Seguici su

CronacaTorino

Otto condanne nel processo sulle torture nel carcere di Torino

Sette condanne sono state inflitte per il reato di tortura, mentre un’ottava riguarda la rivelazione di atti d’ufficio

Gabriele Farina

Pubblicato

il

carcere-lorusso-cutugno-torino

TORINO – Otto condanne e sei proscioglimenti: si è concluso con questo bilancio il processo di primo grado sulle presunte violenze avvenute nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Sul banco degli imputati agenti della polizia penitenziaria accusati, a vario titolo, di episodi di tortura e abusi ai danni di detenuti.

Sette condanne sono state inflitte per il reato di tortura, mentre un’ottava riguarda la rivelazione di atti d’ufficio. Sei imputati sono invece stati prosciolti, tra prescrizioni e formule di assoluzione perché il fatto non sussiste o non è stato commesso.

I fatti contestati

I fatti oggetto del procedimento risalgono al periodo compreso tra il 2017 e il 2019 e si sarebbero verificati all’interno del padiglione C dell’istituto penitenziario torinese, area destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale. Secondo l’accusa, in quel reparto alcuni detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti degradanti e violenti.

Le pene inflitte dal tribunale vanno da un minimo di due anni e otto mesi di reclusione fino a un massimo di tre anni e quattro mesi. Il giudice ha inoltre stabilito provvisionali immediatamente esecutive per un totale di 40 mila euro a favore delle presunte vittime.

Alcuni degli imputati, insieme al Ministero della Giustizia, dovranno anche risarcire i danni subiti dalle persone offese. L’ammontare complessivo dei risarcimenti sarà però stabilito in sede civile, in un procedimento separato.

L’indagine

L’indagine era partita dalle segnalazioni dell’allora garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini e del processo, sarebbero almeno undici le persone che avrebbero subito violenze e torture. I racconti parlano di schiaffi, prese al collo, insulti, perquisizioni vessatorie e minacce, in un clima che – secondo l’accusa – avrebbe generato paura e intimidazione tra i detenuti.

Nel corso della requisitoria finale, il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva utilizzato parole particolarmente dure: «Questo non è un processo alla polizia penitenziaria. C’è chi, indossando la divisa, ha commesso reati e così l’ha infangata. I detenuti a Torino avevano paura. Alcuni sono stati trattati senza dignità e sono stati picchiati».

La sentenza non è definitiva. Sia l’accusa sia la difesa potranno presentare ricorso in Appello, aprendo così un nuovo capitolo giudiziario su una vicenda che ha acceso i riflettori sulle condizioni di detenzione e sul rispetto dei diritti fondamentali all’interno del carcere torinese.

Il comunicato del garante per i diritti delle persone private della libertà della città di Torino

Come Garante delle persone private della libertà personale, ritengo essenziale sottolineare che questa sentenza ha svolto una funzione fondamentale, ovvero quella di fare luce su fatti che a volte rimangono nell’ombra.

Nel procedimento sono emersi comportamenti e dinamiche interne alla Casa circondariale a quei tempi, che erano stati documentati e testimoniati da fonti autorevoli e imparziali, quali i Garanti nazionale, regionale e comunale in carica in quel periodo, che confermano ancora una volta la necessità di un monitoraggio continuo a tutela dei diritti delle persone private della libertà. È su questo terreno che l’attenzione di un Garante deve essere costante, rigorosa e indipendente.

C’è poi un nodo strutturale che non può essere eluso. Un sistema penitenziario può essere
paragonato a un veicolo: anche con il miglior conducente, se il mezzo è guasto il rischio di
incidenti è altissimo. Il sovraffollamento cronico, le condizioni degradanti e fatiscenti di molti luoghi di detenzione — che sono al tempo stesso luoghi di vita per le persone detenute e luoghi di lavoro per il personale — insieme alla grave carenza di risorse, di agenti di polizia penitenziaria e di funzionari giuridico-trattamentali, costituiscono un contesto che mette quotidianamente sotto stress il sistema e le persone che vi operano. In queste condizioni, il rischio che si producano derive, tensioni e violazioni è concreto e non può e non deve essere ignorato.

Il punto centrale resta politico e culturale prima ancora che giuridico: non deve passare il
messaggio che comportamenti contrari al rispetto della dignità delle persone private della libertà possano essere tollerati o considerati inevitabili. Riconoscere le criticità strutturali non significa giustificare gli abusi, ma assumersi la responsabilità di prevenirli attraverso scelte politiche, investimenti e riforme adeguate. La tutela dei diritti non si esaurisce nelle aule di Tribunale, ma chiama in causa la responsabilità delle istituzioni ad ogni livello e della collettività nel loro insieme.

In ultimo, un sentito e sincero ringraziamento va all’avvocata Francesca Fornelli, che ha assistito l’Ufficio della Garante con grande dedizione e determinazione.

Aggiungi Quotidiano Piemontese tra le tue fonti preferite di Google
AGGIUNGI SU GOOGLE

Iscriviti al canale WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

E tu cosa ne pensi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *