Da grande farò l’uomo ragno, intervista con Luisella Ceretta e Maurizio Puato

Probabilmente non conoscete Maurizio Puato ma è probabile che l’abbiate visto penzolare dalla Mole Antonelliana mentre sistema cavi o fissa pannelli. E’ lui infatti l’addetto a quelle spettacolari operazioni. E’ lui l’uomo ragno di Torino.

La sua storia è raccontata da lui medesimo e da Luisella Ceretta in Da grande farò l’uomo ragno, Neos Edizioni. Solo che non dovete aspettarvi una classica autobiografia, ma piuttosto un’avvincente storia di crescita di un ragazzo di periferia nella Torino degli anni ’70. Trovate qui la recensione completa del libro.

Non c’è dubbio che la storia di Maurizio andasse raccontata. Quello che è venuto fuori mi sembra però più un avvincente romanzo di formazione che non una classica autobiografia, sbaglio?

È proprio così. L’idea era di non costruire un’autobiografia completa ma raccontare momenti di vita, in particolare alcune esperienze che hanno coinvolto e formato Maurizio.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Maurizio aveva scritto gran parte della storia in forma di sceneggiatura, che non ha avuto seguito nonostante qualche commento entusiasta da parte di professionisti del settore. Gli è venuta l’idea di trasformarla in romanzo ma, per farlo, ci voleva qualcuno che avesse più dimestichezza con la scrittura narrativa. Io e Maurizio ci conosciamo da parecchi anni grazie alle gite nei luoghi dell’arrampicata sportiva, i casi della vita ci hanno fatto perdere di vista per un po’ e ci siamo ritrovati nel 2019 grazie a Facebook. Ho letto la sceneggiatura di Maurizio, mi ha emozionata e ho accettato la sfida di confezionare un romanzo che è piaciuto a Silvia Ramasso di Neos. Mi preme sottolineare che Neos è una casa editrice seria e no eap (nemmeno sotto la velata proposta di acquisto copie da parte dell’autore per poter essere pubblicato).

Quella che viene raccontata è una storia di rivalsa, la storia di un ragazzino che vuole farcela nonostante le condizioni ambientali che lo circondano non promettano nulla di buono. Qual è stata la forza di quel ragazzino?

La grande forza è stata avere delle passioni e, non di meno, delle persone che hanno dato una mano nei momenti bui. Certo è che ci vuole anche una buona dose di volontà per svincolarsi da situazioni negative, provare a raggiungere un bersaglio, e Maurizio ne ha avuta parecchia.

Maurizio, com’era la periferia nord di Torino negli anni 70-80?

La periferia nord di Torino cominciava subito a ridosso di Piazza Castello: dalle porte Palatine in poi ci andava una specie di lasciapassare per entrare in zona Aurora. Persino la la tanto ricercata e “gentrificata” Piazza 4 Marzo era una zona abitata da poveri migranti dentro appartamenti che cadevano a pezzi. Diciamo che il quartiere Aurora era l’ingresso della periferia pur essendo a 500 metri dal centro Barocco.

Luisella, come avete lavorato alla scrittura del libro?

Non avevo mai scritto “a quattro mani” e l’esperienza è iniziata nell’anno più brutto di questo millennio, il 2020. Ci confrontavamo tramite mail, whatsapp, telefonate. Quando è stato possibile ci siamo anche incontrati (Maurizio abita a Torino, io in Valle di Susa). Sono stata piuttosto insistente, lo ammetto, sono un caterpillar quando devo ottenere qualcosa che mi interessa molto. Mi è anche capitato di ricevere dei messaggi vocali di Maurizio mentre era appeso in Mole, per rispondere a una mia richiesta di dettagli. Ci abbiamo messo un po’ di tempo ma ce l’abbiamo fatta!

Com’è cambiata Torino in questi decenni?

Dopo la gentrificazione tutti gli amici delle persone che contavano e avevano dei progetti immobiliari, hanno cominciato ad acquistare per pochi soldi interi condomini e, negli anni, sono riusciti a colonizzare le zone a ridosso (Aurora compresa ma solo parzialmente). In buona sostanza come sempre chi ha i soldi continua a farne e chi è povero continuerà a vivere in periferia. Ora Aurora pur mantenendo uno status di “periferia”, è una zona abitata anche da gente molto più abbiente che sopporta di vivere in mezzo ai “moru” (come li chiamano i piemontesi) ma a 10 minuti a piedi dal centro dove lavorano. La percezione che comunque ho io in questo momento, quando vado a trovare mio figlio che abita ancora in Corso Brescia, è comunque di maggior tranquillità. Quando ci abitavo io negli anni 70/80 difficilmente potevi andare in giro con un giubbottino di pelle perché te lo avrebbero rubato senza paura alcuna.

L’ultima domanda è inevitabilmente per Maurizio: che effetto fa volteggiare appeso alla Mole?

Volteggiare sulla Mole è un privilegio che ho ereditato da Jvan negro, la guida alpina che da molto tempo prima di me lavorava sulla Mole e altri edifici storici. È una sensazione indescrivibile trovarsi sospesi a qualche centinaio di metri sulle teste dei torinesi. La gravità viene quasi annullata. Lo sguardo, nelle belle giornate, spazia fino alle Alpi orobiche. Le rondini e la coppia di Falchi Pellegrini ti volano intorno e ti danno conferma che in quel momento non sei come gli altri esseri umani: sei un uomo fortunato che deve solo essere grato della bellezza che lo circonda.



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