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Sindone di Torino, un nuovo studio riaccende il dibattito scientifico sul telo più enigmatico della storia
Il nuovo studio conclude che la ricerca sulla Sindone resta in una sorta di stallo scientifico.
TORINO – Da oltre un secolo la Sindone di Torino continua a essere uno degli oggetti più studiati e controversi al mondo. Un nuovo studio dell’ingegnere Scotto Di Carlo, intitolato “La Sindone – Ragioniamo per assurdo”, propone una rilettura complessiva delle ricerche scientifiche condotte finora, cercando di mettere ordine tra risultati consolidati, ipotesi controverse e domande ancora aperte. Il lavoro non pretende di fornire una risposta definitiva sull’origine del telo, ma invita a ripartire dai dati scientifici disponibili e a riconsiderarli con un approccio multidisciplinare.
Un reperto tra i più studiati al mondo
Secondo le principali bibliografie sindoniche, sulla Sindone sono stati pubblicati negli ultimi decenni migliaia di contributi tra libri, articoli scientifici e atti di convegni. Le stime citate nello studio parlano di circa 2.700 lavori complessivi, tra pubblicazioni accademiche e ricerche specialistiche.
Il telo, conservato nel Duomo di Torino in una teca ermetica a temperatura e umidità controllate, viene esposto raramente per ragioni di conservazione: l’ultima ostensione pubblica risale al 2015.
L’oggetto di studio è un lenzuolo di lino lungo oltre quattro metri che mostra l’immagine frontale e dorsale di un uomo con segni compatibili con una crocifissione. La tradizione cristiana lo identifica con il sudario funerario di Gesù, ma la sua origine storica resta oggetto di un dibattito acceso tra studiosi.
Le analisi scientifiche più solide
Uno dei punti centrali del nuovo studio riguarda le analisi effettuate nel 1978 dal Shroud of Turin Research Project (STURP), un gruppo di 33 ricercatori statunitensi che eseguì cinque giorni consecutivi di test scientifici sul telo utilizzando spettroscopia, microscopia e fotografia multispettrale.
Le conclusioni pubblicate nel 1981 restano tra le più citate nella letteratura sindonica:
- l’immagine non è composta da pigmenti, vernici o coloranti;
- è estremamente superficiale, interessando solo lo strato esterno delle fibre di lino;
- non mostra tracce di pennellate o tecniche pittoriche;
- contiene informazioni tridimensionali ricostruibili digitalmente;
- le macchie sono state identificate come tracce contenenti componenti del sangue umano.
Secondo il rapporto finale dello STURP, l’immagine «non è il prodotto di un artista» ma il risultato di un processo fisico-chimico ancora non identificato che ha alterato le fibrille del lino.
Pollini, minerali e altre analisi discusse
Accanto ai risultati più consolidati, lo studio cita anche alcune ricerche più controverse.
Tra queste vi sono le analisi dei pollini effettuate dal botanico svizzero Max Frei, che individuò granuli provenienti da specie vegetali tipiche del Medio Oriente e dell’area di Gerusalemme. Tuttavia il metodo di raccolta dei campioni è stato criticato da diversi ricercatori per possibili contaminazioni.
Analogamente, alcune indagini sui minerali presenti sul telo hanno rilevato particelle di aragonite con composizione simile a quella dei terreni dell’area di Gerusalemme, ma anche questi risultati richiedono ulteriori verifiche.
Il problema della riproduzione
Uno dei nodi centrali del dibattito riguarda la possibilità di riprodurre l’immagine della Sindone.
Il telo presenta alcune caratteristiche molto particolari:
- immagine superficiale di pochi micron;
- assenza di pigmenti;
- effetto di negativo fotografico;
- presenza di informazioni tridimensionali;
- assenza di fluorescenza sotto luce ultravioletta.
Negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi tentativi di replica — con pigmenti, processi chimici, scariche elettriche o laser — ma nessuno è riuscito a riprodurre contemporaneamente tutte queste proprietà.
Esperimenti dell’ENEA con laser ultravioletti, ad esempio, sono riusciti a ottenere un ingiallimento superficiale simile a quello della Sindone, ma solo su aree molto piccole e con livelli di energia estremamente elevati.
Il nodo della datazione al carbonio
Uno dei momenti più importanti nella storia degli studi sulla Sindone è la datazione al radiocarbonio del 1988. Tre laboratori indipendenti — Oxford, Zurigo e Arizona — analizzarono un campione di lino datandolo tra il 1260 e il 1390, suggerendo quindi un’origine medievale.
I risultati furono pubblicati nel 1989 sulla rivista Nature e per molti studiosi rappresentano ancora oggi la prova più forte dell’origine tardiva del telo.
Negli anni successivi, tuttavia, diversi ricercatori hanno sollevato dubbi sulla rappresentatività del campione utilizzato, che proveniva da una zona del telo vicina a possibili rammendi o contaminazioni.
Per questo motivo sono stati proposti anche altri metodi di datazione, come:
- analisi della cellulosa tramite diffrazione ai raggi X (WAXS);
- test sulle proprietà meccaniche delle fibre di lino.
Entrambi suggeriscono una possibile origine più antica, ma restano oggetto di forte discussione nella comunità scientifica.
Un dibattito ancora aperto
Il nuovo studio conclude che la ricerca sulla Sindone resta in una sorta di stallo scientifico.
Da un lato non esiste ancora una spiegazione definitiva del processo che ha generato l’immagine sul lino. Dall’altro lato manca una documentazione storica continua che colleghi con certezza il telo al I secolo.
Secondo gli autori, la soluzione potrebbe arrivare solo attraverso un approccio realmente multidisciplinare, che integri fisica, chimica, storia, archeologia e scienza dei materiali.
In altre parole, più che una reliquia o un falso, la Sindone continua a essere soprattutto un enigma scientifico — e forse proprio per questo continua ad affascinare studiosi e ricercatori di tutto il mondo.
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Arturo Datta
9 Marzo 2026 at 20:17
Lo STURP (molti componenti del quale erano convinti fautori dell’autenticità della reliquia) raccomandò una nuova serie di analisi; ma una sola di queste fu eseguita nel 1988: la radiodatazione col metodo del Carbonio-14. Ancora il cardinale Ballestrero e Gonella scelsero i tre laboratori, a livello mondiale, con maggior esperienza in questa tecnica: Tucson, Oxford e Zurigo. Coordinatore fu il professor Tite del British Museum, considerata un’istituzione prestigiosa al di sopra delle parti. Il 21 aprile 1988 furono prelevati piccoli campioni da un angolo del telo. I risultati complessivi dei tre laboratori furono resi pubblici dal cardinale Ballestrero in una conferenza stampa indetta a Torino il 13 ottobre 1988.
I test di datazione circoscrissero l’età del telo (con una fiducia del 95%) al periodo compreso fra il 1260 e il 1390. L’età accertata del lino coincide dunque con l’età storica nota. Nel comunicato ufficiale, così come nella conferenza stampa, il prelato dimostrò di accettare e adeguarsi ai risultati del test: “Penso non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno è il caso di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso non quadra con le ragioni del cuore”.
Michele Salcito
10 Marzo 2026 at 19:18
Circa la radio-datazione al C14 del 1988, mi fu riferito, da un sacerdote (oltre 30 anni fa) che, insieme al gruppetto di scienziati addetti al prelievo, vi erano alcuni addetti incaricati dalla Diocesi di Torino per controllare lo svolgimento delle operazioni di prelievo di campioni del tessuto sindonico. Fra quei collaboratori c’era anche un sacerdote che conosceva bene l’inglese e, mentre il gruppetto di studiosi saliva per una scalinata, da dietro sentì chiaramente due di loro che, sottovoce, si confrontavano e si dicevano “Male che vada, visto che i documenti della Sindone risalgono al 1300 basterà calibrare i risultati intorno a quel periodo…”. Il fatto non venne raccontato al card. Ballestrero. E’ andata bene ai negazionisti ma, visto che la zona del prelievo era la più inquinata della Sindone (e quindi la più errata) in quanto proprio dai bordi e dagli angoli la pregiata reliquia veniva tenuta per le mani dei vescovi per presentarla nelle ostensioni, sarebbe il caso, magari in occasione dell’anno giubilare 2033, di fare qualche nuovo piccolo prelievo che potrebbe tagliare la testa al toro.