Michael Cimino, la solitudine dei numeri uno

Michael Cimino la natura l’ha sempre messa come sfondo del suo cinema forte, intenso, emozionante. Non stupisce, dunque, ritrovarlo in questi giorni presidente della giuria Documentari internazionali del Festival Cinemambiente. Si pensi a Il cacciatore, il suo capolavoro assoluto, una delle perle del decennio – quello degli anni Settanta – in cui il cinema statunitense ha raggiunto il suo apice. Cimino, anche se tangenziale alla New Hollywood dei vari Scorsese, Coppola, De Palma, Lucas e Spielberg, è da annoverarsi fra i più grandi di sempre. A differenza degli altri registi, però, il suo talento si è espresso più episodicamente, soprattutto con il già citato Il cacciatore capace di allineare negli stessi fotogrammi Robert De Niro, Meryl Streep, Christopher Walken, John Savage e John Cazale. Nel 1978 il film apre un ciclo di riflessione critica sul Vietnam e si vede premiato da ben cinque Oscar fra cui miglior film e miglior regia. La scena della roulette russa entra nell’immaginario comune, De Niro e Streep sono consacrati a icone dell’epoca.

A Cimino non manca l’ambizione e la United Artist gli dà carta bianca per il faraonico progetto de I cancelli del cielo, un western anomalo nel quale si parla di contadini immigrati dell’Est Europa minacciati di sterminio da parte di mercenari assoldati dal governo. Il cast è stellare (Kris Kristofferson, Christopher Walken, Isabelle Huppert, Jeff Bridges, John Hurt, Sam Waterston, Brad Dourif, Joseph Cotten, Mickey Rourke e Willem Dafoe), la durata è biblica (228 minuti) ma il mercato statunitense si dimostra refrattario al progetto. Il risultato è catastrofico. Anzi, è la catastrofe per eccellenza nella storia del cinema: a fronte dei 44 milioni di dollari di budget Cimino ne incassa poco meno di 3 e mezzo. La casa di produzione United Artist fondata 60 anni prima da Charlie Chaplin con Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Griffith subisce un tracollo irrimediabile.

Cinque anni di stop e Cimino torna con un altro capolavoro assoluto, L’anno del dragone, con Mickey Rourke nel ruolo di un poliziotto di origine irlandese in lotta con le triadi cinesi. Temperamento, ritmo e vitalità sono la cifra di questo regista che, come tutti gli artisti fuori dalla norma, è contraddistinto dalla discontinuità. I passi falsi de Il siciliano (“Ho sbagliato a scegliere il protagonista” ha detto negli scorsi giorni a Novello nell’ambito di Collisioni riferendosi al monoespressivo Christopher Lambert) e di Ore disperate lo allontanano dal salotto della Mecca del Cinema. Cimino che è sempre stato autore pericoloso per ciò che aveva da dire, diventa pericoloso perché fa perdere denaro, molto denaro. A Hollywood si perdona tutto, tranne i fiaschi finanziari. A illuminare l’ultimo ventennio di questo genio irregolare del cinema, messo al margine dello Studio System, soltanto un film, Verso il sole, che verrà riproposto al pubblico venerdì 3 giugno alle ore 21 al cinema Massimo 2. In sala il regista statunitense discuterà con il presidente del Museo Nazionale del Cinema Alberto Barbera di questo e degli altri suoi film. E, inevitabilmente, per i fortunati spettatori, sarà un’imperdibile lezione di cinema.