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La cassetta dei ricordi del motovelodromo di Torino

L’intervista con i curatori Stefano Delmastro, Laura Giachino e Benedetta Lanza

Gabriele Farina

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TORINO – Negli ultimi anni il motovelodromo Fausto Coppi di Torino è tornato a nuova vita. Ora si gioca a padel (del resto è lo sport del momento), si nuota e soprattutto ci si ritrova, si mangia, si chiacchiera. E’ tornato ad essere un luogo importante di socializzazione del quartiere.

Ecco perchè Graphot ha pubblicato Motovelodromo, la cassetta dei ricordi. Una raccolta di racconti (o meglio proprio di ricordi) di chi ha vissuto la storia di quel luogo negli ultimi 100 anni. Gli autori sono ex sportivi, giornalisti, abitanti del quartiere. 30 racconti che parlano di rugby, di football americano, di calcio (si, al Velò il Toro vinse uno scudetto nel 1926 e ci giocò tre volte anche la nazionale italiana), di baseball e naturalmente tanto, tantissimo di ciclismo.

Sono storie piccole, che ci riportano in tempi lontani. Persone (su tutti spicca la figura di Guido Messina), sensazioni, emozioni. Storie a cui spesso mancano dei pezzi o che riportano dati non proprio certissimi. Sono ricordi, pieni di gratitudine e un pizzico di nostalgia. Sono comunque storie che ci riportano l’importanza storica e sociale del luogo e la fondamentale scelta di averlo recuperato e restituito alla cittadinanza.

L’intervista con la curatrice Laura Giachino

Come è nata questa raccolta di testimonianze sul Motovelodromo di Torino?

Dopo il primo libro scritto da Beppe Conti, Storia e leggenda del Motovelodromo, pubblicato da Graphot e Scritturapura, tanta gente ha iniziato a contattarci perché voleva raccontare la sua storia, la sua esperienza, legata a questo luogo, così abbiamo istituito un piccolo punto di raccolta chiamandolo “La Cassetta dei Ricordi” dove chiunque poteva lasciare una storia, una foto o un oggetto. La risposta è stata entusiasta e abbiamo lavorato sul materiale raccolto, trovandoci alla fine tante testimonianze da poter realizzare un libro.

Il Motovelodromo ha una storia centenaria che lo ha portato ad avere mille anime, dal ciclismo al calcio, dal football americano al baseball. Quali sono stati gli eventi più curiosi che si sono svolti tra quelle mura?

Ci sono gli eventi epici, come gli arrivi dei grandissimi del ciclismo, tra cui Gino Bartali e Fausto Coppi, a cui è intitolato il Motovelodromo, le gare storiche come la Milano-Torino del 1951 e il Giro del Piemonte dello stesso anno, in cui Serse Coppi perse tragicamente la vita dopo una caduta avvenuta a pochi metri. Il Velò è anche stato un luogo simbolico per gruppi di giovani sportivi degli anni ’70 allenati e seguiti dal campione del mondo Guido Messina che, dopo aver corso e vinto a sua volta su queste curve altissime, ha formato e avviato al ciclismo professionistico tantissime giovani promesse. Al Motovelodromo giocò anche la Nazionale di calcio e il Grande Torino nel 1943-44, quando il Filadelfia era in ristrutturazione per i danni subiti dai bombardamenti E poi ci sono anche tante storie personali curiose, come per esempio quella di Bruno Bertola che, dopo la guerra, ha imparato a giocare a baseball dai soldati americani di stanza al Velò.

Un luogo quasi magico dal quale si rievocano le gesta dell’uomo proiettile o, in tempi più recenti, molti ricordano i concerti dei Roxy Music, di De Gregori e dei Pooh.

Le testimonianze ci portano ad una Torino lontana facendoci attraversare periodi diversi. Come ha retto nel tempo il Motovelodromo come teatro di tutto questo?

Il Motovelodromo ha retto nel tempo grazie alla sua capacità di adattarsi: da impianto sportivo a spazio multifunzionale, malgrado tutto è rimasto un luogo vivo, testimone dei cambiamenti sociali e sportivi di Torino senza perdere la propria identità storica.

Qual è la testimonianza raccolta che vi ha sorpreso maggiormente?

Sono tanti i racconti che ci hanno emozionato e che sfiorano varie discipline. Se vogliamo andare indietro nel tempo la vicenda del calciatore Vittorio Staccione raccontata dal nipote Federico Molinario è molto toccante: il 28 aprile del 1926, dopo un allenamento del Torino in seguito alla vittoria sul Legnano per 4-1, Staccione viene prelevato davanti agli spogliatoi del Motovelodromo dalla milizia Fascista davanti a tutta la squadra esterrefatta e portato in questura. Rimane in carcere per svariati giorni con interrogatori e pestaggi. Viene poi liberato solo dopo aver accertato la sua non partecipazione a un’azione di sabotaggio. Riprende a giocare e l’anno successivo, da titolare, vince lo scudetto nella stagione 1926-1927 sempre con il Torino. Anni dopo, per la sua militanza antifascista verrà rinchiuso a Mauthausen, dove morirà.

Cos’è per voi il Motovelodromo di Torino?

Il Motovelodromo è un prezioso contenitore di vicende sportive, di cui avevamo già raccontato la storia in altri libri, ma in queste pagine abbiamo allargato lo sguardo per vedere i risvolti umani che gravitano intorno a questo luogo, protagonista di eventi importanti, ma anche sfondo di storie personali.

Qual è l’importanza oggi di aver recuperato la struttura?

Il recupero e la riapertura del Motovelodromo, dopo anni di abbandono, ha oggi un significato concreto su più livelli: storico, sportivo, sociale e urbano. Il Motovelodromo è la struttura sportiva più antica ancora operativa in Piemonte (è stato inaugurato nel 1920) e il recupero significa salvaguardare un monumento del patrimonio urbano e sportivo che rischiava il degrado.
Il progetto di riqualificazione l’ha trasformato in un centro polisportivo e di aggregazione sociale e ha ridato vita a un’area urbana, contribuendo a migliorare la qualità di vita del quartiere e del lungo fiume.

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