendo ricercatori italiani e stranieri e contribuendo alla conoscenza delle specie e dei delicati equilibri degli ambienti montani.

La tutela del Gran Paradiso ha assunto così una dimensione più ampia: non soltanto proteggere gli animali più riconoscibili, ma comprendere i rapporti tra le specie, le trasformazioni degli habitat e gli effetti delle attività umane sugli ecosistemi.

Nel 1955 venne inaugurato anche il giardino botanico alpino Paradisia, a Valnontey, nel territorio di Cogne, a circa 1.700 metri di quota. La struttura ha contribuito alla conoscenza e alla valorizzazione della flora alpina, affiancando alla conservazione una funzione educativa.

Il rapporto con le comunità locali: dai conflitti alla collaborazione

La storia del Parco non è stata segnata soltanto dalle difficoltà legate alla fauna e alla gestione amministrativa. Un’altra questione importante ha riguardato il rapporto con chi viveva nelle valli.

Negli anni Sessanta e Settanta si verificarono tensioni e incomprensioni tra l’ente e una parte delle popolazioni locali. I vincoli imposti dalla protezione ambientale venivano percepiti da alcuni abitanti come un ostacolo alle attività tradizionali e alle possibilità di sviluppo economico.

La sfida, negli anni successivi, è diventata quella di conciliare la conservazione della natura con le necessità delle comunità montane. Agricoltura, allevamento, artigianato, turismo ed escursionismo sono entrati progressivamente nel quadro delle iniziative volte a sostenere un’economia compatibile con l’ambiente.

Il Parco ha sviluppato collaborazioni con gli enti locali e progetti per valorizzare le risorse del territorio, il patrimonio culturale e le attività tradizionali. L’obiettivo è evitare che la protezione della montagna venga vissuta soltanto come un insieme di divieti, riconoscendole anche un potenziale per il futuro delle vallate.

Un parco tra Piemonte e Valle d’Aosta

Il Parco si sviluppa attorno al massiccio del Gran Paradiso, la cui vetta raggiunge i 4.061 metri ed è la più alta cima interamente in territorio italiano. La sua superficie supera i 70.000 ettari e comprende territori del Piemonte e della Valle d’Aosta, con ambienti che vanno dai fondovalle ai ghiacciai e alle alte quote.

Sul versante piemontese, il territorio protetto interessa le valli Orco e Soana; su quello valdostano comprende le valli di Cogne, Valsavarenche e Rhêmes.

Questi ambienti ospitano una grande varietà di paesaggi e specie: boschi di larici e abeti, praterie alpine, torrenti, laghi, pareti rocciose e ghiacciai. Accanto allo stambecco, simbolo storico dell’area protetta, il Parco è un ambiente importante per camosci, marmotte, aquile reali e numerose altre specie.

Nel 1972 venne avviato un gemellaggio con il vicino Parco nazionale francese della Vanoise, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione nella conservazione degli ambienti alpini. Una prospettiva che riconosce come la natura non segua i confini amministrativi e che la protezione della biodiversità richieda iniziative coordinate su scala più ampia.

Il ritorno del lupo, il gipeto e i riconoscimenti internazionali

Negli ultimi decenni il Parco ha continuato a evolversi, affiancando alla conservazione delle specie storiche il monitoraggio dei cambiamenti ambientali e il recupero della fauna.

Tra i segnali più significativi ci sono il ritorno del lupo e la ripresa della presenza del gipeto, grande avvoltoio scomparso dalle Alpi occidentali nel corso del Novecento. Il Parco è stato inoltre coinvolto nelle iniziative per favorire il ritorno di specie che avevano subito una forte riduzione della loro distribuzione.

Un riconoscimento importante è arrivato nel 2006, con il Diploma europeo delle aree protette assegnato dal Consiglio d’Europa. Nel 2014 il Gran Paradiso è entrato nella Green List dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), un programma internazionale che valuta l’efficacia della gestione delle aree protette. Il riconoscimento è stato confermato nel 2017 e nel 2021.

Nel frattempo, il Parco ha rafforzato le attività di educazione ambientale e di divulgazione, attraverso centri visitatori, iniziative per le scuole e progetti rivolti ai turisti. Nel 2019 è stato inaugurato a Rovenaud, in Valsavarenche, il centro visitatori dedicato ad acqua e biodiversità, con percorsi per approfondire gli ecosistemi legati all’acqua.

Questi progetti mostrano come un’area protetta possa svolgere più funzioni: conservare la natura, sostenere la ricerca, educare al rispetto dell’ambiente e creare occasioni di conoscenza del territorio.

Il centenario del 2022 e l’eredità del Gran Paradiso

Il 3 dicembre 2022 il Parco Nazionale del Gran Paradiso ha celebrato il centenario della sua istituzione, con iniziative ed eventi che hanno ricordato cento anni di tutela ambientale. Le celebrazioni hanno coinvolto il territorio e le istituzioni, sottolineando il valore storico della prima area protetta nazionale italiana.

A distanza di oltre un secolo dalle prime misure di protezione dello stambecco e più di cento anni dalla nascita del Parco, la sua storia conserva un significato che va oltre i confini delle cinque valli.

Il Gran Paradiso dimostra come la salvaguardia di una specie possa diventare il punto di partenza per un progetto più vasto di conservazione degli ecosistemi. Racconta anche quanto siano importanti una gestione continuativa, la ricerca scientifica, la presenza dei guardaparco e il coinvolgimento delle comunità locali.

Dalla riserva di caccia dei Savoia al primo parco nazionale italiano, il percorso non è stato lineare. Eppure, proprio attraverso crisi, cambiamenti e nuove forme di collaborazione, il Gran Paradiso è diventato uno dei simboli della tutela della natura in Italia: un patrimonio naturale e culturale da preservare e trasmettere alle generazioni future.

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