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Cronaca

Una seconda inchiesta sulle morti per amianto all’Olivetti ad Ivrea

Redazione Quotidiano Piemontese

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olivetti-ivreaLa Procura di Ivrea ha aperto un secondo fascicolo bis relativo alle da amianto alla Olivetti. Nell’inchiesta stanno confluendo anche altri casi per ora sei, relativi  a patologie di sospetta origine legata al lavoro che si sommano ai 14 casi trovati per il fascicolo principale, per i quali nei giorni scorsi la Procura di Ivrea ha notificato l’avviso di chiusura indagine a 39 persone che hanno ricoperto incarichi di vertice nella società.

Libero analizza con cura i fatti avvenuti e le accuse ai manager di Olivetti

Nelle 33 pagine dell’atto consegnato a 39 indagati è certificato come dagli anni ’60 agli anni ’90, in Olivetti, nessuno dei responsabili, si sia preoccupato di tutelare per davvero la salute dei lavoratori, minacciata dalle fibre d’amianto. Nel loro avviso gli inquirenti accusano la dirigenza di «negligenza, imprudenza e imperizia» o comunque di «omessa adozione della necessaria vigilanza». Il procuratore Giuseppe Ferrando e i suoi sostituti contestano 13 presunti omicidi colposi (morti avvenute tra il 2004 e il 2012) e due casi di lesioni, un uomo e una donna a cui è stato diagnosticato il mesotelioma pleurico rispettivamente nel 2012 e nel 2011. Gli accusati adesso avranno venti giorni di tempo per presentare le loro memorie difensive o chiedere di essere ascoltati dai pm. Passate queste tre settimane il giudice per l’udienza preliminare dovrà decidere se rinviare a giudizio gli indagati. A ottobre sapremo se e chi andrà a processo.

Ma entriamo nel merito delle accuse. Carlo De Benedetti e suo fratello Franco sono sotto indagine per undici episodi a testa. Il primo in qualità di amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione dal 1978 al 1996; il secondo in quanto amministratore delegato dal 1978 al 1989, vicepresidente dal 1989 al 1992 e infine consigliere sino al 1993. L’ex ministro del governo Monti e aspirante leader del centro-destra Corrado Passera deve rispondere per due casi più recenti, essendo stato nel consiglio di amministrazione dal 1990 al 1996 (dal ’92 al ’96 come amministratore delegato). Per un solo caso di lesioni colpose, quello di B.P., un’impiegata ammalatasi nel 2011 nel cuore pulsante dell’azienda, Palazzo uffici, sono stati chiamati in causa anche i figli di De Benedetti Rodolfo (nel cda dal ’90 al ’97) e Marco (consigliere dal ’95 al ’96 e presidente sino al ’97). Per lo stesso episodio è indagato pure Roberto Colaninno, ad a partire dal 1996.

Per i magistrati tutti questi dirigenti non avrebbero vegliato sulla salute dei lavoratori neppure dopo la messa al bando dell’amianto in Italia, avvenuta ufficialmente nel 1991. Ma le contestazioni più gravi riguardano gli anni ’80, «sebbene già nel 1974 in azienda fosse stata istituita la Commissione permanete ecologia e nel 1977 fosse stato elaborato un documento sull’uso dell’amianto in azienda». I dirigenti, per l’accusa, «non rendevano edotti i lavoratori del rischio specifico di inalazione di fibre-polveri d’amianto», soprattutto quelli a contatto con i micidiali talchi industriali a base di tremolite. Inoltre «contravvenivano all’obbligo di fornire ai lavoratori i necessari mezzi di protezione e omettevano di adottare provvedimenti necessari a impedire o ridurre la formazione di polveri».

Dunque negli stabilimenti piemontesi di Scarmagno, Agliè e San Bernardo oltre che nei centralissimi uffici della Ico agli operai non venivano fornite mascherine e in molti locali i responsabili dell’azienda «omettevano di prevedere sistemi di aspirazione». Anche le strutture non sarebbero state messe in sicurezza per tempo. Per l’accusa questa genìa di capitani coraggiosi, sbandierato modello di padroni illuminati, avrebbe evitato di «assicurare che gli edifici, le opere, destinate ad ambienti o posti di lavoro fossero costruiti e mantenuti in buono stato». Per esempio in diversi capannoni sino al 1987 «non venne effettuata alcuna ispezione visiva per verificare lo stato di manutenzione dei manufatti» e le giuste procedure da seguire «furono adottate solo nel 1989». Persino la mensa, secondo i pm, sarebbe divenuta un luogo di morte, non essendo state approntate le necessarie «misure igieniche che consentissero ai lavoratori di mangiare, bere e sostare senza rischio di contaminazione». Il «ristorante» di via Jervis non sarebbe stato controllato sino al 1987 e le cose non sarebbero migliorate una volta effettuati i dovuti monitoraggi. Infatti gli esami evidenziarono «una concentrazione di fibre all’interno dei locali superiore al doppio rispetto a quella esterna» e nonostante questo non vennero intrapresi «immediati programmi di bonifica» né «gli opportuni provvedimenti» per prevenire la diffusione nell’aria delle fibre di asbesto. 

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