Seguici su

CulturaIntervisteTorino

Enrico Chierici racconta tutti i profumi di Nioi, Gli odori del mondo

L’intervista con Enrico Chierici

Gabriele Farina

Pubblicato

il

TORINO – Nasce da uno spunto davvero notevole questo Nioi, Gli odori del mondo, nuovo romanzo di Enrico Chierici per i tipi di Neos Edizioni. Nioi è il termine giapponese che indica l’olfatto e tutto il romanzo ruota infatti su profumi e odori che raggiungono, sconvolgono, conquistano…

Kaori è una giovane ragazza giapponese che ha una sorta di superpotere, un olfatto talmente sviluppato da essere in grado di cogliere odori distanti migliaia di chilometri. Questa forza misteriosa le rende però impossibile vivere a contatto con il mondo e con la gente. Così è relegata da sola in un’isola sperduta nel Pacifico.

Quando però il fratello gemello scompare, il padre di Kaori assolda una serie di “agenti” nel mondo con il compito di muoversi e vivere. Sarà Kaori a cogliere attraverso di loro gli odori del mondo per cercare di individuare il fratello disperso.

Se lo spunto, come vedete, è davvero curioso, lo sviluppo del romanzo si tinge di tinte da spy story, senza però mai dimenticare l’ambientazione del tutto particolare. Quello che ne viene fuori è un romanzo appassionante, ma contemporaneamente un viaggio in Europa (il protagonista Alfredo viaggia da Barcello a Berlino a Torino) che utilizza l’olfatto più che la vista. Così il nostro si muove tra i profumi della Boqueria e gli odori intensi di Barriera di Milano permettendo al lettore di approfondire aspetti rari del mondo.

L’intervista con Enrico Chierici

Uno spunto davvero particolare è la base di questo romanzo. Come è nata questa idea?

Ti direi che è nata dall’incontro di due cose diverse.
Una sera, durante la cena con la mia famiglia, stavo raccontando che un calabrone asiatico era entrato nel mio piccolissimo bagno passando attraverso il sistema di estrazione dell’aria, ma non riuscivo mai a concludere la frase perché subito uno dei miei figli mi interrompeva: prima che dicessi la parola calabrone c’era chi urlava che si trattava di un pipistrello, chi proponeva la presenza di un grosso topo, fino al più grande che sosteneva che si trattasse di babbo natale. L’immagine del vecchietto in abito rosso, pezzi della slitta e tutte le sue renne che imbrattavano le pareti del bagno aveva generato un’ilarità enorme, indomabile: a nessuno oramai interessava più la mia storia, di sicuro meno avvincente di quella che avevano immaginato loro tre. E così, la sera stessa, mi sono ripromesso di scrivere qualcosa che potesse lasciarli con il fiato sospeso.

La seconda è l’incontro fatto al museo di arte orientale di Torino con un kakemono dipinto da Maruyama Ōzui alla fine del ‘700. Il titolo prometteva una carpa che risaliva una cascata, ma non vedevo nulla di tutto ciò, il che mi ha incuriosito. Sono rimasto a lungo lì davanti, finché non è sopraggiunto lo stupore: ecco il pesce, enorme, praticamente c’è soltanto lui nel dipinto. Chissà quante volte mi sarà capitato di non riuscire a cogliere le cose importanti, immense, perso come sono nell’attenzione ai dettagli, alle cose trascurabili, o semplicemente distratto, sempre troppo di fretta.

Ci racconti brevemente i due protagonisti, Kaori e Alfredo?

Kaori è una giovane donna giapponese, unica abitante di un’isola sperduta nell’oceano Pacifico. Questa è per lei, insieme, rifugio e prigione. Kaori è eterea, fiabesca, curiosa. Alfredo è un suo coetaneo appassionato di manga che vive in casa di mamma e papà, a Lecce. Nonostante un carattere un po’ indolente è riuscito a laurearsi in lingua e, bisogna ammetterlo, in giapponese è un portento.

Poi il romanzo si sviluppa come una vera e propria spy story, solo che si indaga… col naso!

Questo perché Kaori ha un super potere: sente gli odori del mondo. Questi arrivano sulla sua isola cavalcando i venti, attraversando mari e deserti. È lei che ha il compito di coordinare la ricerca di una persona preziosa che non si riesce più a trovare, qualcuno sostiene che sia in Canada, altri negli Urali. Da sola, però, non può riuscire a geolocalizzare lo scomparso, avrà bisogno della presenza “sul campo” di Alfredo.

Nioi è pieno di cose belle, tra queste l’omaggio evidente alla cultura Nipponica. E’ un mondo che conosci e apprezzi?

È un mondo pieno di fascino. All’arte grafica ho già accennato; credo di non essere il solo a essere stato rapito dalle onde, dai paesaggi “impossibili” di Hokusai e Hiroshige. L’incanto dei mondi onirici di Miyazaki e del suo Studio Ghibli, ma anche delle pellicole raffinate di Ozu Yasujiro, la delicatezza di Departures, di Yōjirō Takita. Parlando di libri, le mie mani hanno incontrato le pagine di Kitchen nel 1994, facendomi innamorare della Yoshimoto, poi tanto (non tutto) Murakami, fino a cercare rifugio come tanti nella libreria Morisaki.

Scoprire e raccontare il mondo attraverso i suoi odori. Può essere un nuovo modo di viaggiare?

Per me è un modo (il modo, vorrei spingermi a dire) per viaggiare nel passato. Nulla come l’olfatto ha la capacità di farmi rivivere gli anni della mia infanzia, aggirarmi nelle stanze delle case dei nonni (che non esistono più, ma nel mio naso ci saranno sempre), incontrare visi dimenticati. Basta un odore particolare portato dal vento, una manciata di molecole volatili, e io sono lì, con le braghette corte.
In Nioi l’invito è quello di riscoprire la potenza e la bellezza di usare tutti i nostri sensi, riappropriarcene, conoscere ciò che ci sta intorno con la pazienza e l’attenzione di cui questi hanno bisogno; un mio vecchio refrain, insomma: smettere di andare di fretta. Non è un caso se l’isola di Kaori si chiama Yururi, che in giapponese significa “con calma”, un luogo dove il tempo può rallentare.

Quali sono gli odori di Torino?

Gli odori di Torino sono mille mila, te ne accorgi quando stai lontano dalla città per un po’. Per poterne parlare bisognerebbe avere il naso di Kaori, lei nel libro è riuscita a coglierne molti.
Tra questi mi piace ricordare l’odore metallico sotto i portici di via Nichelino, quello di soffitta che si incontra al Baloon, la carta vecchia delle bancarelle sotto i portici, il profumo delle nocciole nelle sue pasticcerie, l’odore del fango che asciuga al sole sull’isolone di Bertolla, il profumo della neve che danza nell’aria in giorni come questi, neve che l’occhio riesce solo a vedere sui monti, mentre l’olfatto è capace di piegare lo spazio…

Chiudiamo con qualcosa di personale. Qual è l’odore che ami di più e quello che proprio non sopporti?

Faccio fatica con l’aglio, con il cavolo cotto, il broccolo. Il mio preferito lo conoscono in pochi, me lo tengo per me. Qualche anno fa, però, passeggiando per Milano, sono stato investito da una fragranza potente. Da allora sono stregato dell’osmanto odoroso: un piccolissimo fiorellino arancione capace di emanare il profumo di centinaia di albicocche.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI

Iscriviti al canale Quotidiano Piemontese su WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

E tu cosa ne pensi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *