Il ritorno del nemico, intervista con Giovanni Casalegno

Il nuovo romanzo di Giovanni Casalegno, edito da EtroMirror, risponde al titolo, decisamente significativo, de Il ritorno del nemico. Siamo nel 1940, a Barcellonnette, ed un giovane soldato piemontese, di Chieri, si innamora di una ragazza del posto. Lei però vede in lui solo l’invasore, autore – pur non personalmente – di efferatezze contro i suoi concittadini.

A guerra finita, e dopo aver affrontato orrori inenarrabili, il giovane decide di partire da Chieri, in bici e con un cucciolo di cane al seguito, per andare a ritrovare la ragazza, cui ha costantemente pensato negli anni di guerra. Cosa gli riserverà il futuro? Qui la mia recensione completa del romanzo.

Giovanni Casalegno, cominciamo dalla domanda più ovvia: ci si può innamorare anche nel cuore degli orrori di una guerra?

Si. L’amore, nel romanzo, ma direi in assoluto, è una delle protezioni più potenti contro le avversità del mondo. Il mio protagonista si salva nei mesi e negli anni più duri della guerra pensando alla ragazza di cui è innamorato e costruendo con lei mondi alternativi.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?

L’idea è nata da un gioco di parole entratomi in testa non so come: gavetta/gavotta e quindi ho scritto un racconto di un soldato italiano che durante l’occupazione del 1940 conosce una ragazza e se ne innamora, ma lei lo considera soltanto come nemico. Poi il racconto è talmente entrato dentro di me che si è dilatato ed è diventato un romanzo.

Nella prima parte del romanzo al centro c’è l’orrore della guerra. Come mai hai scelto di raccontare episodi anche così duri?

La guerra, come dimostra l’attualità è schifosa. Mentre raccontavo del ritorno a casa del mio personaggio ho anche pensato a mio padre che ha vissuto la seconda guerra mondiale ed è tornato a piedi dalla Jugoslavia. I suoi racconti non li ho potuto però sentire di persona perché è mancato troppo presto.

A tenere in vita il protagonista nel lungo periodo in cui vive nascosto è il pensiero della donna amata e soprattutto la scrittura. Ritieni che scrivere sia salvifico?

La fantasia salva la vita. Come detto, il personaggio, sopravvive immaginando e scrivendo storie in cui proietta se stesso, i suoi desideri, le sue pulsioni, le sue passioni.

Ho personalmente trovato molto interessante anche la parte finale con i tanti riferimenti ai canti occitani. E’ una cultura e una storia che conosci bene?

No, non sono un esperto di quella cultura, però adoro Se chanto (la canzone ritenuta l’inno ufficiale occitano) e ho visto diversi concerti dei Lou Dalfin, che chiudono i loro concerti con il pubblico che canta tale brano tenendosi per mano. Nel romanzo Se chanto diventa l’occasione della riconciliazione, storica e individuale. Mi piace la poesia provenzale medievale e in particolare il tema dell’amore vissuto in lontananza, che coincide con uno dei temi del mio romanzo.

Qual è il messaggio che vorresti passasse principalmente?

Il romanzo tocca più tematiche: l’orrore della guerra e la forza del sentimento, la resilienza (per usare un termine di moda) contro un contesto molto difficile, il ruolo dell’immaginazione, il ruolo importante della bicicletta come simbolo di libertà e di lotta per raggiungere un obiettivo, la letteratura come finzione necessaria (il romanzo è denso di riferimenti, sia espliciti sia mascherati).

Il libro ha anche una struttura fisica particolare: niente numeri di pagina, carta non bianca, copertina cartonata. E’ una caratteristica della collana o una scelta dedicata?

La casa editrice nella persona della giovane “editora”, Marica Petti, fin da subito ha detto: facciamo un libro bello, rilegato, cartonato, illustrato, con le pagine che sappiano di antico. È il libro di carta che vuole resistere. La copertina, di un’artista greca, l’ho scelta io tra le proposte fattemi da Marica. La trovo molto efficace e potente.



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