Uranio Impoverito, quando la guerra dei soldati italiani comincia a casa

Per loro la vera “guerra” comincia una volta rientrati a casa da quelle che vengono ipocritamente chiamate “missioni di pace”. Sono i militari contaminati da elementi patogeni come l’Uranio Impoverito, questo scarto dell’industria nucleare che raggiunge i 3000° C e riesce a perforare i carroarmati e a fondere persino le pietre che trova sulla sua strada. Nessuno ne parla ma in Italia i militari ammalati di linfoma di Hodgkin sono ormai 2500  e già si contano 320 vittime di questa malattia che circa vent’anni fa fu denominata “sindrome del Golfo” a causa delle migliaia di casi dovuti alla contaminazione in Kuwait durante il conflitto del 1991. Lorenzo Motta ha deciso di raccontare a Quotidiano Piemontese la sua storia. Una storia che comincia nell’aprile 2002 quando, poco più che ventenne, Lorenzo si arruola come volontario in ferma breve. In quello stesso anno s’imbarca a La Spezia sulla nave Scirocco come telecomunicatore partecipando ad alcune operazioni nel Mediterraneo. Turchia, Grecia, Tunisia e Gibilterra sono gli scali delle esercitazioni che fanno da preludio alla missione Enduring Freedom del 2003 che lo vede impegnato in area mediorientale per alcune missioni di pacificazione, campagne umanitarie e anti-pirateria: “Quando arrivammo a Gibuti – racconta Lorenzo – trovammo palazzi crollati e notammo come i soldati americani e olandesi si muovessero con protezioni e maschere monofiltro. Noi eravamo in pantaloncini corti e scherzavamo:  ‘Guarda come vanno in giro con 45° dicevamo’. Purtroppo nel 2005, mentre mi facevo la barba, notai un gonfiore nella parte destra del collo. In una prima diagnosi mi dissero che era una tubercolosi linfonoidale. Successivamente, il 13 dicembre, mi fu diagnosticato il linfoma di Hodgkin”.

Qual è stato il suo iter terapeutico?

Mi sono sottoposto a 8 cicli di chemioterapia e a 35 sedute di radioterapia. Mia moglie, proprio in quel periodo, mi disse di essere incinta della mia prima figlia. Questa notizia mi diede la forza per reagire e combattere contro la malattia. Un giorno, qualche tempo dopo la diagnosi, i carabinieri mi consegnarono una lettera della marina militare nella quale mi veniva notificata la riduzione del 50% dello stipendio per i successivi tre mesi e, dopo quella scadenza, la totale cessazione dei pagamenti a causa della non idoneità al servizio. Quello è stato un momento drammatico: non avevo più i soldi necessari a pagare l’affitto e nemmeno quelli per pagare le visite mediche di mia moglie. Proprio nel giorno in cui nacque la mia prima figlia, il 15 ottobre 2006, dovetti partire per Taranto dove, stranamente, superai la visita per diventare militare in servizio permanente effettivo. Successivamente fui nuovamente visitato ad Augusta e venni dichiarato non idoneo al servizio e congedato senza alcuna percentuale di invalidità.

E poi cosa successe?

Nel novembre del 2008, arrivato l’impiego civile al Ministero della Difesa, fui costretto a chiedere delle trattenute per far fronte ai debiti che avevo contratto durante la malattia. Una volta trasferitomi in Piemonte, nel luglio 2010, ricevetti una comunicazione del Comitato di verifica per le cause di servizio nella quale mi si diceva che la malattia non era stata causata da fatti di servizio.  Mi feci coraggio e spedii i miei campioni biologici al centro Nanodiagnostic di Modena: la biopsia evidenziò nanoparticelle di tredici diversi metalli nel mio corpo, nanoparticelle con le quali devo e dovrò convivere.

Quali altre azioni ha intrapreso?

Nel 2011 ho richiesto di essere incluso fra le vittime per il dovere alle quali va riconosciuto un vitalizio commisurato al grado di invalidità. Lo scorso 25 gennaio ho esposto il mio caso in Senato e mi è stato detto che ci si sarebbe occupati di questa questione. Attualmente sono in attesa che il Tar annulli la valutazione che svincola la mia malattia da qualsiasi rapporto di causalità con le operazioni militari alle quali ho partecipato.

È entrato in contatto con altri militari ammalati?

Nel corso degli anni ho avuto modo di farmi una cultura sulla materia e ora sto seguendo sei casi di militari affetti dal linfoma di Hodgkin.

È stato in grado di capire dove sia avvenuta la contaminazione?

No, perché ormai non si può più ragionare per singoli luoghi. Se si è usato uranio impoverito in Somalia, in Gibuti, in Bahrein o in Iran, a essere contaminata è un’intera area geografica, per terra e per mare.

Secondo la letteratura scientifica le nanoparticelle possono essere trasportate dai venti sino a 6000 chilometri.

Certo. E se pensiamo che armi trattate con uranio impoverito sono state utilizzate anche in Libia c’è veramente da preoccuparsi.

Voi che tipo di protezione utilizzavate?

Assolutamente nessuna. Americani e olandesi erano coperti da tute speciali con maschere monofiltro anche con 45° di temperatura. E noi ci ironizzavamo pure… Anche greci e turchi erano privi di protezioni. Le stesse differenze c’erano anche per altri tipi di equipaggiamenti: mentre altri eserciti avevano giubbotti anti-proiettili, noi ci limitavamo a quelli anti-schegge.

Come procedono le cause di servizio dei militari ammalati?

Da qualche anno i Tribunali civili stanno riconoscendo ai militari i primi risarcimenti con quote che vanno da 1.400.000 a 545.000 euro. Ma si tratta ancora di pochissimi risarcimenti a fronte di migliaia di vittime dell’uranio impoverito.

Secondo lei l’Uranio Impoverito viene ancora utilizzato nei conflitti in corso?

Si dice che se ne sia fatto uso in Libia ma probabilmente ci sono già nuove sostanze, ancora più tossiche, pronte a sostituirlo. Domenico Fiordalisi, procuratore della Repubblica di Lanusei, ha fatto riesumare le salme di alcuni pastori morti a causa di linfomi e leucemie riscontrando nelle ossa altissimi livelli di torio 232. Perché? Perché i pastori facevano pascolare il loro bestiame in prossimità del poligono interforze di Salto di Quirra nel quale si sono sempre sperimentate armi con elementi radioattivi come uranio e torio.